mercoledì, Ottobre 28

Africa Covid-19: numeri che non tornano e tunnel di disinfezione Brevettati in Made in India e Nigeria i tunnel sono stati bocciati da Unione Africana, OMS e Africa Centers for Disease Control and Prevention, eppure nel continente dove i numeri del coronavirus non tornano, proliferano

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Dall’inizio della pandemia da coronavirus COVID-19 l’Africa rimane un mistero. I sistemi sanitari della maggioranza dei Paesi sono inadatti per affrontare proporzioni di contagio simili a quelle di Cina, Europa e Stati Uniti. La percentuale di contagio è fino ad ora nettamente inferiore rispetto agli altri continenti. L’ultimo rapporto del OMS (del 09 luglio 2020) parla di 410.744 contagi e 7.559 decessi. La percentuale di contagio su tutta la popolazione del continente è 0,034%, mentre quella dei decessi sui contagiati è del 1,9%.

Cifre ben lontane dalle previsioni fatte in marzo dal OMS, che parlava della possibilità che il virus potesse contagiare dai 29 ai 44 milioni di persone. Le mancate previsioni (per fortuna degli africani) lasciano perplessi ricercatori e medici. In Africa le possibilità di contagio sono ben maggiori di quelle dei Paesi del cosiddetto ‘Primo Mondo’. Varie le spiegazioni fornite.
Il
ceppo africano del virus SARS-CoV-2 che genera la malattia COVID-19 potrebbe essere geneticamente più debole rispetto agli altri. Il clima caldo potrebbe inibirlo e rendere più difficile il contagio. Il sistema immunitario degli africani, già abituato a malattie endemiche come la malaria, sarebbe più resistente e riuscirebbe a meglio combattere il coronavirus.
I
Paesi africani avrebbero agito tempestivamente nell’applicazione delle misure di contenimentodella pandemia rispetto a Cina, Europa e Stati Uniti. Un’ultima ipotesi è legata alla strutturale debolezza dei sistemi sanitari nazionali che non sarebbero in grado di depistare la reale entità del contagio. Si fa appello anche alla scarsità dei test diagnostici (per altro scarsi anche in Europa). Quindi il numero di contagiati sarebbe nettamente superiore a quello dichiarato.
Questa ultima ipotesi è certamente vera per il Burundi, che, per ragioni di convenienza politica, ha deliberatamente ignorato il rischio di contagio promuovendo raduni politici di massa e le elezioni lo scorso maggio, cercando solo la scorsa settimana di correre ai ripari dopo che il contagio ha raggiunto livelli apocalittici.

Ipotesi di numeri non reali sui casi effettivi di contagio avrebbe (in parte) contributo alla recente decisione dell’Unione Europea di aprire lo spazio Shengen a 4 soli Paesi africani: Algeria, Marocco, Rwanda e Tunisia. Una decisione rivista al ribasso rispetto a quella presa lo scorso 26 giugno, quando i Paesi africani autorizzati erano 11: Algeria, Angola, Egitto, Etiopia, Marocco, Namibia, Rwanda, Tanzania, Uganda e Zambia.

Una decisione di certo non basata sui numeri dichiarati del contagio, visto che l’Algeria conta 17.348 contagi e il Marocco 14.771 mentre Angola, Namibia, Uganda e Zambia (inseriti nella lista del 26 giugno) contano rispettivamente: 396, 593, 977 e 1.895 casi di contagio. La decisione ha alimentato forti critiche da parte di tutti i Paesi africani, che ora minacciano di applicare la reciprocità impedendo agli europei di giungere nei loro Paesi,adducendo il fatto che i contagi registrati in Europa sono quasi 7 volte superiori, in termini percentuali, a quelli registrati in Africa.
La maggioranza dei
Paesi africani esclusi dall’ingresso in Unione Europea fanno inoltre notare che sono stati proprio i cittadini europei (e non i cinesi) a portare il virus nel continente, lo scorso marzo. La decisione UE rischia di compromettere i rapporti con l’Africa.

Qualunque sia la ragione del basso (fino ad ora)contagio da coronavirus Covid-19 in Africa, l’Africa Centers for Disease Control and Prevention ha avvertito che il continente ha oltrepassato il numero critico dei contagi e che ora la pandemia starebbe accelerando. Nel lanciare l’allarme, il CDC Africa ha dichiarato un numero di contagi superiore rispetto ai numeriforniti dall’OMS, arrivando a contarne 522.000, non si sa su quali basi.

Numeri contenuti o meno, contagiati non dichiarati o non rilevati o meno, contenimento del virus effettivo o meno, è innegabile l’impatto negativo sulla crescita economica del continente africano. Vari Paesi hanno richiesto prestiti bilaterali e multilaterali per aiutare a combattere il virus. La Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite, l’ECA, in un rapporto afferma che milioni di posti di lavoro sono ora a rischio.

La maggioranza dei governi africani sono impegnati nella difficile battaglia contro la pandemia e nella ricerca di sfide logistiche e tecnologiche per combatterla. Dai kit di test rapidi, alle attrezzature preventive personali, alle distanze sociali; e poi ventilatori, mascherine, set per il lavaggio delle mani ecc. Misure importanti visto che la maggioranza dei Paesi africani apriranno le loro frontiere tra metà luglio e agosto.

Questa ricerca spasmodica di misure preventive rischia tra il resto di alimentare truffe o, nel migliore dei casi, speculazioni ideate da multinazionali senza scrupoli. Potrebbe esserci questo rischio nell’introduzione dei ‘tunnel di disinfezione’.
L’inventore di questi tunnel è il dottor Aviansh Kumar Agarwal, che li ha progettati presso l’Indian Institute of Technology Kanpur, in India. «Il tunnel non necessita di controllo umano ed è gestito con l’aiuto di sensori a ultrasuoni e microcontrollori. Ha due camere con tre diversi livelli di disinfezione», spiega il Agarwal. «Quando una persona entra nella prima camera del tunnel,uno spray di disinfettante liquido ionizzato viene spruzzato sulla persona. Questo spray liquido ionizzato è più efficace di quelli normali poiché il liquido si distribuisce saldamente sulla pelle della persona. Inoltre, ha la capacità di neutralizzare il virus dalla superficie in modo più efficace rispetto ai normali spray. Nella seconda camera, la persona sperimenta una esplosione di aria calda di 70 gradi centigradi. Questo per assicurarsi che tutti i batteri sopravvissuti al disinfettante vengano uccisi dal calore. Quindi il secondo processo nella seconda camera è l’esposizione di luce UVClontana con una lunghezza d’onda compresa tra 207 e 222 nm. Questa luce ha la capacità di uccidere il virus ed è sicura per gli occhi e la pelle umani».
Il tunnel di disinfezione impiega dai 20 ai 25 secondi per la sterilizzazione di ogni persona, riuscendo a disinfettare 2 persone in un minuto e 120 in un’ora. Commercializzato da due multinazionali indiane l’utilizzo del tunnel antiCovid19 in diverse parti dell’Africa ha cominciato a diffondersi molto rapidamente, sia in strutture pubbliche che private.
Le
due multinazionali indiane si sono trovate a fronteggiare una inaspettata concorrenza locale. Un brevetto simile è stato ideato dal professore Labode Popoola, vice Direttore dell’Università di Osun (UNIOSUN) nel sud-ovest della Nigeria. Il professore Popoola ha ideato il suo tunnel di sanificazione meccanica ed è meno costoso, più semplice e, a suo parere, più efficace di quelli brevettati in India.

Il proliferare di questi tunnel (indiani o nigeriani) sta seriamente preoccupando il CDC e l’Unione Africana che, dopo aver istituito una commissione di studi, hanno pubblicato un rapporto sui tunnel. Il rapporto, scritto in collaborazione con la rete africana di controllo delle infezioni (ICAN) del Sudafrica ha dichiarato: «Non è consigliabile spruzzare direttamente gli esseri umani con disinfettante chimico o esporli ai raggi UV-C nei tunnel di disinfestazione». Lo studio è stato incentrato su: l’uso di spray per disinfezione chimica e esposizione delle persone a raggi ultravioletti. La pratica di irrorazione degli esseri umani è estremamente pericolosa, poiché i disinfettanti chimici utilizzati sono progettati per l’uso su superfici dure.

Il rapporto, che non è ancora disponibile sul sito CDC, ma che è stato messo a disposizione dei vari Ministeri della Sanità, ha concluso che oltre ai preoccupanti effetti collaterali sulla salute, non esistono prove che l’uso dei tunnel possa ridurre la trasmissione di eventuali malattie infettive, e in primis il Covid19. Il capo del comitato consultivo scientifico del ICAN Sudafrica, ilprofessore Salim Abdool Karim, ha criticato l’uso crescente di ‘tunnel di sanificazione durante un briefing con i media. Li ha definiti come ‘pericolosi’ e ‘inutili’, i cui benefici sarebbero ‘non percepibili’. «Non è consigliabile spruzzare persone con disinfettanti (in un tunnel, o in una camera). Questa pratica potrebbe essere fisicamente e psicologicamente dannosa e non ridurrebbe la capacità di una persona infetta di diffondere il virus attraverso goccioline o contatto. Anche se una persona infetta da COVID-19 attraversa un tunnel o una camera di disinfezione, non appena inizia a parlare, tossire o starnutire, può comunque diffondere il virus. L’effetto tossico della nebulizzazione con sostanze chimiche, come il cloro, può causare irritazione agli occhi e alla pelle, broncospasmo dovuto all’inalazione e effetti potenzialmente gastrointestinali, come nausea e vomito», spiega il professore Abdool.
Identico parere dall’OMS che ha chiaramente messo in guardia contro i tunnel di sanificazione e altre misure simili, facendo notare: «Oltre alle preoccupazioni per la sicurezza sanitaria, l’uso del cloro nelle pratiche di irrorazione su larga scala può impedire che questa risorsa venga utilizzata per importanti interventi come il trattamento dell’acqua potabile e la disinfezione ambientale delle strutture sanitarie».

Nonostante i tunnel antiCovid19 siano stati bocciati, e probabilmente anche proibiti in alcuni Stati, in Africa le installazioni continuano. Il che, comunque, non impedisce lo sviluppo della ricerca a 360° gradi.
Il Centro Ghanese di Ricerca Malattie Infettive è coinvolto nella ricerca di farmaci per combattere il virus. In Somalia, Camerun, Nigeria si stanno sviluppando prototipi di ventilatori locali a basso costo. In Algeria e Senegal si stanno sviluppando kit di test rapidi. Nei parchi industriali in Etiopia
è stata intrapresa la produzione su vasta scala di mascherine. Ditte keniote e nigeriane producono attrezzature (assai bizzarre) da indossare per garantire la distanza sociale. Nel Botswana si sta lavorando ad una app di tracciamento dei contatti per la risposta al virus.

Tutti questi sforzi, benefici anche per l’economia, evidenziano la volontà del continente africano di ‘aiutare se stesso’, accettando la sfida pandemica. Sfida fatta propria da centinaia di migliaia, forsemilioni, di persone in tutta l’Africa che producono mascherine fatte in casa. 

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