giovedì, Novembre 14

Agricoltura biologica, ‘conversione’ e nuove responsabilità

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«Disposizioni per lo sviluppo e la competitività della produzione agricola e agroalimentare con metodo biologico»: così è rubricata la proposta di legge (risalente al marzo 2013) firmata dai Deputati Massimo Fiorio (Pd) e Susanna Cenni (Pd), approvata in Commissione Agricoltura il 12 aprile e trasmessa dall’Assemblea al Senato il 2 maggio.

Secondo l’ultimo Rapporto SINAB («Sistema di Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica») del 2016, «In Italia le imprese inserite nel sistema di certificazione per l’agricoltura biologica sono 59.959», 45.222 dei quali produttori esclusivi, per un aumento complessivo degli operatori (tra produttori, utilizzatori di biologico e importatori) dell’8,2% rispetto al 2014. Il metodo biologico consiste nell’impiegare il suolo, l’acqua e l’aria senza sfruttarli in eccesso, utilizzando unicamente le sostanze in essi già presenti, senza ricorrere alla sintesi chimica di concimi, antiparassitari, insetticidi o diserbanti. In base allo studio appena citato, in tutto il Paese risultano coltivati a biologico 1.492.579 ettari, 104.000 dei quali ‘convertiti’ nel 2015, con un aumento del 7,5% a distanza di un anno. Le Regioni maggiormente interessate dal fenomeno sono Sicilia (con oltre 11.300 operatori), Calabria e Puglia, che raggruppano il 45% degli operatori e una corrispondente frazione della superficie biologica nazionale. Questa, a sua volta, interessa il 12% della «superficie agricola utilizzata» (SAU) dalle aziende italiane.

Nel nostro ordinamento, gli ambiti operativi nazionali in materia sono definiti dal D.Lgs 220/1995, attuativo di un Regolamento comunitario del 1991 (Artt. 8 e 9), che prevede i criteri di conformità per gli operatori e un sistema di controllo e di sorveglianza sull’adozione del metodo biologico nella produzione agricola e alimentare. Gli operatori, inscritti in elenchi territoriali differenziati, poi registrati a livello nazionale, sono suddivisi in tre categorie: «produttori agricoli», «preparatori», e «raccoglitori dei prodotti spontanei» (Art. 8 del Decreto). Con «preparatori» si intendono «gli operatori che esercitano la propria attività utilizzando prodotti provenienti da aziende ad agricoltura biologica, le cui produzioni sono già certificate».

Tra il 2007 e il 2009, la normativa comunitaria è intervenuta emanando diversi Regolamenti in materia di etichettatura e controllo dei prodotti biologici coltivati o allevati.  In particolare, il Regolamento di applicazione CE/889/2008 definisce la «produzione biologica vegetale» come quella fondata «sul principio che le piante debbano essere essenzialmente nutrite attraverso l’ecosistema del suolo», perciò non fuori dal terreno, al riparo dai parassiti (come avviene negli ambienti chiusi della coltivazione idroponica). Per quanto riguarda l’allevamento, il Regolamento sottolinea l’importanza di un approccio olistico: poiché allevare animali «implica sempre la gestione delle terre agricole, è necessario prevedere il divieto della produzione animale senza terra’», oltre a un’attenzione per l’adattamento delle specie e razze alle condizioni locali e per la ricchezza che rappresenta la diversità biologica. A livello nazionale, sono intervenuti vari Decreti Ministeriali (come il il D.M. 18354/2009) in attuazione delle prescrizioni derivanti dall’ampia disciplina regolamentare europea: dalle qualità intrinseche dei prodotti biologici alle limitazioni all’uso dei pesticidi, dal regime di importazione di quei prodotti da Paesi terzi alla gestione informatizzata (S.I.B.) delle attività e dei documenti che ne attestano la conformità.

Nel testo unico appena varato dalla Camera, «Sviluppo» e «competitività» costituiscono gli obiettivi primari pensati per un settore produttivo in forte crescita, destinatario di un aumento di domanda da parte dei consumatori. Nell’intento del legislatore, tali obiettivi saranno soddisfatti sulla base delle stesse finalità dell’agricoltura biologica, qualificata nel Ddl come un’«attività di interesse nazionale con funzione sociale in quanto basata sulla qualità dei prodotti, su un metodo che garantisce la sicurezza alimentare, il benessere animale e la tutela dell’ambiente e della biodiversità» (Art.1). Le «autorità locali» deputate allo svolgimento delle «attività tecnico-scientifiche ed amministrative relative alla produzione con metodo biologico» sono identificate nelle Regioni e nelle Province autonome (Art. 3).   Tra i pareri favorevoli, la Commissione Affari Costituzionali ha segnalato l’opportunità di un coinvolgimento adeguato delle Regioni, in linea con l’Art. 5 del provvedimento. La norma prevede l’adozione, da parte dell’autorità nazionale competente (ossia il «Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali»), di un Piano d’azione nazionale (PAN) che faciliti la conversione al biologico, soprattutto per le piccole imprese agricole, sostenga le associazioni e migliori il sistema di controllo e di certificazione. Il Piano sarà finanziato da un Fondo a contributo annuale per la sicurezza alimentare (al quale è devoluto il 2% del fatturato annuo sulla vendita dei prodotti fitosanitari – Art. 6) e comprende incentivi alla ricerca tecnologica e applicata, con una riserva del 30% del Fondo, una diffusione dell’informazione con iniziative di educazione al consumo e un aumento del ricorso al biologico nella gestione del verde pubblico. Come ha sottolineato il Presidente dell’«Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica» (AIAB) Vincenzo Vizioli,  il rischio di consuete distorsioni e l’incertezza sulla disponibilità dei fondi dovranno essere evitati mediante un «uso ragionato»  delle risorse finanziarie e l’assistenza di un Tavolo composto da ricercatori e tecnici.

L’Art. 4 del provvedimento in esame prevede, appunto, l’istituzione di una confrenza o «Tavolo tecnico per l’agricoltura biologica» (formato dai principali rappresentanti della filiera, del ministero e delle Regioni) in grado di «definire le priorità» del PAN e avente funzione consultiva sugli atti da emanare in materia. In quella sede dovrà avvenire anche la promozione dei prodotti e l’organizzazione periodica degli incontri tra i diversi «distretti biologici». Questa ‘unità territoriale’, definita come sistema integrato localizzabile «anche al di fuori dei confini amministrativi» (Art. 10), costituisce una sorta di sodalizio organizzativo tranatura’ e ‘cultura’: rappresentati da un Comitato direttivo riconosciuto dalla Regione di appartenenza, i distretti sono «sistemi produttivi locali nei quali sia significativa la produzione con metodo biologico o con metodologie culturali locali. Si caratterizzano per un’integrazione tra attività agricole ed altre attività economiche e per la presenza di aree paesaggistiche rilevanti».   La creazione e lo sviluppo di queste realtà potrà essere facilitato da intese di filiera (Art. 12) – figlie degli accordi inter-professionali – abili a programmare la produzione, migliorarne la qualità e ottimizzarne i costi. I criteri relativi alla formazione professionale degli operatori e al riconoscimento, da parte delle Regioni e Province autonome, di organizzazioni di produttori biologici saranno definiti con decreto dal Ministro competente.

Per ciò che riguarda, infine, le sementi «evolute ed adattate nell’ambiente di coltivazione» (Art. 13) che non risultino iscritte al «Registro nazionale delle varietà da conservazione di specie agrarie», ne sono consentiti la vendita locale diretta e il libero scambio in quantità limitate.

Nell’attesa di una disciplina organica che regoli, in tutte le sue modalità, la transizione al biologico avviata da un numero crescente di aziende, resta centrale il rapporto tra gli obblighi dei produttori e il sistema di controllo inerente alla loro attività.

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