lunedì, Aprile 6

Afghanistan: cambia poco, ma Trump sembra far sul serio

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«La sconfitta non è tra le opzioni», dice il generale McMahon (un ipotetico generale Stanley McChrystal) rappresentato dal magistrale Brad Pitt nel film ‘The War Machine‘. Donald Trump sembra muoversi nella stessa direzione: «la gente è stanca di una guerra senza vittoria», questo l’incipit del discorso di Donald J. Trump sull’Afghanistan del 21 agosto.

Cambia l’impegno in Afghanistan, più sul piano formale che su quello sostanziale. A guardare i numeri, che si prevede aumentino di circa il 50% rispetto all’impegno attuale  -che in termini numerici corrisponderebbe ad un invio di ulteriori 4000 soldati-, si potrebbe in breve tempo passare da 8500 a 12.500 unità statunitensi sul terreno. Ma formalmente Trump non parla di numeri, e questo gli consente un maggior margine di manovra politico, anche in previsione di una richiesta agli alleati della Nato di aumentare i loro contingenti (e tra questi anche l’Italia, il secondo principale contributore in termini numerici). Ma perché mai oggi, un aumento di truppe così limitato dovrebbe ottenere risultati diversi da quelli sperati con le precedenti strategie di 4 amministrazioni statunitensi? da George W. Bush le due di Barack Obama ed ora Trump, fatte di aumenti anche consistenti (100mila truppe statunitensi nel 2010-11).

Il Presidente Donald Trump ha fatto alcune premesse preparatorie all’illustrazione della sua revisione strategica di un impegno che è divenuto ormai definitivamente ‘in’ Afghanistan e non più, ammesso che lo sia mai stato, ‘per’ l’Afghanistan. Queste le premesse di una revisione della strategia statunitense.
Il popolo americano è stanco di una guerra senza vittoria il che può significare che o ci si deve ritirare o ci si deve impegnare per vincere la guerra. Delle due l’una, e Trump dichiara (anche lui) di volerla vincere la guerra in Afghanistan. A ciò si unisce la frustrazione dei cittadini americani, condivisa dal Presidente, verso una politica estera statunitense che ha impegnato troppo tempo, energie, denaro e vite nel tentativo di ricostruire paesi sulla base di un modello ideale statunitense, invece di perseguire il bene primario degli interessi americani di sicurezza.
Dunque, oggi, il Presidente Trump, contraddicendo la sua ferma posizione resa nota a più riprese nel 2013, nel 2015 e ancora nel 2016, ha intenzione non solo di non andarsene dall’Afghanistan bensì di aumentare l’impegno, anche lui per vincere una guerra così come hanno dichiarato in precedenza gli altri due presidenti che lo hanno preceduto. Un cambio di sostanza e non solo di forma, poiché colloca l’Amministrazione statunitense sul piano dell’interventismo, in opposizione al non-interventismo isolazionista dell’ormai ex consigliere strategico Steve Bannon. Ed oggi, dopo aver ‘studiato e analizzato l’Afghanistan da diverse angolature’  -parole del Presidente- Trump ha definito i suoi tre principi fondamentali per l’impegno americano in Afghanistan.
Il primo principio, tenendo conto degli enormi sacrifici fatti (2.200 soldati USA caduti e oltre 800miliardi spesi), è la volontà di continuare a combattere, ma con una strategia vincente e gli adeguati strumenti per poterla realizzare. Nulla di nuovo, ma ancora sfugge quale possa essere la strategia vincente.
Il secondo principio pone l’accento sull’inaccettabilità delle prevedibili conseguenze di un’uscita definitiva dall’Afghanistan: «un ritiro frettoloso creerebbe un vuoto che i terroristi, tra cui l’ISIS e al-Qa’ida, saprebbero immediatamente riempire». Su questo Trump ha ragione da vendere e dichiara di non voler ripetere l’errore epocale commesso da Obama che, ritirando frettolosamente le truppe dall’Iraq nel 2011, ci ha consegnato un Medioriente devastato così come oggi possiamo vederlo.
Il terzo principio, infine, è la consapevolezza che nell’Asia del Sud, e non solo in Afghanistan, vi siano immense minacce alla sicurezza, tenuto conto che solo in Afghanistan e Pakistan vi è la più alta concentrazione di organizzazioni terroristiche al mondo -20 quelle designate dagli Stati Uniti.

E proprio il Pakistan è uno dei fattori che contribuirebbero, secondo un Trump che anche in questo caso avrebbe ragione, all’instabilità dell’Afghanistan garantendo basi sicure per i gruppi insurrezionali, terroristi e alimentando il caos. Una situazione inaccettabile, tanto più che Pakistan e India, in perenne contrasto, sono due potenze nucleari. Un concetto, forse poco politically correct, ripetuto in campagna elettorale.
Ma Trump, in questo dimostrando di essere consapevole di quanto impone la real-politik, sa che le conseguenze di un ritiro sarebbero peggiori allo scenario attuale; dunque si va avanti, facendo leva sul piano comunicativo, sulle emozioni e sui sentimenti ancora vivi dopo gli attacchi terroristici in Spagna e ribadendo concetti espressi in occasione della sua visita in Arabia Saudita lo scorso mese di maggio: «combattere il terrorismo all’interno dei territori in cui si alimenta, si sviluppa ed espande, tagliandone le fonti di finanziamento e contrastandone la narrativa ideologica».

Dunque, con Donald Trump, si ritorna allaguerra al terrore in versione 2.0, dopo aver sdoganato la naturainsurrezionaledei talebani (che ‘insorti’ rimangono essendo esclusi dalla black-list statunitense) e la loro esclusione dalla galassia terrorista. Una guerra di parole che colloca il nemico, ancora una volta ad uso e consumo di un’opinione pubblica domestica e occidentale, sul piano fortemente ideologico, della contrapposizione noi-loro, giusto-sbagliato. Un clichè sempreverde, accettabile quanto opportuno, ma anche su questo piano nulla di nuovo se non un’omissione che non è passata inosservata.

Di fianco alla parolaterrorismo‘, criminale, crudele, perdente, scompare il termineislamico‘. Ma come? Mai come in questo caso l’utilizzo della formulaterrorismo islamicosarebbe stato più appropriato, essendo il riferimento esplicito al terrorismo del cosiddetto ‘Stato islamico’, l’ISIS da ‘cacciare e sconfiggere’. Questo è un elemento di novità, sostanziale, nel processo comunicativo del Presidente americano che lascia immaginare qualche remora verso chi lo accusa di tollerare quelle idee e quegli approcci ideologico-identitari contestati durante i recenti scontri di natura ‘razziale’ a Charlottesville. Ma nel suo discorso alla Nazione Trump va avanti con fermezza.

In Afghanistan e in Pakistan, continua il Presidente, gli interessi statunitensi sono chiari: fermare il ristabilimento di aree sicure per i gruppi terroristici, prevenire il possesso di armi e materiali nucleari da parte dei terroristi. Interessi chiari sì, ma parziali: manca, in particolare, il riferimento al controllo delle fondamentali basi strategiche, così come sancito dagli accordi bilaterali tra Washington e Kabul siglati nel 2012, ufficializzati nel 2014 e in vigore sino a tutto il 2024 (e oltre). Basi strategiche che consentono agli Stati Uniti di porre sotto controllo l’Iran, i Paesi dell’Asia centrale, parte della Russia e della Cina, il Pakistan, quasi tutta l’India. Questo è un motivo valido per rimanere in Afghanistan; gli altri, se contano effettivamente qualcosa, sono poco meno che secondari.

Ma al di la di quelle che sono le motivazioni, di poco interesse per un’opinione pubblica distratta da altri problemi di tipo quotidiano e lontana da una guerra che dura da 17 anni, la strategia per l’Afghanistan e l’Asia meridionale (dimentichiamoci l’acronimo Af-Pak di obamiana memoria) dovrebbe cambiare in maniera ‘radicale’, a detta del Presidente. Vediamo come.

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