domenica, Novembre 17

Africa: tutti gli ostacoli dell’unione economica continentale I vari Paesi africani stanno decidendo se unirsi al TFTA o meno sulla base di convenienze nazionali ed opportunistiche

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L’Africa si sta progressivamente indirizzando verso l’unione economica a livello continentale con l’obiettivo di emergere come quarto blocco commerciale a livello mondiale. Da oltre trent’anni esistono varie comunità economiche nel continente.

Le principali sono: COMESA (Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale),  ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), SADC (Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale), SACU (Unione doganale dell’Africa Meridionale), UMA (Comunità dell’Africa orientale) e East African Community – ECA (Comunità dell’Africa orientale), l’esperimento di integrazione economica più avanzata. Queste comunità economiche di fatto fino ad ora non sono riuscite aumentare il commercio intercontinentale, che  si attesta ad una percentuale ancora irrisoria (circa il 20%, compreso il commercio informale), nonostante che l’Unione Africana abbia lanciato nel 2011 il programma Boosting Intra-African Trade (Sviluppo del Commercio Inter Africano).

Una percentuale così bassa di scambi tra Paesi africani rende assai difficile intaccare gli scambi commerciali con Europa, Stati Uniti e Asia, spesso basati sull’esportazione di materie prime strettamente legata all’economia coloniale e all’importazione di prodotti finiti. Fino al 2000, Europa e Stati Uniti detenevano il monopolio degli scambi commerciali con l’Africa assicurando alle loro industrie ingenti quantitativi di materie prime, petrolio e gas naturale di cui prezzi di mercato vengono decisi nelle borse di Londra, New York e dal OPEC, in cambio della possibilità di aprire i mercati occidentali a prodotti africani.

L’accesso ai mercati europei e americani dei prodotti africani è in pratica la continuazione, in forma più raffinata, delle classiche esportazioni coloniali di te, caffè, cacciù, cacao, cotone, spesso in mano a multinazionali occidentali che operano in Africa. L’esempio della Firestone che detiene il monopolio di caiccù in Liberia da 150 anni, o della multinazionale francese nell’energia atomica AREVA che controlla l’estrazione di uranio in Niger sono classici esempi di neo colonialismo aggressivo e distruttivo per lo sviluppo dei Paesi africani. Entrambe le multinazionali controllano le sorti politiche di Liberia e Niger. Anche in questo caso i prezzi di mercato vengono decisi dall’Occidente e le ricadute sul benessere generale della popolazione e sullo sviluppo economico dei singoli Paesi è minimo.

Dall’inizio degli anni 2000, il monopolio occidentale è stato intaccato dalla Cina. Adottando una politica di non interferenza nelle politiche nazionali e un atteggiamento di scambi equi denominata win win (tutti vincitori), Pechino si è rapidamente imposto come  importante partner commerciale in molti Paesi africani che considerano la Cina un socio in affari più adatto e conveniente rispetto ai Paesi occidentali.

Dal 2008 Pechino ha adottato la seconda fase di penetrazione economica nel Continente che prevede una progressiva diminuzione delle esportazioni di materie prime parallela ad una progressiva delocalizzazione di parte dell’apparato industriale cinese in Africa. Solo in alcuni Paesi disastrati e con governi corrotti, come la Repubblica Democratica del Congo, la Cina continua ad attuare lo sfruttamento intensivo delle materie prime destinate all’esportazione. Uno sfruttamento responsabile della distruzione delle foreste in Congo e Gabon e della prossima estinzione degli elefanti causa il commercio illegale di avorio.

Nei confronti della maggioranza dei Paesi africani Pechino sta contribuendo in maniera rilevante ad un processo di risveglio africano, supportando decisioni politiche tese a rafforzare le potenzialità del Continente ai danni dell’Occidente, tra esse la sovranità delle risorse naturali che prevede una drastica diminuzione delle esportazioni verso i mercati occidentali al fine di sviluppare un apparato industriale autoctono. È grazie al supporto cinese che gli Stati africani si stanno sganciando dall’economia coloniale imposta dall’Occidente.

Uno dei primi effetti concreti è la mancata firma degli accordi commerciali tra Unione Europea e Africa. Sono 6 anni che Bruxelles tenta di rinnovarli senza successo. Pechino, oltre a favorire la rivoluzione industriale (sempre negata dall’Occidente), sta promuovendo un ambizioso programma di infrastrutture collegato sulla nuova via della seta. Sta anche introducendo la convertibilità della propria valuta, ora accettata da molte Banche Centrali africane. L’obiettivo finanziario è chiaro: creare una seria concorrenza alla valute occidentali predominanti sui mercati internazionali, dollaro americano ed euro, quest’ultima valuta obbligatoria in tutta l’Africa Occidentale grazie al FCFA, una moneta unica imposta da Parigi nel 1947 alle sue colonie africane e tutt’ora in vigore legata prima al Franco francese e successivamente all’Euro.

L’unico tentativo autoctono di creare una valuta africana competitiva alle valute occidentali predominanti è stato represso nel sangue. Nel 2009 il Presidente libico Muammar Gheddafi varò un ambizioso e pericoloso progetto di unione monetaria africana sotto una moneta unica, il Dinaro Africano supportato dalle ingenti riserve d’oro libiche. Questa valuta continentale aveva come obiettivo quella di sostituire il FCFA nell’Africa Occidentale e sfidare il dollaro americano dal momento che petrolio, gas naturale e commercio africano sono principalmente legati alla valuta statunitense. Se fosse stato introdotto il Dinaro Africano, i vari Stati del continente si sarebbero liberati dalla servitù economica imposta dall’Occidente e avrebbero acquisito una posizione di forza negli scambi commerciali con i Paesi del BRICS, e in particolare con la Cina.

Un altro progetto di Gheddafi era quello di creare una unione economica e militare denominata SATO (South Atlantic Treaty Organization, Organizzazione del Trattato del Sud Atlantico).  Una sorta di NATO che sarebbe divenuta realtà se il vertice programmato in Libia per il settembre 2011 avesse potuto tenersi. I progetti del Dinaro Africano e della SATO non videro mai la luce in quanto, in comune accordo, Europa e Stati Uniti decisero di far esplodere la Libia, supportando l’artificiale Primavera Araba e intervenendo militarmente per abbattere il regime di Gheddafi.

Il progetto SATO è stato ripreso nel 2015 dall’Egitto, che ha lanciato la TFTA Tripartite Free Trade Area (Area Tripartitica di Libero Commercio). Il progetto prevede di creare un nuova area economica comune che dovrebbe andare dall’Egitto al Sud Africa. A differenza della SATO, la TFTA non prende in considerazione l’Africa Occidentale (lasciandola sotto il dominio francese) e tanto meno prevede una moneta e un esercito unico. Il mercato comune che ingloberebbe 600 milioni di persone, rimarrebbe ancorato alle logiche economiche dettate dalle valute monetarie occidentali.

In pratica il TFTA è un sotto-prodotto del progetto libico della SATO, che ha enormi potenzialità di sviluppare il Continente ma non garantisce indipendenza economica e finanziaria rispetto alle potenze straniere. TFTA sarebbe conveniente a Europa, Stati Uniti e Cina che si ritroverebbero con un solo interlocutore commerciale per gli scambi con parte del Nord Africa, e tutti i Paesi dell’Africa Orientale e Settentrionale.

La realizzazione del TFTA  dovrebbe avvenire attraverso due fasi. La prima prevede di  eliminare le tariffe doganali e gli intermediari per gli scambi di materie prime e prodotti industriali. La seconda fase prevede di eliminare le tariffe doganali per i servizi e il libero interscambio di persone. Su questo punto il TFTA si collega al progetto della Unione Africana del Passaporto Unico che dovrebbe entrare in vigore entro il 2020.

L’unione commerciale TFTA è di fatto un progetto limitato. Oltre a non prevedere l’indipendenza economica e finanziaria reale, non prevede nemmeno la totale eliminazione delle barriere doganali tra gli Stati Africani ma una sensibile riduzione tra il 60 e l’85%, dando la possibilità agli Stati membri di mantenere le tariffe doganali su settori commerciali considerati sensibili e di importanza nazionale.

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