domenica, Febbraio 17

Afghanistan: le prospettive dell’accordo Usa-talebani Si moltiplicano le incognite sul futuro

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Dopo una settimana circa di colloqui diplomatici presso Doha, la delegazione talebana guidata da Mullah Abdul Ghani Baradar e gli emissari statunitensi coordinati da Zalmay Khalilzad avrebbero stilato una bozza di accordo per stabilizzare l’Afghanistan una volta terminata l’occupazione statunitense. Nello specifico, Washington ha ribadito il proprio impegno a ritirare il contingente composto da quasi 15.000 effettivi e a formare una Commissione incaricata di elaborare un calendario che scandisca con precisione i termini del disimpegno. I guerriglieri islamici, dal canto loro, hanno invece accettato di inaugurare una fase di cessate-il-fuoco associata al prolungamento delle attività di contrasto nei confronti delle formazioni jihadiste attive all’interno del Paese, a partire da al-Qaeda e ‘Stato Islamico’.

Questi i punti salienti dell’intesa, su cui continuano tuttavia ad aleggiare incognite assai rilevanti. Specie per quanto riguarda la durata del cessate-il-fuoco e il suo rispetto effettivo da parte dei talebani, oltre alle modifiche che questi ultimi hanno predisposto per allineare la Costituzione afghana agli standard della Sharia e alla possibilità che gli Usa intendano proseguire il conflitto in maniera ‘non convenzionale’. Sia Khalilzad che il segretario di Stato Mike Pompeo hanno espresso fiducia in merito alla buona fede della controparte, nonostante i talebani si siano mostrati tutt’altro che disponibili a coinvolgere nei colloqui le disprezzate autorità di Kabul, da sempre bollate di collaborazionismo. Per i ‘barbuti’, occorre in primo luogo formalizzare un’intesa sul ritiro delle truppe straniere, raggiunta la quale si potranno avviare trattative con il ‘governo fantoccio’ locale guidato da Ashraf Ghani. Al quale lo stesso Khalilzad ha recentemente fornito solide rassicurazioni circa il fatto che tutte le decisioni di rilievo, comprese quelle relative al ritiro delle truppe Usa, verranno prese di comune accordo con i suoi ministri.

La speranza del capo negoziatore statunitense è che l’intesa appena siglata, la prima da molti anni a questa parte, segni una svolta cruciale in grado di porre fine una volta per tutte a un conflitto incredibilmente lungo e costoso; rimanendo al fattore pecuniario, i diciassette anni di occupazione hanno richiesto un esborso pari a quasi un trilione di dollari, a cui vanno addizionate le ancora non ingenti somme depositate nei forzieri delle agenzie internazionali per supportare l’opera di nation building. In termini di vite umane, si parla di ben 2.149 soldati statunitensi morti sul campo di battaglia.

In un’intervista rilasciata alla televisione nazionale, il premier afghano si è tuttavia mostrato assai meno ottimista rispetto agli emissari statunitensi circa le prospettive che l’accordo tra Usa e talebani apre dinnanzi all’Afghanistan. A suo avviso, l’ultraquarantennale stato di guerra civile in cui il Paese si ritrova tuttora invischiato lo si deve anche ai cattivi accordi che sono stati raggiunti nel corso del tempo; accordi buoni ‘sulla carta’, ma assolutamente privi di sostanza e di legittimazione all’interno della società. Uno degli ostacoli più consistenti in tal senso è dato indubbiamente dal fattore tempo: settimane fa Ghani ha dichiarato che un processo di pace funzionale avrebbe richiesto non meno di un lustro, ma concretissime ragioni elettorali – il prossimo anno si terranno le elezioni presidenziali – spingono l’amministrazione Trump a ricercare con frenesia il disimpegno, anche a costo di licenziare uno strenuo oppositore come il segretario alla Difesa James Mattis. I talebani, pienamente consapevoli di queste dinamiche, non esiteranno con ogni probabilità ad approfittare della situazione per trarne i maggiori vantaggi possibili. Ne è convinto l’esperto Andrew J. Bacevich, secondo cui «gli Stati Uniti hanno fallito in Afghanistan, ma la sicurezza nazionale è alla ricerca di modi per mascherare quel fallimento. In definitiva, sarà lasciato al popolo afghano decidere il proprio destino. I risultati immediati saranno tutt’altro che gradevoli».

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