sabato, Gennaio 25

Aiib: un Piano Marshall in salsa cinese?

0

Come era prevedibile, il progetto cinese dell’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) è stato paragonato da molti esperti di settore al Piano Marshall che gli Stati Uniti promossero per ricostruire l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale e legare allo stesso tempo a se stessi i destini del ‘vecchio continente’. Esistono però alcune notevoli differenze tra i due modelli.

Va anzitutto rilevato che l’abnorme sviluppo del settore manifatturiero Usa verificatosi tra il 1941 e il 1945 aveva quasi azzerato la disoccupazione, ma aveva anche beneficiato dell’ineguaglia­bile stimolo economico rappresentato dalla Seconda Guerra Mondiale. La fine del conflitto portò i dirigenti statunitensi a ritenere che il limitato mercato interno non avrebbe mai potuto assorbire le merci sfornate dall’enorme apparato produttivo statunitense. Secondo alcune stime, il calo della domanda internazionale dovuto alla fine della guerra avrebbe nuovamente ingrossato le fila dei disoccupati di oltre 7 milioni di persone, ed anche la bilancia dei pagamenti avrebbe subito forti contraccolpi. Il Piano Marshall consentì di risolvere questi problemi, facendo ricadere sugli Stati Uniti il compito di rimettere in sesto il sistema capitalistico mondiale. In conformità ai principi stabiliti dal piano, gli Usa cominciarono ad offrire crediti e a garantire, grazie al controllo esercitato dalle loro imprese, materie prime dai prezzi espressi in dollari. Con i crediti ottenuti, i Paesi europei avrebbero acquistato macchinari e derrate alimentari. Questa semplice strategia coniugava di fatto gli interessi delle società finanziarie, delle multinazionali della energia e delle imprese manifatturiere che ambivano ad effettuare investimenti diretti in Europa.

Così, il deflusso di denaro dagli Usa tramite crediti ed investimenti diretti rientrava sotto forma di pagamento dei prodotti fabbricati negli Stati Uniti (macchinari e derrate) o delle proprietà di società Usa (petrolio ed altre multinazionali). A Washington pensarono di aver ottenuto la quadratura del cerchio, in quanto tale sistema non solo consentiva alle multinazionali statunitensi di penetrare efficacemente in nuovi mercati, ma, attraverso l’erogazione di crediti espressi in dollari, permetteva ai Paesi europei di ottenere materie prime e petrolio senza costringerli a ricavarsi nuove colonie. I vantaggi per gli Stati Uniti non erano però solo di natura economica. Come scrive l’analista Fabio Falchi: «oltre ad instaurare questo ‘circolo vizioso’ (per gli Stati Uniti, s’intende), il Piano Marshall aveva un evidente significato politico, dacché era ovvio che i Paesi europei sarebbero venuti a dipendere sempre più dal sistema americano (peraltro una parte di questi aiuti sarebbero serviti a ‘coprire’ le spese militari degli alleati degli statunitensi). Non a caso l’Unione Sovietica, che non aveva alcuna intenzione di modificare i propri piani economici (e quelli dei suoi alleati) per armonizzarli con gli obiettivi del programma americano, denunciò il Piano Marshall come una manovra degli Stati Uniti che avrebbe portato i Paesi europei a perdere la propria indipendenza politica».

L’Aiib, di converso, si basa su presupposti molto diversi e persegue finalità altrettanto divergenti rispetto a quelle verso cui era orientato il Piano Marshall. Tale istituto finanziario nasce in primo luogo dall’esigenza cinese di raccogliere i capitali necessari a realizzare il progetto One belt, one road, mirante a restaurare l’antica, fondamentale arteria di comunicazione e scambi commerciali nota come Via della Seta e coprire allo stesso tempo l’intera massa continentale eurasiatica con un reticolato di strade, ferrovie, gasdotti, oleodotti, raffinerie, strutture portuali e impianti di rigassificazione con lo scopo di promuovere la progressiva integrazione economica e politica tra Asia ed Europa. Oltre a ciò, l’Aiib si propone di erodere lo strapotere che gli Usa esercitano in ambito finanziario attraverso il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), la Banca Mondiale in primo luogo e l’Asian Development Bank. In un editoriale comparso sul ‘New York Times‘, lo studioso dell’Asia Ho-Fung Hung ha evidenziato come la Cina, promuovendo iniziative come l’Aiib, ponga deliberatamente davanti a sé una sorta di vincolo che le impedisce di lanciarsi ininiziative bilaterali aggressive’, non sempre coronate da successo, che hanno a lungo contraddistinto l’approccio di Pechino.

Così facendo, i dirigenti cinesi mirerebbero ad adottare un’impostazione multilaterale, fondata essenzialmente sulla necessità di individuare un sistema che legittimi con la partecipazione di altri Paesi la valorizzazione degli investimenti all’estero da parte del massiccio fondo sovrano cinese. Questa tesi è stata implicitamente confermata dal  viceministro delle Finanze cinese Shi Yaobin, il quale ha chiarito che la quota di potere decisionale nella Aiib spettante ad ogni Paese è destinata a diminuire proporzionalmente all’aumento delle nazioni aderenti. Cosa che impedisce di fatto alla Cina di ritagliarsi una posizione dominante in seno alla nuova istituzione finanziaria. Naturalmente, questa scelta è dovuta anche all’esigenza di soddisfare le richieste di potenze come Gran Bretagna, Francia o Germania, le quali non avrebbero mai partecipato alla fondazione di un progetto simile senza che venisse loro garantita una voce in capitolo per quanto riguarda la scelta delle politiche da portare avanti.

La concezione che è alla base dell’Aiib sembra quindi ispirata alla dottrina tratteggiata nel Libro Bianco della difesa cinese del 2013, in cui la concezione militare di Sun Tzu si lega alla teoria filosofica di Confucio individuando nella ‘vittoria senza combattere la chiave di volta per ottenere quello ‘sviluppo pacifico’ che da anni ormai rappresenta il principale obiettivo strategico di Pechino. Come spiegò l’allora presidente Hu Jintao in occasione del Forum di Boao del 2004: «la pace, l’apertura, la cooperazione, l’armonia e le relazioni win-win sono la nostra politica, la nostra idea, il nostro principio e il nostro intendimento. Per intraprendere la strada dello sviluppo pacifico occorre conciliare lo sviluppo domestico con l’apertura al mondo esterno, legare lo sviluppo della Cina con quello del resto del mondo, e combinare gli interessi fondamentali del popolo cinese con gli interessi comuni di tutti i popoli del mondo. La Cina persiste nella sua ricerca di armonia e di sviluppo interno ma perseguendo anche la pace e lo sviluppo esterno; i due aspetti, strettamente collegati e organicamente uniti, sono un insieme integrato, e contribuiranno a costruire un mondo armonioso di pace duratura e di prosperità comune».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore