sabato, Gennaio 19

Agenti di custodia: anche loro ‘evadono’ Quattordici suicidi nel 2018. E già uno quest'anno

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Fa ‘notizia’ il caso di Massimo Ponzoni, definito «l’ex golden boy del PdL lombardo, ex assessore regionale e uomo di fiducia di Roberto Formigoni», condannato in via definitiva a cinque anni e dieci mesi di reclusione. Un momento: la notizia non è tanto che Ponzoni che sia stato condannato per vari reati (tra cui bancarotta e corruzione), quanto che possa scontare la pena in prova ai servizi sociali: ‘affidato’ al ‘Medical resort’ dei genitori; un luogo, scrive Aldo Grasso sul ‘Corriere della Sera’, già da lui frequentato, specializzato in medicina estetica, nutrizione, wellness training. Grasso ne ricava che “non tutti i percorsi di riabilitazione sono uguali, e che la galera “è solo per i poveri cristi”.

In effetti, l’episodio lascia perplessi, anche se non è isolato. Tempo fa, è sempre Grasso a ricordarlo, gli avvocati di Giulia Ligresti avevano chiesto che la loro assistita potesse scontare il residuo della pena di due anni e otto mesi agli arresti domiciliari e prestando servizio sociale come designer di arredamento o come “PR” per la società della sorella, Jonella. In quel caso, però la richiesta deve essere sembrata eccessiva, ed è stata respinta. Accolto invece il modo un po’ curioso di riabilitarsi per Silvio Berlusconi; ma, a volerla dire tutta, e senza azzardarsi a dire che il personaggio sia uno stinco di santo, ancora più curioso il modo in cui si è arrivati alla condanna. Ma è acqua passata, ormai.

Per quel che riguarda il caso di Ponzoni, è giusto sia stato sollevato. Non meno discutibile è che ci siano episodi che si ritiene siano di ‘interesse’, e altri di cui non si fa cenno neppure nelle ‘brevi’. Si è tutti persone di mondo: da sempre è il postino che morde il cane a fare ‘notizia’, e non il contrario; ma quando i cani ‘morsicatori’ sono decine, centinaia, allora conviene occuparsene.

Qui si vuole segnalare che aveva 41 anni, originario di Cagliari, l’assistente capo della Polizia penitenziaria in servizio al carcere di San Vittore a Milano. L’uomo si è tolto la vita con un colpo esploso dalla sua pistola d’ordinanza.

Una tragedia senza fine, «un male che caratterizza in particolare gli appartenenti alla Penitenziaria, corpo composto da 34mila unità distribuite in 196 strutture carcerarie con un’utenza che ha raggiunto i 60mila detenuti», rileva il Coordinamento Sindacale Penitenziario; il COSP ricorda inoltre che nel 2018 sono stati 14 i casi di suicidi tra gli appartenenti alle forze dell’ordine. Non se ne parla, non si riflette su questi episodi, non ci si dà pena di indagare che tipo di malessere ‘esprimano’.

«Non sappiamo», osserva il segretario nazionale Domenico Mastrulli «se in quest’ultimo caso era percepibile il disagio che viveva il collega. Quel che è certo è che sui temi del benessere lavorativo dei poliziotti penitenziari, governo e amministrazione penitenziaria sono in colpevole ritardo. Per questo chiediamo un incontro urgente al fine di attivare una serie di iniziative di contrasto al disagio dei poliziotti penitenziari».

Altra ‘notizia’ che non sembra sia degna di interesse (e di conseguenza, di conoscenza). Non lascia dubbi il rapporto sulle carceri italiane del Partito Radicale il 16 dicembre e indirizzato al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che vigila sull’esecuzione delle condanna nei confronti degli Stati membri comminate dalla Corte Edu per violazione della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo.

La condanna dell’8 gennaio 2013 per la violazione dell’articolo 3 (trattamenti inumani e degradanti) della CEDU era tecnicamente una ‘sentenza pilota’ che doveva applicarsi a tutto il territorio nazionale e a tutte le nostre patrie galere perché la Corte Europea s’era accorta che la violazione dei diritti umani era sistematica. Dopo la sentenza ‘Torreggiani’ del 2013 che ha visto condannare l’Italia dalla CEDU per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, vi sono stati tre anni di “sorveglianza” e, nel 2016, il Comitato del Ministri ha ritenuto di chiudere il ‘caso Torreggiani’.

Il Partito Radicale ritiene però che il caso Italia non sia affatto chiuso; e per questo ha segnalato un altro “caso” al Consiglio d’Europa: come caso strutturale di violazione dei diritti umani.

Nel 2016 il Governo italiano ha fornito “spiegazioni” ritenute sufficienti per  chiudere la procedura: i detenuti, dal 2013 al 2015, grazie a provvedimenti adottati dai Governi di allora, erano diminuiti. Dal 2016, tuttavia, le presenze dei detenuti sono nuovamente aumentate; al 30 novembre 2018, ben 7.800 in più rispetto alla capienza regolamentare: nei 190 istituti penitenziari italiani sono spalmati ben sessantamila detenuti rispetto a poco più di 45 mila posti regolamentari. Torna così strutturale l’emergenza e la violazione di fondamentali diritti umani. Ecco così che il Partito Radicale nel dossier ha segnalato un nuovo ‘caso’, quello di un detenuto che a causa del sovraffollamento si vede negato il diritto alla salute.

Con questo nuovo caso il Partito Radicale si augura che, come avvenuto per il caso ‘Torreggiani’, sia emessa una nuova sentenza ‘pilota’. «Ci sono ben 94 carceri delle 190 che sono molto più sovraffollate rispetto alla media nazionale. In questi 94 istituti più affollati della media sono stipati», sottolinea Rita Bernardini «ben 37.506 detenuti in 26.166 posti regolamentari. Un sovraffollamento del 143 per cento».

È evidente che queste condizioni, e col sovraffollamento che torna a crescere, garantire i diritti ai detenuti è una un’impresa impossibile: diritti fondamentali quali diritto alla salute, diritto ad attività lavorative, allo studio e alla formazione, il semplice diritto di ricevere la corrispondenza in tempo, in carcere sono semplicemente negati.

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