mercoledì, Maggio 22

Africa sub-Sahariana, (in)saldamente ancorata sul sommerso

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Dallultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale dedicato all’Africa sub-Sahariana, il ‘Regional Economic Outlook’, emerge, da un lato, una fiduciosa prospettiva di crescita del 2.6% nel 2017, ma dall’altro una evidente difficoltà nellapprocciare un cambiamento. L’anno appena trascorso è stato tutt’altro che positivo: la crescita regionale è caduta rovinosamente all’1.4%, uno dei livelli più bassi mai rilevati. Molti i problemi: dalla diminuzione dell’esportazione di petrolio, alle preoccupanti condizioni dei Paesi ricchi di risorse naturali. Ma tra le tante questioni, una delle più rilevanti è certamente quella relativa alleconomia informale o sommersa. L’imponente mondo del sommerso, specialmente nell’esportazione di petrolio e nei Paesi più poveri, è una componente chiave della maggior parte di questi Stati, fornendo tra il 25 ed il 65% del PIL e rappresentando tra il 30 e il 90% dell’occupazione totale di tipo non agricolo.

Non possiamo nemmeno aspettarci un rapido miglioramento. L’Africa sub-Sahariana è una zona dall’immenso potenziale di crescita ma il deterioramento generale riflette un problema di insufficienza nella scelta delle giuste politiche. In questo contesto, è chiaro che per far sì che il motore si riaccenda e che il potenziale si realizzi la prima mossa deve venire proprio dalla politica stessa. Mentre l’esperienza internazionale ci mostra che la percentuale dell’economia informale solitamente diminuisce quando il livello di sviluppo cresce, in questa parte dell’Africa, invece, sembra continuerà a prosperare per molti anni ancora.

Questo rappresenta un’opportunità ma anche una vera e propria sfida per la politica locale. Il rapporto del FMI si riferisce, nello specifico, alle tante imprese familiari che producono sul mercato ma non sono registrate, ma anche alla produzione sotterranea ancora più ampia, ovvero, quella delle attività svolte da imprese registrate ma che possono ugualmente essere occultate per evitare il rispetto di norme o il pagamento delle tasse, cioè quelle semplicemente illegali. L’economia informale in quest’ultima accezione esiste in varie sfaccettature in ogni Paese, ma la definizione più ristretta sembra essere prevalente negli Stati a basso reddito.

Bisogna però comprendere perché tale settore sia così sviluppato. Da un lato, poiché fornisce opportunità occupazionali e questo è particolarmente importante in Paesi dove i dati demografici mostrano una crescente popolazione in età lavorativa, popolazione che ha dei ritmi di lavoro di gran lunga superiori rispetto a quelli del settore formale. Allo stesso tempo, però, l’informalità tende a comprendere anche attività a bassa produttività, così che, il grande settore sommerso continua ad essere caratterizzato da questo problema. Perciò, l’area del formale cresce, i guadagni produttivi si moltiplicano e la base imponibile si espande, facilitando la mobilizzazione del gettito richiesta dai servizi pubblici finanziari per sostenere lo sviluppo.

Data la relativamente grande misura dell’informalità nell’Africa sub-Sahariana, occorre chiedersi come impatti questo sull’economia. Linformalità è un caldo e sicuro nido per coloro che, nell’assenza di sufficienti opportunità lavorative nell’altro settore, hanno necessità di guadagnare e di portare a casa la pagnotta. L’area del sommerso fornisce occupazione ed entrate ad un gran numero di persone che, altrimenti, rasenterebbero la soglia di povertà. Anche l’aumento delle imprese familiari conferma che il settore informale gioca un ruolo importante nell’occupazione sub-Sahariana; tra il 55 ed il 75% delloccupazione non agricola nei Paesi a basso reddito ed in quelli ricchi di risorse viene, infatti, proprio dalle imprese familiari. La distribuzione del lavoro salariato e delle piccole imprese differisce a seconda del livello delle entrate dello Stato stesso.

Come previsto, le nazioni con entrate medio-alte hanno il tasso più alto di lavoratori salariati nell’area non agricola. Dall’altro lato, le Nazioni più ricche di risorse hanno, invece, il tasso più alto di imprese familiari per tutti i tipi di entrate. Dati sul consumo pro capite nelle famiglie, inoltre, confermano che le imprese familiari servono anche a migliorare le opportunità relative al settore agricolo. I lavoratori agricoli hanno livelli di consumo pro capite considerevolmente inferiori rispetto alle famiglie con lavoratori salariati, con una media del 60% di agricoltori e livelli di consumo sotto il 25% rispetto ai lavoratori salariati. La situazione migliora considerevolmente per queste piccole imprese, sebbene i livelli di consumo rimangono al di sotto rispetto a quelli stipendiati. Accade così per tutti gli Stati tranne che per il Rwanda e l’Uganda, dove i livelli di consumo sono simili a quelli dei lavoratori stipendiati.

In un contesto dove l’occupazione è particolarmente imponente nel settore sommerso, la produttività ha implicazioni particolarmente importanti per l’economia. Secondo alcuni calcoli della Banca Mondiale delle Imprese, il livello di produttività delle imprese informali è significativamente più basso rispetto a quelle formali. Questo riflette un livello inferiore sia di capitale umano che di livelli di abilità dei lavoratori stessi. Esistono anche grandi variazioni nel rapporto settore formale-settore informale e che significano diversi livelli di inefficienza del settore sommerso. Il divario nella produzione per ogni addetto è particolarmente ampio in alcune nazioni come Kenya, Namibia, Niger, Senegal, e Tanzania, dove imprese più produttive e imprese meno produttive coesistono in un mercato più segmentato.

In relazione, la misura dell’impresa è significativamente più piccola in quelle informali; si tratta, solitamente di microimprese con meno di cinque lavoratori, circa il 30% della misura media delle imprese legalizzate ed il 7% di quelle medio grandi. Di conseguenza, la grandezza delle imprese è minore nelle regioni ad alta informalità rispetto alle aree dove l’economia sommersa è inferiore. Le piccole realtà imprenditoriali toccano il 71% nell’Africa sub-Sahariana, percentuale molto più alta rispetto alle altre economie africane dove si arriva, al massimo, al 61%.

Sfortunatamente, in un ambiente in cui c’è un basso accesso al credito e poche condizioni per l’imprenditoria, molte delle caratteristiche delle imprese informali (pochi lavoratori e bassa produttività), sono proprio quelle che sostengono un circolo vizioso che mantiene così ampio il settore sommerso. La politica fiscale, perciò, ha un ruolo molto importante nel combattere l’espansione dell’economia sommersa: in questo ambito, le ragioni per non pagare le tasse hanno la stessa importanza del fatto che l’impresa stessa non le paga. L’informalità solitamente, implica la non adempienza nel pagamento dell’ammontare totale delle tasse; gli individui o le imprese stesse non pagano perché sono sotto la soglia che li renderebbe obbligati a farlo. La sfida della politica, quindi, è quella di creare un ambiente economico nel quale il settore formale possa prosperare e creare, così, opportunità per coloro che ora lavorano nel settore sommerso, per consentire di mantenere o migliorare i loro standard di vita.

Ci sono due modi per far sì che il settore legale cresca, secondo il rapporto del FMI: aumentare la misura delle imprese formali ed incentivare le entrate di nuove imprese formali nel mercato produttivo, magari trasformando le imprese informali in imprese legalizzate. Questo sarà possibile se il contesto imprenditoriale permetterà alle imprese sommerse di crescere e di entrare a far parte dell’altro settore. Non dimentichiamoci che il costo della finanza e l’accesso ad essa sono gli ostacoli chiave alla crescita di queste imprese. Il settore sommerso cambia lentamente ed appena l’economia cresce, perde d’importanza; questi i veri problemi da affrontare. Lefficienza del mercato finanziario è fortemente connessa alla riduzione dell’informalità e, quindi, occorre puntare a questo. L’analisi del FMI suggerisce che, creare più opportunità di migrare dallarea sommersa a quella legalizzata, accrescerebbe la produttività economica generale. Molte delle politiche che supportano la crescita del settore formale, inoltre, aiuterebbero ad accrescere anche le imprese familiari.

Le autorità non stanno aiutando: piuttosto che cercare di accrescere il gettito fiscale per queste piccole imprese, dovrebbero cambiare approccio e provare a formalizzare il settore sommerso e incentivare politiche che garantiscano guadagni sicuri alla popolazione bisognosa. Dall’altro lato, per le imprese che sono sopra i limiti di imposizione, ma, nonostante potrebbero adempiere, scelgono di evadere le tasse parzialmente o totalmente, la politica fiscale dovrebbe lavorare per combattere l’evasione fiscale. Per poter espandere il settore formale e facilitare la transizione di risorse tra i due settori, si dovrebbe facilitare l’accesso ai finanziamenti e promuovere l’efficienza del mercato produttivo. Rafforzare i mercati non è un’impresa impossibile se l’intero contesto imprenditoriale è amichevole con le piccole e medie imprese.

Poche mosse politiche, quindi, quelle che potrebbero significare la svolta: riconoscere che le imprese familiari sono una componente più che importante dell’economia locale e, quindi, focalizzarsi sulla produttività delle stesse; dall’altro lato, aumentare i controlli per combattere levasione delle imprese mediograndi e, magari, focalizzarsi sull’innovazione dello sviluppo tecnologico. Inoltre, aumentare l’accesso alla finanza e lefficienza del mercato produttivo, specialmente dove gli indicatori mostrano il divario maggiore.

 

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