venerdì, Maggio 24

Africa, crescita economica ancora troppo bassa

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È del 2.6% la crescita economica che il Fondo Monetario Internazionale si aspetta di vedere in Africa subsahariana nel 2017. È il resoconto del suo ‘Regional Economic Outlook for Sub-Saharan Africa’ pubblicato pochi giorni fa. Nonostante il miglioramento rispetto al valore del 1.3% dell’anno precendente, si tratta di una magra previsione, vista la ricchezza – in termini di risorse – della regione e la storia economica che sembrava fino a poco tempo fa dare segnali più che positivi per il futuro dell’Africa.

Il modesto risultato non è, ovviamente, destino comune di tutti i Paesi della regione: Secondo un report di ‘Focus Economics’, le economie più promettenti del continente sono state anche quelle che nel 2016 hanno riscontrato il peggior arresto della crescita. Etiopia, Mozambico e Uganda, per esempio, sono state vittima di El Nino, il fenomeno atmosferico che originandosi nel Pacifico ha causato delle gravissime siccità in Africa orientale.

D’altra parte, Kenya, Senegal e Costa d’Avorio cresceranno a ritmi ben più alti della media, tra il 5 e il 6%. I due terzi dei Paesi analizzati, tuttavia, vedranno una crescita piuttosto bassa. Nigeria, Angola e Sud Africa, Paesi colpiti dall’abbassamento dei prezzi delle materie prime, prodotti di esportazione da cui dipende il grosso della loro economia, rappresentano il 60% del volume dell’economia totale dell’Africa Subsahariana e sono tra le Nazioni più colpite dalla ‘battuta d’arresto’ africana.

Il report include un capitolo che prende in considerazione episodi e picchi di crescita precedenti per valutare le caratteristiche e le condizioni che potrebbero averli favoriti. Spiccano la bassa inflazione, aumento degli investimenti esteri, apertura al commercio e l’aumento del credito al settore privato. Paragonata ad altre regioni in via di sviluppo, l’Africa subsahariana non ha, fin dagli anni ’50, presentato particolari anomalie. I maggiori picchi di crescita sono stati registrati, come altrove, nel periodo che va dal 1985 al 1999. Gli ‘up-breaks’, in questo lasso temporale, sono stati però bilanciati da altrettanti ‘down-breaks’, degli arresti nella crescita. E’ dal 2000 che l’Africa subshariana presenta un andamento economico positivo ben più stabile.

Anche in questo caso, tuttavia, mantenere un livello di crescita veramente sostenuto è stato difficile. Questo è, in sostanza, il problema principale per l’analisi del Fondo Monetario Internazionale. La presenza di numerosi ‘up-breaks’ segnala comunque che il potenziale per uno sviluppo economico stabile è presente. Lo conferma il Capo del dipartimento africano dell’FMI, Abebe Aemro Selassie: «L’Africa Subsahariana rimane una regione dal tremendo potenziale per la crescita di medio termine, ma con il limitato supporto da parte dell’ambiente esterno, forti misure in politica interna sono assolutamente necessarie per raccogliere i frutti di questo potenziale».

Il caso della Nigeria è emblematico. Considerata l’economia più promettente della regione, fornita di enormi riserve ti petrolio e altre materie prime, la Nigeria si è tuttavia rivelata incapace di reagire alle variazioni dei prezzi che hanno affossato l’attività economica del Paese. L’aumento dell’inflazione e la continua instabilità sociale, specialmente nel nord del Paese, hanno fatto sì che la crescita economica nigeriana prevista per il 2017 sia solo dell’1.3%.

È l’instabilità politica che ha invece causato il downgrade del Sudafrica da parte delle agenzie di rating Fitch e S&P ad Aprile. Le mosse del Presidente Jacob Zuma, che ha inserito uomini a lui vicini in ministeri chiave rimpiazzando validi tecnici, ha fatto sospettare una futura politica di spesa che il Paese non può permettersi. La crescita attesa quest’anno è dell’1.1%, superiore allo 0.3% dell’anno scorso, ma pur sempre deludente per un Paese importante come il Sud Africa.

Il report dell’FMI indica tre principale aree su cui i Paesi africani devono agire, se vogliono assicurare un livello di crescita sostenuto e continuo. La prima è quella della stabilità macroeconomica per le nazioni più colpite dalla crisi. La seconda è quella della responsabilità fiscale, e della diversificazione economica. La terza è quella della sicurezza sociale, scarsamente garantita dagli attuali Governi. Risparmiando e tagliando gli inefficenti sussidi energetici, propone il report, gli Stati potrebbero trovare le risorse per implementare tali politiche.

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