mercoledì, Agosto 5

Agenzia Spaziale Europea: imminente il cambio di guardia Johann-Dietrich Wörner non si ricandida. Per l’Italia sarà necessario individuare velocemente una figura italiana (magari donna) per la successione a Wörner

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Abbiamo notizia che il direttore generale dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), Johann-Dietrich Wörner, ha bloccato la ricandidatura per la sua posizione alla guida dell’organizzazione internazionale di cui è leader dalla fine del 2014.

Poichè la notizia è vera, lo stupore è che il numero uno dell’istituzione che determina lo sviluppo delle capacità spaziali europee ha preferito un giorno prefestivo (lo scorso sabato mattina) per informare i suoi collaboratori di non voler rimettersi in gioco per il prossimo mandato.
E questo passaggio, che i più scaltri hanno considerato fuori dalle righe e sicuramente pieno di incognite, apre la porta a una corsa molto accesa per la sua successione, che dovrebbe avvenire presto, anche se il direttore in carica ha avuto un’estensione del contratto fino a luglio 2021.

L’Esa, lo ricordiamo, è un’organizzazione internazionale composta da 22 Stati membri, al cui interno si connettono risorse finanziarie e intellettuali e si governano programmi e attività che le singole nazioni europee non sarebbero in grado di effettuare singolarmente. E qui ci sta un bel detto dell’Africa subsahariana: ‘Se vuoi andare veloce vai solo, ma se vuoi andare lontano vai insieme’.
Il compito di un’organizzazione così possente, di cui l’Italia è terzo contributore, dopo Germania e Francia, è quello di delineare i programmi europei di esplorazione del sistema solare e dello spazio profondo, ma la mission punta anche allo sviluppo di tecnologie e servizi satellitari e alla promozione delle industrie europee. Tra il quartier generale di Parigi e i siti operativi -in Italia c’è l’Esrin di Frascati per l’osservazione della Terra- vi lavorano circa 2.200 tra scienziati, ingegneri, specialisti informatici e personale amministrativo. Le attività statutarie sono finanziate con il contributo economico dei Paesi europei che vi aderiscono -non tutti facenti parte dell’UE- calcolato in base al prodotto interno lordo di ciascuna Nazione. Oltre a ciò, l’Esa conduce i programmi opzionali, che sono di decisione e di spendibilità dei singoli partecipanti. L’agenzia opera sulla base di criteri di ripartizione geografica, ovvero investe in ciascuno Stato membro, mediante i contratti industriali per i programmi spaziali, con un importo pari al contributo fornito ma decurtato di un’aliquota non modesta, stabilita per il mantenimento dell’intera organizzazione.

Il budget per l’anno appena passato è stato di 5,72 miliardi di euro, ovvero un quarto di quanto stanziato dall’omologa istituzione americana, la Nasa.
E per concludere, ricordiamo che dell’agenzia è responsabile il direttore generale, eletto dal Consiglio ogni quattro anni, a cui risponde ciascun singolo settore di ricerca con un proprio direttorato.

Dalla sua fondazione, avvenuta nel 1975, l’Esa è stata guidata da un DG inglese, un danese, due francesi, due tedeschi e un italiano, Antonio Rodotà. Mai da una donna.

Dei 14,4 miliardi di euro stanziati per i prossimi 3-4 anni all’ultimo consiglio ministeriale, svoltosi in novembre a Siviglia, l’Italia ha impegnato 2,3 miliardi.  Il sottosegretario Riccardo Fraccaro, che ha governato la delegazione italiana, su questo risultato ha dichiarato: «La nostra strategia di puntare sui settori strategici del comparto è stata vincente» e soddisfatto si è mostrato il presidente dell’Asi Giorgio Saccoccia: «Risultato estremamente positivo per l’Italia».

Dal nostro punto di osservazione ora riteniamo sia necessario un altro impegno. Data l’importanza degli investimenti profusi e il ruolo che il nostro Paese gioca tradizionalmente nel settore, con oltre 5.000 addetti di alta professionalità e un volume d’affari di due miliardi di euro, sarà necessario individuare quanto più velocemente possibile una figura italiana per la successione a Wörner, evitando di lasciare la conduzione in mani di Stati energici che hanno già la governance strategica dello spazio europeo e a più piccoli, senza significative attività produttive ma solo forti di progettazioni finanziarie che, sappiamo, non determinano nuovi posti di lavoro e nuove tecnologie ma giusto ricchezza per pochi speculatori.

Se non riteniamo inutile sottolineare quanto sia delicata in questo momento la vita del settore spaziale, che sta cambiando pelle in modo quasi quotidiano, con nuove proposte, con espansione a prodotti innovativi e pregni di rivoluzioni geopolitiche, ci sembra ancor più doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità di contenere la furia centrifuga di attività che da anni ormai attraversa il nostro Paese. Avviata forse inconsapevolmente da precedenti amministrazioni, ma per niente contenuta da quelle attuali.

È necessario che l’Italia riprenda saldamente le redini di apparati strategici dell’organizzazione europea e dimostri, con risultati tangibili, di volersi riappropriare dei propri interessi con dirigenti qualificati da curriculum reali ed adeguati alle esigenze dell’ambito in cui operare. Perdere anche questa opportunità sarebbe un’amara scalinata da percorrere all’incontrario, come già avvenuto in altri preziosi comparti della vita produttiva nazionale: automotive, elettronica, chimica, aeronautica, per citare i soli più significativi.

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