venerdì, Settembre 18

Afghanistan: distanze a confronto Domani, a 19 anni dall’attacco alle Torri Gemelle, al via i colloqui inter-afghani: molte le distanze di un percorso che appare accidentato, con sul collo il fiato di Trump

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Domani, in Qatar, inizieranno i colloqui di pace tra i talebani e il Governo dell’Afghanistan. Il giorno dopo il 19° anniversario dall’attacco alle Torri Gemelle, con la mediazione degli Stati Uniti-nel contesto di un ‘accordo di pace’ che Washington ha mediato con i talebani e sottoscritto a febbraio-, USA che da questa guerra vogliono uscire il prima possibile, i colloqui inter-afghani prendono finalmente il via. Obiettivo: definire una road map per il Paese dopo la fine del conflitto.

Anthony H. Cordesman, esperto di politica della sicurezza degli Stati Uniti, esperto militare per il Medio Oriente, già consulente dei Dipartimenti di Stato e di Difesa nelle guerre in Afghanistan e in Iraq, e consulente dell’Esercito americano e della NATO, per il Center for Strategic and International Studies (CSIS), ha sostenuto che in Afghanistan, «gli Stati Uniti sono stati costretti a cercare una pace in cui devono cercare di utilizzare un movimento terroristico come i talebani per aiutare a sconfiggere la diffusione di un altro movimento terroristico come l’ISIS nello stesso Paese». E infatti gli Stati Uniti sono i veri protagonisti di questi colloqui, secondo molti osservatori saranno loro i ‘guardiani’, secondo il loro obiettivo di ‘uscita’. Non è un caso che proprio ieri sia stata definita l’uscita dei primi 4.600 soldati americani dal Paese, oltre la metà del totale.

L’inizio dei negoziati è stato annunciato ieri in una nota dai talebani, dal Ministero degli Esteri del Qatar e da Sediq Sediqqi, portavoce del Presidente afghano Ashraf Ghani. A ‘benedire’ l’avvio dei colloqui ci sarà Mike Pompeo, Segretario di Stato USA.
«Gli afghani seduti insieme allo stesso tavolo per una riconciliazione», ha detto Pompeo, sono un passo «verso la riduzione della violenza e un governo che rifletta il Paese», ovvero «ciò che gli afghani vogliono». Ma anche «una opportunità per ridurre i rischi per gli americani». Avvertendo subito dopo che «in Afghanistan non ci possono essere garanzie» e che «gli Stati Uniti sono pronti»a mandare nuove truppe nel Paese se i Talebani «minacceranno gli americani». «Risponderemo duramente», ha dichiarato Pompeo.

Questi colloqui già si sa sarà un percorso accidentato. L’interesse a una soluzione è decisamente forte da parte americana, considerando che la Casa Bianca a guida Trump vuole uscire da questo Paese il più velocemente possibile. Gli USA sperano in un accordo politico per ridurre il rischio che l’Afghanistan diventi un rifugio sicuro per i terroristi una volta che gli Stati Uniti ritireranno le loro truppe. Le due parti, invece, sembrano non avere molta fretta,in particolare il Governo. «L’incertezza su ciò che Washington farà potrebbe creare ulteriori incentivi per le parti ad aspettare fino a novembre. Il Governo afghano, che sta già cercando di allungare i tempi, potrebbe sperare in un cambiamento di politica sotto un nuovo Presidente degli Stati Uniti»I talebani, invece, «sembrano preferire un processo negoziale più rapido, sembrano anche determinati a evitare di apparire come la più desiderosa delle due parti; se il governo afghano continua a bloccarsi come negli ultimi sei mesi, è improbabile che i talebani facciano concessioni per portare avanti i colloqui», afferma .

Il fatto che tutte le parti siano ora sedute al tavolo dei negoziati non significa necessariamente che tutti credano che sia fattibile un accordo politico reciprocamente accettabile. Può essere tattico, un modo per mostrare i progressi.

Il successo eventuale e i tempi dei negoziati dipendono, dice Kaweh Kerami, ricercatore in Development Studies, SOAS, University of London«dal fatto che le parti coinvolte concludano ora di non poter più sostenere i recenti livelli di violenza. Ma dipende anche da loro che cambiano la loro percezione del conflitto come un gioco a somma zero, in cui ciò che una parte guadagna, l’altra perde».
«Il fatto che tutte le parti siano ora sedute al tavolo dei negoziati non significa necessariamente che tutti credano che sia fattibile un accordo politico reciprocamente accettabile». A questo rischio, se ne aggiunge un secondo, insito nel coinvolgimento degli Stati Uniti: Trump spinge per ottenere un accordo prima delle elezioni di novembre, questo «potrebbe significare che un accordo di pace finirà per essere imposto all’Afghanistan».

Domani iniziano i lavori e non è chiaro cosa verrà discusso e in quale ordine, come sarà strutturato il primo round, afferma ancora oggi Crisis Group. «Fonti vicine alla pianificazione hanno detto a Crisis Group che le due parti hanno idee diverse su come procedere nel round di apertura: la squadra del governo sembra interessata a definire prima una struttura e le linee guida per i colloqui, mentre i talebani potrebbero cercare di immergersi nel merito problemi immediatamente». Secondo Crisis Group, il Governo potrebbe voler rallentare il ritmo del processo, «sperando che Washington possa riconsiderare il suo attuale corso politico. Al contrario, Crisis Group ha appreso che i talebanihanno recentemente preparato punti di discussione su una futura distribuzione del potere e potrebbero cercare di iniziare a discuterne subito, per trarre vantaggio da quella che percepiscono come la loro posizione negoziale più forte».

Le squadre di negoziatori, precisa Crisis Group, saranno composte da una ventina di rappresentanti ciascuna. Masoom Stanekzai -consigliere fidato del Presidente Ashraf Ghani ed ex ministro del governo con un lungo coinvolgimento negli sforzi di pace- guiderà la delegazione del governo di Kabul. Il capo negoziatore dei talebani sarà invece Maulvi Abdul Hakim, uno dei più alti esponenti religiosi e menti legali del movimento, ‘giudice capo’ del sistema giudiziario del governo ombra dei talebani, mentre il vice emiro dei talebani e capo dell’ufficio politico a Doha, il mullah Abdul Ghani Baradar, sarà il supervisore dei negoziati, come nel caso dei colloqui e relativo accordo con gli USA.

«Una differenza fondamentale nelle due squadre è che negli ultimi mesi i talebani hanno iniziato a sostituire i membri più giovani della loro carica politica e a nominare al loro posto alcuni dei membri più anziani e rispettati del loro consiglio direttivo -una mossa che potrebbe dare ai talebani la negoziazione squadra più autorità per parlare a nome del movimento. D’altra parte, il team negoziale del Governo afghano è composto da figure più giovani o periferiche che rappresenteranno i principali attori politici. Il Governo afghano sembra aver riconosciuto questo squilibrio e ha cercato di aumentare gli sforzi del suo team negoziale inviando il suo inviato speciale per la pace a Doha, insieme a una “squadra avanzata” di funzionari governativi di supporto».

Interverranno nei colloqui diplomatici degli Stati Uniti -che avranno il ruolo di facilitatori- e del Qatar.

Gli elementi che sul tavolo della trattativa saranno più ostici sono quelli legati all’accordo politico.

Uno degli ostacoli che potrebbe intralciare da subito il percorso è il cessate il fuoco, praticamente il primo tema sul tavolo negoziale.

Le parti sono impegnate a discutere un cessate il fuoco duraturo durante i nuovi colloqui, ma restano disaccordi sui tempi e sulla sequenza. «A differenza del Governo afghano, degli organismi per i diritti umani e dell’UE, che mettono tutti al primo posto gli imperativi umanitari, l’opinione deitalebani è che un cessate il fuoco può essere negoziato solo dopo un accordo politico», spiegaKaweh Kerami. I «governi di solito chiedono uncessate il fuoco anticipato al fine di ridurre al minimo il numero di concessioni che sono tenuti a fare nei negoziati. Ma i gruppi armati sono spesso contrari, sostenendo che un cessate il fuoco anticipato può favorire lo status quo e il governo».

E’ «altamente improbabile che i talebani acconsentano a un cessate il fuoco globale nel ciclo di apertura dei negoziati intra-afgani. L’accordo tra Stati Uniti e talebani afferma che i colloqui intra-afgani includeranno la discussione di un tale cessate il fuoco, ma non impegna i talebani in questa direzione», sostengono da Crisis Group, infatti è stato uno dei rilievi immediatamente avanzati dopo l’accordo di febbraio tra USA e talebani.

Gli altri due temi al centro del confronto tra le parti sono: il Governo post-pace, sul quale le differenze tra le due parti sono fondamentali , e i diritti delle donneUn governo post-pace sarà difficile da tracciare, qui le idee delle due parti divergono dalla radice.
La Costituzione dell’Afghanistan del 2004, redattadopo il rovesciamento dell’Emirato islamico talebano nel 2001, inizia definendo l’Afghanistan ‘una Repubblica islamica, indipendente, unitaria e indivisibile’. «È probabile che i negoziatori concorderanno su tutti questi principi generali, tranne l’idea dell’Afghanistan comerepubblica», spiega Kerami. «Questo perché i talebani si presentano ancora come un emirato islamico costretto all’esilio dall’invasione statunitense. La repubblica afghana trae la sua legittimità da un mandato popolare, non dal diritto divino conferito all’emirato islamico dei talebani. Il capo dello Stato e i membri del Parlamento sono ora eletti».
Per capire le implicazioni bisogna fare un passo indietro. «Dopo aver conquistato Kabul nel 1996, i talebani hanno formato un sistema di governance a due binari, composto da un Consiglio di leadership politico militare e un Ufficio esecutivo con l’obiettivo di trasferire il proprio sistema di leadership nelle strutture statali. Ma il gruppo non è mai riuscito a formare uno Stato funzionale».
Sono trascorsi molti anni, qualcosa potrebbe essere cambiato, ma alla base del ragionamento talebano resta quella concezione di Stato, un emirato. «Nel 2020 si sa poco sui dettagli di come i talebani vogliono che sia il futuro Stato afghano. Tuttavia, il gruppo sembra desiderare un sistema politico islamico inclusivo in cui vengano applicate le leggi della sharia, forse simile al governo teocratico in Iran».
«Per garantire efficacia e stabilità, qualsiasi accordo sulla struttura di un governo post-pace dovrebbe chiarire il ruolo delle istituzioni statali che sono state istituite dal 2001. E deve anche riflettere laconfigurazione di base del potere in Afghanistan, che è prevalentemente basato sul consenso tra le élite piuttosto che sul dominio di un gruppo sul resto».

Il secondo tema divisivo è quello dei diritti, nello specifico i diritti delle donne, di fatto specchio dei diritti umani in senso generale.
«I
talebani affermano di voler costruire un sistema islamico in cui tutti gli afghani abbiano uguali diritti, dove siano tutelati i diritti delle donnegarantiti dall’Islam’. Quando ai leader talebani è stato chiesto se alle donne dovrebbe essere permesso di uscire da sole, secondo Human Rights Watch, hanno detto che alle donne sarebbe stato permesso di viaggiare solo per brevi distanze senza un compagno maschio. Tale restrizione sarebbe tra le interpretazioni più rigide al mondo della legge della sharia, paragonabile al sistema di tutela dell’Arabia Saudita», afferma Kerami.
Ecco nuovamente affacciarsi la questione religiosa. Dunque si tratterà di capire «se i negoziatori talebani saranno disposti a riconoscere che ci sono molteplici interpretazioni della sharia, così come ad abbracciare le realtà post-2001 dell’Afghanistan, che sono cambiate in modo significativo dall’ultima volta che il gruppo è stato al potere».

Da questi colloqui potrebbe venire fuori l’Afghanistan del domani, così come potrebbero paralizzarsi in veti incrociati. Al momento è presto per qualsiasi previsione.

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