domenica, Giugno 16

Africa subsahariana: Italia in prima linea sul fronte sud

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Si è discusso soprattutto di Africa durante la missione a New York del Sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Amendola. L’esponente del Governo italiano lo scorso 12 e 13 giugno ha preso parte a diversi incontri al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di cui l’Itala quest’anno è membro non permanente, incentrati sui vari focolai di crisi e di destabilizzazione che stanno flagellando l’area subsahariana.

Il primo tema all’ordine del giorno è stato quello della Repubblica Centrafricana. Nel Paese è in corso ormai dal 2013 una sanguinosa guerra civile tra la coalizione di ribelli musulmani Seleka e le milizie cristiane anti-Balaka, sostenitrici del deposto presidente Bozizè. Nel 2014 il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato la costituzione della missione MINUSCA, a cui prendono parte per lo più truppe di Paesi africani,  finalizzata a proteggere i civili, a sostenere il processo di transizione e la promozione e tutela dei diritti umani, oltre che a tentare di arginare la proliferazione di armi nel Paese.

Si tratta di una crisi in cui si parla italiano, anche se il dialogo tra le due fazioni non è quello alimentato dalla Farnesina, bensì dalla Comunità di Sant’Egidio, la grande ONG Cattolica che dagli anni ’90 ha dato vita soprattutto in Africa ad una sorta di ‘diplomazia parallela’, che interviene sulle situazioni più disperate. Nel corso del suo intervento, durante il briefing sulla Repubblica Centrafricana, Amendola ha sottolineato che l’Italia è seriamente preoccupata per il deterioramento della situazione di sicurezza nel paese e ha espresso il proprio appoggio all’iniziativa diplomatica della Comunità, rappresentata dal suo Presidente, Marco Impagliazzo.

A seguire è stato discusso il caso del Mali, che versa in uno stato di guerra generalizzata dal 2012. Iniziato con il colpo di Stato da parte dei ribelli Touareg, che hanno proclamato la secessione dal Governo di Bamakò e l’indipendenza della regione settentrionale dell’Azavad, il conflitto si è presto trasformato in un ulteriore episodio della guerra occidentale contro le organizzazioni terroristiche. Dopo pochi mesi dal colpo di Stato, infatti,  i combattenti dell’MNLA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azavad) hanno dovuto affrontare la nascita di un cartello rivale, formato da varie sigle jihadiste e guidato da Al Qaeda nel Maghreb Islamico, che ha iniziato a competere con i ribelli touareg per il controllo delle regioni settentrionali. Contro questi movimenti nel 2013 ha preso piede l’intervento militare occidentale, una missione multinazionale a guida francese (MINUSMA) e sotto mandato ONU, intervenuta per ristabilire la sovranità del Mali sui territori sahariani settentrionali. Una missione che, anche alla luce dei recenti avvenimenti in Mali, ha mostrato tutti i suoi limiti nel riuscire a stabilizzare e pacificare il Paese. Dopo il briefing del Rappresentante Speciale del Segretario Generale per il Mali, nonchè capo di MINUSMA, Mahamat Saleh Annadif, Amendola ha presenziato alla firma dell’intesa tecnica tra l’Italia e le Nazioni Unite per il finanziamento della missione ONU in Mali, siglata per il nostro Paese dal Rappresentante permanente presso le Nazioni Unite, l’Ambasciatore Sebastiano Cardi.

L’incontro del giorno successivo ha riguardato il mantenimento della pace internazionale con un focus sulle bombe inesplose, gli ordigni improvvisati, i depositi di armi abbandonati e le mine antiuomo che rimangono al termine dei conflitti. All’inizio della seduta, Sacha Llorenti, Presidente del Consiglio di Sicurezza per il mese di giugno e Ambasciatore boliviano, ha ringraziato l’Italia per l’impegno che sta portando avanti da anni nel campo dello sminamento.

Come sottolineato da Amendola, l’Italia è da sempre in prima linea in tale settore; uno sforzo quello contro i residuati bellici che Roma porta avanti sia tramite la propria agenzia per la cooperazione allo sviluppo, sia all’interno delle organizzazioni internazionali, come l’UNMAS, l’agenzia delle Nazioni Unite per lo sminamento, e che quest’anno ha assunto la forma di un finanziamento di oltre 3 milioni di euro al ‘Fondo per lo sminamento umanitario e la bonifica di aree con residuati bellici esplosivi’. Inoltre, l’Italia ha da poco lasciato la presidenza del Gruppo di azione contro le mine che si riunisce periodicamente a New York con il compito di definire le linee di azione internazionali in questo settore. Un impegno di tale portata può essere interpretato anche come un aspetto della strategia complessiva messa in atto da Roma verso l’area subsahariana, dal momento che la maggior parte dei programmi internazionali di sminamento ha interessato Paesi come il Sudan, la Libia, il Darfur, la Repubblica Centrafricana, la Somalia, la Costa d’Avorio e il Congo.

Negli ultimi anni l’Italia ha vissuto un processo di riorganizzazione e di riorientamento della propria politica estera per quanto riguarda la direttrice sud. Nella sua proiezione verso il continente africano l’azione dell’Italia si è di recente approfondita, sia sul piano geografico (storicamente l’Italia ha visto come aree di suo interesse esclusivamente la zona del Maghreb e, in parte, quella del Corno d’Africa), sia da un punto di vista politico, come dimostrano le tre inedite missioni africane di Matteo Renzi. Nel corso del suo mandato l’ex Presidente del Consiglio ha dapprima visitato l’area centro-australe (Mozambico, Angola e Congo Brazzaville), poi l’Africa orientale (Kenya, Etiopia e visita all’Unione Africana), e infine si è recato sul versante occidentale (Nigeria, Ghana e Senegal).

Alle tournèe di Renzi ha fatto eco anche quella del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel marzo 2016 si è recato in Camerun ed Etiopia. L’apice della grande attenzione dimostrata dall’Italia verso il continente subsahariano è stato raggiunto il 18 maggio 2016, con la Conferenza ministeriale Italia-Africa organizzata dalla Farnesina, che ha portato a Roma un numero di leader africani mai visto prima, al fine di discutere tematiche quali l’emergenza migranti, la lotta al terrorismo. lo sviluppo economico e la sostenibilità socio-ambientale.

Il rinnovato interesse per le questioni africane è la naturale risposta della politica italiana all’aumento del fenomeno migratorio che il Paese ha dovuto affrontare negli ultimi anni.  Nel tentativo di arginare le ondate umane provenienti dai porti libici sin dagli Stati di partenza, Roma si è spesa in misura crescente al fine di stabilizzare la regione subsahariane, da cui proviene la maggior parte dei migranti diretti verso le coste italiane. La rimozione dei motivi che spingono gli abitanti di tali Paesi ad abbandonare tutto per intraprendere la rischiosa traversata del Mediterraneo è una parte fondamentale della strategia di contrasto e controllo dei flussi migratori messa in atto da Roma.

Quella di pacificare e consolidare gli Stati del Sahel è una sfida impegnativa, che non può avere prospettive di successo se non attraverso il ricorso a tutti gli strumenti della politica estera, compreso quello militare. Oltre alle attività a carattere umanitario e alla cooperazione allo sviluppo, l’azione dell’Italia in quest’area si basa quindi anche sulla cosiddetta ‘capacity building‘, ovvero la formazione delle forze di sicurezza locali. Non si tratta di una novità per l’Italia, le cui forze armate ormai sono universalmente riconosciute come delle eccellenze in tale campo. In Africa gli istruttori italiani sono presenti in Mali, all’interno della missione di addestramento dell’Unione Europea (Eutm), e in Somalia,  dove l’Italia ha la leadership di un’altra missione Eutm di altrettanta importanza e schiera 130 militari.

Nella sua riscoperta della fascia del Sahel l’Italia ha fatto da apripista ad un simile processo sia in sede Ue che all’interno della Nato. E’ da attribuire, infatti, alla presidenza italiana del Consiglio dell’Ue (luglio-dicembre 2014) il lancio del cosiddetto ‘Processo di Karthoum‘, ovvero l’iniziativa volta a favorire la cooperazione Ue-Corno d’Africa per il controllo delle rotte migratorie, e la riaffermazione del ‘Processo di Rabat‘, un forum di dialogo regionale tra l’Ue e i Paesi dell’Africa Occidentale e del Maghreb, avviato nel 2006, che verte sempre sulle tematiche migratorie e che è stato rilanciato con la Dichiarazione di Roma del Novembre 2014. Anche l’Alleanza Atlantica ormai ha constato l’importanza del ‘Fianco sud’, tanto che lo scorso febbraio ha dato vita ad un Comando specifico con sede a Napoli. Come affermato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, in un’intervista a ‘La Stampa‘, «Il cosiddetto Fianco Sud, oltre ad essere una minaccia multiforme che noi militari identifichiamo nel triangolo terrorismo-instabilità-migrazione, include una realtà molto vasta che va dalla Penisola arabica al Medio Oriente, al Corno d’Africa, all’Africa del Sahel. L’istituzione di questo nuovo Comando Nato, su cui il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, si è molto spesa nelle sedi internazionali, è un indubbio successo politico-diplomatico dell’Italia. Da lì si coordineranno meglio le informazioni riguardanti le aree di crisi e le operazioni in corso nella regione, sia Nato, sia europee».

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