sabato, Settembre 21

Afghanistan: finalmente l’accordo tra USA e talebani? Un accordo «in via di principio» c'è, afferma l'inviato speciale americano per l'Afghanistan Zalmay Khalilzad, ma manca la firma di Donald Trump

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L’accordo è stato trovato: gli Stati Uniti ritireranno 5.400 soldati dall’Afghanistan entro 135 giorni dalla firma di un accordo con i talebani. Questa sarebbe la prima fase di quello che dovrebbe essere il ritiro graduale di tutti i 14 mila militari presenti nel Paese. Lo ha annunciato l’inviato speciale americano per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad, affermando che gli USA hanno raggiunto un accordo «in via di principio» con i ribelli, ma avvertendo che «non sarà definitivo finché non sarà approvato dal Presidente Trump».

Poco dopo l’incontro tra il presidente Ashraf Ghani e l’inviato americano dedicato al progetto dell’accordo di pace con i ribelli afgani, un attentato a Kabul è stato rivendicato dai talebani. Il bilancio è di 16 morti e 119 feriti. Secondo il Portavoce del Ministero dell’Interno, Nasrat Rahimi, «l’esplosione è stata causata da un trattore carico di esplosivi». L‘autobomba guidata da un attentatore suicida è stata fatta esplodere al Green Village, il quartiere di Kabul dove risiedono molti stranieri e si trovano gli uffici delle organizzazioni internazionali. Il 6 agosto, a Kabul, un’esplosione di un’autobomba davanti ad una stazione di Polizia aveva provocato la morte di 14 persone, ferendone circa 150. Il leader dei talebani, Mullah Haibatullah Akhundzada, aveva detto che gli Stati Uniti avrebbero sollevato dei dubbi e incertezze sull’accordo, mentre il portavoce del gruppo, Zabihullah Mujahid, ha fatto capire che si era trattato di una ritorsione contro loffensiva che le forze governative continuano a condurre nelle campagne.

«Ampia conversazione con il segretario di Stato Usa Mike Pompeo sugli attuali problemi della sicurezza. La Nato sostiene pienamente gli sforzi per raggiungere la pace in Afghanistan. Condanno i recenti orribili attacchi e la Nato rimane impegnata a sostenere le forze afghane», ha scritto ieri su Twitter il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg che oggi ha incontrato a Bruxelles il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo il quale, subito dopo, ha avuto un colloqui con  il prossimo presidente del Consiglio Europeo Charles Michel che ha twittato: «Ho parlato con il segretario di Stato stamani dei nostri valori condivisi e degli interessi comuni l’Europa e gli Usa beneficiano entrambi di una maggiore collaborazione transatlantica».

L’inviato americano ha dichiarato che, nell’ambito dell’accordo, nella prima fase, le province di Kabul e Parwan – dove si trova l’aeroporto di Bagram – vedranno una riduzione della violenza. Ma secondo Khalilzad  il ritorno di un emirato islamico, il termine usato per il sistema di governo dei talebani, con la forza non è accettabile. Un possibile ritorno di un emirato islamico come parte di un accordo di pace tra Stati Uniti e talebani è stato un argomento molto dibattuto che aumenta le preoccupazioni sulla perdita dei risultati raggiunti dal Paese negli ultimi diciotto anni.

Per questo Khalilzad ha dichiarato che il Presidente Trump deciderà a quale livello verrà firmato l’accordo tra i funzionari delle due parti. «Se le idee di una parte vengono tentate di essere sostenute con la forza dalle altre, il risultato sarà una guerra», ha avvisato l’inviato speciale americano che ha tenuto colloqui separati con i leader del governo afghano, il presidente Ashraf Ghani e il suo vice Abdullah Abdullah il cui portavoce Omid Maisam ha detto: «Khalilzad ha tenuto colloqui con il direttore generale in cui ha annunciato la volontà e la determinazione del popolo afghano per una pace nazionale».

Per il portavoce presidenziale Sediq Sediqqi Ghani “ha visto” l’accordo e “i dettagli chiave” del documento sono stati condivisi con lui: «Il Governo afgano ha i dettagli dell’accordo. Consulteremo e studieremo approfonditamente questo [documento]e cercheremo di formulare la nostra osservazione sulla base dei nostri interessi nazionali. Gli sforzi degli Stati Uniti e dei nostri alleati porteranno a un risultato quando i talebani avvieranno negoziati diretti con il Governo afghano e assisteremo a un cessate il fuoco e alla fine della violenza» ha affermato Sediqqi.

L’inviato degli Stati Uniti ha anche tenuto colloqui con l’ex presidente Hamid Karzai, l’ex vice presidente Mohammad Younus Qanooni, il secondo vice amministratore delegato Mohammad Mohaqiq e altri politici a Kabul e ha discusso questioni relative all’accordo di pace. Dalla sua nomina, Khalilzad ha tenuto nove round di colloqui con i talebani a Doha e negli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, durante questo periodo, ci sono state notizie contrastanti sull’intenzione degli Stati Uniti di portare una pace sostenibile in Afghanistan.

Gli sforzi del signor Khalilzad sono stati in gran parte avvolti in segreto. Il 9 maggio, il sesto round di colloqui USA-Talebani si è concluso nella capitale del Qatar, Doha. I colloqui finora si sono concentrati su quattro questioni chiave: ritiro delle forze statunitensi, garanzie antiterrorismo, cessate il fuoco e negoziati intra-afgani. Obiettivo del Governo americano è stato sempre quello cercare di introdurre i talebani ad un dialogo intra-afghano più ampio sulla struttura del Paese. Negli anni, però, i talebani si sono riorganizzati e rinforzati e, ad oggi, controllano la maggior parte del Paese. Secondo le stime del 41esimo rapporto trimestrale SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction) relativo all’ottobre 2018, i talebani controllano oltre il 55% del territorio afghano.

La scorsa settimana, il segretario di Stato americano Mike Pompeo aveva dichiarato che Washington non sta cercando una presenza militare permanente in Afghanistan dopo che i talebani hanno dichiarato di essere vicini alla conclusione di un accordo di pace con gli Stati Uniti. Questo mentre nel Paese la situazione è molto difficile: l’ultimo aggiornamento pubblicato dalle Nazioni Unite riporta che nella prima metà del 2019 sono state 3.812 le vittime civili  (1.366 morti e 2.446 feriticausate dalla guerra in atto. E il prossimo 28 settembre sarà una data cruciale per l’Afghanistan. Quel giorno dovrebbero tenersi le elezioni presidenziali, che da quando sono state indette nel 2018, sono state già rinviate due volte per avere più tempo per laddestramento del personale, in modo che non si ripresentassero i problemi emersi durante le elezioni parlamentari di ottobre, quando furono accumulati ritardi con il sistema di identificazione biometrica degli elettori, e, quindi, tentare di ridurre il rischio di frodi.

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