lunedì, Maggio 27

Africa subsahariana: Italia in prima linea sul fronte sud

0
1 2


Abbiamo chiesto maggiori informazioni sul ruolo svolto dall’Italia nella regione subsahariana a Giovanni Carbone, responsabile dell’Osservatorio sull’Africa presso l’ISPI e professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Milano.

Professore, ultimamente la politica estera italiana ha fatto registrare un notevole interesse rispetto alla direttrice africana. L’impressione è che il dinamismo dimostrato negli ultimi anni dalla Farnesina sul teatro subsahariano sia un fattore inedito, è effettivamente così?

Si, rispetto all’Africa subsahariana l’Italia non ha una grande tradizione in fatto di relazioni. In passato abbiamo avuto legami con il Corno d’Africa, dovuti alla nostra storia coloniale, ma si tratta di rapporti che non sono stati più coltivati dopo la decolonizzazione, a differenza di quanto hanno fatto Francia e Gran Bretagna. Nonostante questo, fino agli anni Ottanta siamo stati un donatore importante e abbiamo stabilito saldi rapporti con numerosi partner africani, basati fondamentalmente sugli aiuti allo sviluppo. Gli anni Ottanta, invece, hanno segnato un’inversione di tendenza. Da questo momento gli aiuti allo sviluppo si sono drasticamente ridotti e l’attenzione verso l’Africa è andata calando, con poche eccezioni, come la nostra presenza nelle missioni di pace internazionali in Mozambico e Somalia, durante gli anni Novanta. Fondamentalmente si è assistito ad un graduale declino in tale ambito. Ci siamo risvegliati in maniera tardiva solo negli ultimissimi anni, e l’abbiamo fatto sulla scia dell’interesse manifestato da tanti Paesi nei confronti di quest’area. L’Africa subsahariana ha cominciato a crescere in maniera importante attorno all’anno 2000. Quando le economie di questi Paesi hanno iniziato a muoversi esse hanno destato l’attenzione di molti attori internazionali, per lo più delle economie emergenti come Cina, India, Turchia e Brasile, ma anche di Paesi sviluppati come Francia, Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti. Anche noi abbiamo riscoperto l’Africa subsahariana, ma l’abbiamo fatto molto tardi, nel 2013, con l’Iniziativa Italia-Africa del Ministero degli Affari Esteri e con un rapporto, la Politica dell’Italia in Africa, prodotto dall’ISPI su richiesta della Farnesina. Da quel momento è partita una riflessione che è proseguita in una serie di iniziative, tra cui le più visibili sono state le numerose missioni istituzionali di Renzi e Mattarella in Africa e la Conferenza Italia-Africa a Roma nel 2016.  Sull’interesse economico da parte dell’Italia verso un’area che sta crescendo si è inserito il tema delle migrazioni. Si è fatta progressivamente strada l’idea che la gestione dei flussi migratori richieda non semplicemente di affacciarsi sul Mediterraneo ma di andare a incidere nei luoghi di origine. Si tratta, quindi, di consolidare i rapporti con i governi di questi paesi, affinché si impegnino a controllare i flussi migratori, e di promuoverne lo sviluppo, perché l’idea è che facilitando lo sviluppo in loco i migranti abbiano meno ragioni per partire.

Nei confronti dell’area subsahariana vi è un enorme interesse da parte dell’Italia, ma anche per l’Unione Europea si tratta di una regione fondamentale. Come si è mossa Bruxelles verso questi paesi?

Sul fronte dell’interesse per i mercati africani direi che l’Unione Europea è rimasta in secondo piano, e gli Stati si sono mossi principalmente a livello nazionale. L’Europa è invece rilevante per l’altro aspetto, quello delle migrazioni e della collaborazione allo sviluppo di un’area che resta piuttosto povera. Da questo punto di vista l’Italia sconta un ritardo anche nei confronti di Bruxelles, perché l’Ue ha rilanciato i propri rapporti con l’Africa nel 2007, quando ha messo a punto la nuova strategia comune Africa-Ue, che ha profondamente rivisto il quadro generale delle relazioni tra l’Unione Europea e i partner africani, andando ad adattare l’approccio precedente alle nuove esigenze.

Secondo lei può avere senso una strategia che cerchi di fermare i flussi migratori all’origine, andando ad eliminare le ragioni che spingono le popolazioni africane a lasciare il proprio Paese?

Bisogna partire dal presupposto che i flussi migratori non si possono arrestare, tuttavia mi sembra auspicabile che si instaurino rapporti di collaborazione tra i Paesi europei e quelli africani in modo da facilitare lo sviluppo di questi ultimi. Lo sviluppo può contribuire ad una migliore gestione dei flussi, ma non li può fermare del tutto. Può far si che vi sia meno gente che fugge per situazioni di repressione, di conflitto o di povertà estrema. E può far sì che coloro che decidono di emigrare non vadano incontro a situazioni di estrema sofferenza e degrado, o allo sfruttamento da parte dei trafficanti. Tuttavia vi sono anche delle ragioni che portano a pensare che gestire i flussi migratori sia più complicato di quanto ci si immagina. In realtà i migranti che arrivano in Europa non sono i più poveri tra i poveri. Sono persone che hanno qualche strumento in più rispetto alle fasce sociali più basse dei loro Paesi, strumenti che possono essere sia disponibilità economiche sia competenze, insomma risorse spendibili nelle destinazioni in cui i migranti sperano di arrivare. Ciò significa che innescare lo sviluppo di questi Paesi potrebbe anche rendere maggiormente realizzabile la prospettiva di un’emigrazione per tutte quelle persone che oggi non hanno neanche gli strumenti per concepire di avviarsi verso l’Europa. Quindi, paradossalmente, vi potrebbe essere anche un effetto opposto a quello sperato, ovvero progetti di sviluppo accelerati potrebbero aiutare anche una determinata parte delle popolazioni africane ad emigrare ulteriormente.

Secondo lei la politica estera messa in campo dall’Italia è adeguata ad affrontare sfide così complesse?

Appurato che l’Italia è arrivata tardi ad occuparsi di quest’area, io sono positivo sull’attuale approccio italiano nei confronti dell’Africa subsahariana. L’Italia ha iniziato ad occuparsi di quest’area in maniera sistematica, piuttosto che dedicarsi a tale regione una tantum. A partire dal 2014 si è mantenuto un certo livello di attenzione su tali tematiche. Non a caso anche all’interno del recente G7 è stato ritagliato un ruolo importante per i Paesi africani. Il fatto che ci sia continuità nella politica estera è essenziale perché si possa giungere a rapporti più stretti e sopratutto duraturi tra l’Italia e i Paesi africani, e mi sembra che ciò sia effettivamente diventata una priorità nell’operato della Farnesina.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore