mercoledì, Dicembre 11

Africa: l’area di libero scambio più grande al mondo è nata, ma …. L'AfCFTA, la maggiore occasione di sviluppo per il continente africano, entrerà in vigore, ma prima i Paesi membri devono completare il piano di lavoro

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Si è concluso ieri il summit di Ministri e capi di Stato dell’Unione Africana che, domenica 7 luglio, hanno lanciato la Zona di libero scambio continentale africana,  l’AfCFTA (African Continental Free Trade Area), l’area di libero scambio più grande al mondo per numero di Paesi coinvolti (55), con una potenzialità di 1,3 miliardi di consumatori, per un valore di 3,4 trilioni di dollari. Secondo alcuni osservatori, è la maggiore occasione di sviluppo per l’Africa.
Un mercato che fa gola a molti, a partire dai maggiori competitori sull’area, Cina e Unione Europea in testa  -si consideri che l’export africano oggi si dirige per 59% in Asia e il 69% in Europa-, anche guardando le proiezioni demografiche: nel 2050 secondo le Nazioni Unite l’Africa avrà 2,4 miliardi di persone, nel 2100 supererà i 4 miliardi.

La decisione di dare vita all’AfCFTA risale al 2012, poi sono seguiti anni di trattativa tra 2015 e 2017  -che hanno visto il ‘sogno’ di ‘mercato comune e black dignity’ rafforzarsi malgrado le difficoltà-,  a marzo 2018, poi, è stato raggiunto l’accordo da parte dei primi 44 Paesi,  lo scorso 30 maggio è stata raggiunta la soglia delle 22 ratifiche necessarie per l’entrata in vigore. All’ultimo minuto, poi sono entrati Nigeria -il Paese più popoloso dell’Africa e prima economia continentale-, e il Benin. Manca, a questo punto, la sola formalizzazione dell’Eritrea, causa il conflitto con l’Etiopia, il suo ingresso potrebbe avvenire in tempi non troppo lunghi considerando il processo di pace che sta prendendo forma tra i due. 

L’AfCFTA entrerà in vigore per i 24 Paesi che hanno ratificato l’accordo; per i rimanenti 28 firmatari non si applicherà fino a quando non ratificheranno. Ogni anno 12 milioni di persone entrano nel mercato del lavoro africano, solo  4 milioni trovano un’occupazione, è stato sottolineato dai vertici dell’Unione, un continente che ha il 60% di terre arabili non lavorate e il 30% delle risorse mondiali, ma non riesce a capitalizzarle.  L’area di libero scambio sarà molto importante come occasione di investimenti, anche esteri, e crescita produttiva, non una panacea per tutti i mali del continente, come sottolineano gli economisti africani, ma un’opportunità per quei Paesi che sapranno tessere relazioni e creare strategie economiche

L’accordo prevede l’eliminazione, entro i prossimi 5 anni, delle tariffe doganali sul 90%  dei prodotti e servizi commerciali scambiati. Obiettivo: accrescere il commercio intra-africano, che nel 2018 rappresentava appena il 17% degli scambi totali del continente fino a raggiungere la potenzialità massima stimata  dall’ECA (Economic Commission for Africa) al 50% entro il 2022 (rispetto al flusso 2010), stime del 2012 prevedevano un aumento fino al 52,3%.
Cerimonie a parte le trattative sono ancora in corso tra i rappresentanti dei diversi Paesi aderenti, e molti sono gli ostacoli che nel corso degli anni si sono dovuti superare -e alcuni sono ancora lì sul terreno- per arrivare a questa ‘partenza’ ufficiale.

Le problematiche sulle quali i 55 Paesi dovranno lavorare perché i presupposti di sviluppo si realizzano, secondo alcuni esperti, sono ancora molto importanti, a partire dall’armonizzazione delle tariffe doganali in tutto il continente, che inizialmente era prevista entro il 2019, e l’individuazione e applicazione di misure pratiche di facilitazione del commercio
«Il libero scambio sotto AfCFTA non è ancora iniziato; non tutti i Paesi hanno aderito all’AfCFTA; non sono state introdotte misure di facilitazione degli scambi a livello continentale; non esiste una tariffa esterna comune; e la completa liberalizzazione – la rimozione delle tariffe su tutte le merci – non avverrà secondo i piani attuali», sottolinea Archie Matheson di Botho Emerging Markets Group, in un intervento su ‘African Arguments’. Il «90% delle merci sarà liberalizzato nel corso di 5-8 anni; il 7% delle merci sarà classificato come ‘sensibile’ e liberalizzato per 10-13 anni; e il 3% delle merci sarà completamente esentato dalla libera circolazione. L’assegnazione di beni a queste diverse categorie deve ancora essere negoziata».

I negoziatori sono al lavoro, ma molto dipenderà anche dalla politica. Tutto questo fa dire a Matheson che «non è chiaro quale sarà l’impatto di AfCFTA e quando inizierà a farsi sentire». Si sottolinea che «aree commerciali già esistenti come l’EAC e il mercato comune per l’Africa orientale e meridionale (COMESA) hanno già introdotto il libero scambio regionale, ma continuano a far fronte a numerose sfide pratiche relative agli ostacoli non tariffari . Probabilmente, questi problemi dovrebbero essere affrontati prima di dedicare troppa attenzione a iniziative continentali più ambiziose, soprattutto perché le sfide regionali saranno le stesse di quelle con cui l’AfCFTA alla fine dovrà fare i conti per avere successo. In effetti, il preambolo dell’accordo che istituisce l’AFCFTA riconosce le comunità economiche regionali esistenti “come blocchi costruttivi verso la creazione di AfCFTA”». 

L’Africa ha già una serie di aree di scambio, secondo alcuni osservatori area che sono in competizione e qualche volta sovrapposte: si va dall’ECOWAS a ovest, all’EAC a est, al SADC a sud e al COMESA a est ea sud. Questeareedovranno dialogare e trattare con  AfCFTA, cosa che potrebbe essere per nulla facile. Queste comunità economiche regionali continueranno a commerciare tra loro come fanno ora, ma come si rapporteranno con la nuova area continentale resta da capire. E’ un tema politico ma anche burocratico non da poco.

A ciò si aggiungono difficoltà non così collaterali come potrebbero sembrare, come spiega padre Giulio Albanese in un intervento di queste ore sui media cattolici italiani. C’è la «questione della crescita del Pil, finora legata fondamentalmente al terziario e alla vendita – o forse sarebbe meglio dire svendita – di materie prime, risorse minerarie ed energetiche, in primis il petrolio. C’è poi la questione del debito  che continua ad aumentare in tutto il continente, nonostante le iniziative di 15 anni fa di Fmi, Banca Mondiale, Banca Africana di Sviluppo lo abbiano non solo ridotto, ma addirittura cancellato in alcuni casi. Ultimamente sta risalendo, siamo intorno ai 700 miliardi di dollari per l’Africa subsahariana.  È un fenomeno preoccupante perché di fatto il debito è stato finanziarizzato, questo significa che il pagamento degli interessi è legato alle speculazioni di borsa, un sistema che mette in grande difficoltà i Paesi africani».
Si sottolinea, per altro, che è da considerare le difficoltà che ancora incontra il processo di industrializzazione in Africa, e la grande carenza di infrastrutture, vaste aree di instabilità determinata da scontri, guerre anche a bassa intensità, terrorismo, eccessiva burocrazia alle frontiere e corruzione. Tutti elementi che frenano le potenzialità dell’area di libero scambio.
Da non sottovalutare la grande differenza nel peso economico dei Paesi  membri che complica i negoziati in corso. La Nigeria, l’Egitto e il Sudafrica rappresentano oltre il 50% del PIL dell’Africa, mentre le sei Nazioni insulari rappresentano circa l’1%. Già affrontare e risolvere il problema per amalgamare i diversi membri dell’area sarà impresa per nulla facile, e dalla riuscita dell’operazione potrebbe dipendere il buon avvio dell’iniziativa.

I sostenitori malgrado tutte queste difficoltà che restano da superare, sostengono che l’area contribuirà a sbloccare il potenziale economico africano,  aumentando il commercio intraregionale, rafforzando le catene di approvvigionamento e diffondendo le competenze. 

L’accordo è entrato in vigore formalmente  -come detto per i Paesi che lo hanno ratificato- ma tre importanti negoziati è necessario che si concludino prima che l’accordo diventi operativoIl piano di lavoro che attende negoziatori e governi ci viene dettagliato dal Peterson Institute for International Economics.

In primo luogo, i governi devono presentare i loro programmi di concessioni tariffarie per indicare le tariffe ridotte da applicare alle merci che entrano nel mercato. I paesi e le comunità economiche regionali stanno lavorando agli orari e devono ancora presentarli. La preparazione di questi programmi è un compito complesso da non sottovalutare. Inoltre, una volta presentati i  piani, normalmente devono essere intraprese le negoziazioni per aprire nuove opportunità di esportazione. Questi negoziati sono particolarmente importanti per l’AfCFTA, dato che i paesi possono escludere fino al 3% dei loro prodotti dalle riduzioni tariffarie, che potrebbero limitare significativamente l’effettiva liberalizzazione degli scambi. A questo punto, le offerte di mercato negoziate devono essere presentate per l’adozione entro gennaio 2020, ma questo potrebbe cambiare.
In secondo luogo, affinché le merci siano ammissibili al trattamento tariffario preferenziale a titolo dell’AfCFTA, devono soddisfare determinati criteri per dimostrare che provengono effettivamente dai paesi AfCFTA. Questi requisiti sono attualmente in fase di negoziazione, ma ancora una volta, è un compito complicato e dispendioso in termini di tempo. Inoltre, la consultazione con il settore privato è fondamentale per garantire che le norme di origine riflettano adeguatamente la struttura produttiva nella regione e, cosa più importante, che possano effettivamente consentire gli scambi, non ostacolarla.
E terzo, nel caso degli scambi di servizi, i governi hanno deciso di concentrarsi inizialmente su cinque settori critici: trasporti, comunicazione, finanza, servizi alle imprese e turismo. Per cominciare, devono presentare i loro programmi di impegni specifici per specificare il trattamento di servizi e fornitori di servizi nei paesi AfCFTA. Come nel caso delle merci, normalmente, dopo che i paesi hanno presentato i loro programmi, dovrebbero negoziare la liberalizzazione del mercato. Le offerte negoziate dovrebbero essere presentate per l’adozione entro gennaio 2020.
I ministri del commercio africani si incontreranno all’inizio di giugno, a Kampala, in Uganda, per riesaminare il lavoro su questi temi. Per sostenere il processo, i ministri potrebbero impegnarsi a intensificare gli sforzi di consultazione con il settore privato e ad un risultato che realizzerà effettivamente i risultati attesi, che in questa fase fondamentalmente implica resistere alle pressioni protezionistiche per escludere i prodotti di grande potenziale commerciale, adottare norme di origine rigorose o limitare gli scambi in determinati settori dei servizi. Parallelamente, gli sforzi dovrebbero concentrarsi sul rafforzamento del contesto istituzionale dell’AFCFTA, in particolare istituendo il Segretariato AfCFTA, preparando una dettagliata tabella di marcia per l’attuazione e rafforzando le capacità dei governi di promuovere esportazioni e investimenti e, più in generale, migliorare il clima degli affari.

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