venerdì, Febbraio 28

Afghanistan: gli Stati Uniti al tavolo con i talebani L' inviato USA, Zalmay Khalilzad, avrebbe incontrato Khairullah Khairkhwah e Mohammed Fazl

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La notizia non è di quelle che conquistano le prime pagine dei giornali, ma vale la pena raccontarla perché apre uno spiraglio discreto su quella diplomazia sotterranea che in Medio Oriente conta più di qualsiasi presa di posizione ufficiale.

Alcuni leader talebani hanno recentemente incontrato nel loro ufficio politico di Doha, in Qatar, l’inviato degli Stati Uniti in Afghanistan, Zalmay Khalilzad. Pare che al tavolo, in rappresentanza dei talebani, fossero seduti due ex detenuti della prigione di Guantanamo: Khairullah Khairkhwah, ex governatore di Herat, e Mohammed Fazl, ex capo dell’esercito talebano, entrambi rilasciati nel 2014 in uno scambio di prigionieri per la liberazione del sergente statunitense Bowe Bergdahl, ostaggio in Afghanistan dal 2009.

I colloqui in Qatar, non confermati dal Dipartimento di Stato americano ma lasciati filtrare alla stampa da rappresentanti talebani, pare che vadano avanti da alcuni mesi. Khalilzad avrebbe già avuto contatti con i talebani a Doha almeno due volte dopo il fallito cessate il fuoco di giugno, durato appena tre giorni.

In Afghanistan la guerra è diventata quasi endemica, dura da diciassette anni. Da un lato c’è il governo di Kabul, sostenuto dall’occidente, dall’altro l’insorgenza talebana, a sua volta messa a dura prova da violenti scontri con cellule dell’Isis. Un inferno afghano complicato dalle ingerenze di Teheran: le brigate Fatemiyoun, protagoniste della guerra siriana al fianco del presidente Bashar al Assad, sono composte da sciiti afghani arruolati dall’Iran. E così molti degli attentati rivendicati dall’Isis in Afghanistan colpiscono le zone abitate dalla popolazione sciita, come la parte ovest di Kabul.

In ottobre, nel corso di un attacco dei talebani nella provincia di Kandahar, è rimasto ferito anche un ufficiale dell’esercito statunitense, Jeffrey Smiley. I talebani stanno alzando la posta in gioco: a Kabul chiedono la formazione di un nuovo governo dove possano avere una rappresentanza.

L’inviato degli Stati Uniti in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, è l’uomo che l’amministrazione Trump ha scelto per uscire dal ginepraio. È afghano, parla una delle lingue locali, il pasthun, ma anche il farsi, la lingua di Teheran. Lavora al Dipartimento di Stato americano dai tempi di Reagan. Alla fine degli anni 90 era consulente della Unocal, la compagnia petrolifera statunitense che prima dell’11 settembre progettava con il governo talebano di Kabul la costruzione di due gasdotti che avrebbero attraversato tutto il paese cambiando l’economia locale. Ai tempi del presidente George W. Bush, Khalilzad è stato ambasciatore americano prima in Afghanistan, poi in Iraq.

Le idee Zalmay Khalilzad adesso le ha chiare: la colpa del caos afghano sarebbe del Pakistan, colpevole di proteggere all’interno dei suoi confini i leader dell’insorgenza talebana. Una visione che Trump condivide fino in fondo e che lunedì ha trovato sfogo sul suo account Twitter: il presidente americano ha accusato il Pakistan di non fare ‘una sola dannata cosa’ per gli Stati Uniti in Afghanistan.

Nel 2007 Khalilzad la pensava diversamente: all’epoca spiegava che a fornire gli aiuti più importanti ai talebani in Afghanistan, in funzione anti-americana, era il vicino Iran. Il fatto stesso che oggi i talebani abbiano un ufficio politico in Qatar, il paese del Golfo più vicino a Teheran, dovrebbe dirla lunga sui legami attuali. Ma oggi la narrativa è cambiata: anche il presidente iraniano Hassan Rouhani evita di criticare ufficialmente la presenza dell’esercito americano in Afghanistan, dipingendola come una scelta indipendente del governo locale.

Malgrado la retorica di questi mesi e l’entrata in vigore delle pesanti sanzioni americane all’Iran, Washington non sembra cercare lo scontro con Teheran quando si parla di Afghanistan. Del resto, il suo inviato, Khalilzad, è un uomo di frontiera: ai tempi di Bush junior l’ex segretario di Stato americano Condoleeza Rice, ogni volta che si riferiva alle possibilità di dialogo con Teheran, parlava di un ‘canale Zal’. Un canale non sempre ufficiale che doveva essere attivo fin dai tempi della guerra in Afghanistan alla fine degli anni 70, quando l’ayatollah iraniano Ruhollah Khomeini nella guerra contro i sovietici sosteneva i mujaheddin afghani al fianco degli Stati Uniti.

Il canale ‘Zal’ sembra essere rimasto intatto a prescindere dall’avvicendarsi delle amministrazioni americane. Nel 2014 quando alcuni quotidiani austriaci scrissero che Khalilzad e la moglie erano indagati nel paese per riciclaggio di denaro sporco, si venne presto a sapere che le accuse del tribunale austriaco erano state subito ritirate ed erano finite nel nulla.

Coincidenza o meno, nel momento in cui a Doha Khalilzad sta dialogando con i leader talebani, il Qatar comincia a vedere una via di uscita al lungo embargo che i Paesi del Golfo gli hanno imposto per via delle sue posizioni vicine a Teheran.

Il vice-ministro del Kuwait, Khalil al Jarallah, lunedì ha annunciato che il Qatar potrà partecipare al prossimo Consiglio della Cooperazione del Golfo che si terrà in dicembre a Riad, in Arabia Saudita. Potrebbe essere la fine della lunga crisi diplomatica.  

In ottobre l’attivissimo Khalilzad, oltre che a Doha, ha fatto tappa in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. È improbabile che qualcuno ci racconti quali accordi sono stati presi dietro le quinte per arrivare a questo nuovo sviluppo tra il Qatar e i Paesi del Golfo. Eppure, una cosa è chiara: la guerra in Afghanistan, a quasi quaranta anni di distanza dall’inizio del primo conflitto nel 1979, è uno dei cardini sul quale ancora oggi si giocano le sorti del Medio Oriente.

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