venerdì, Febbraio 26

Afghanistan: andarsene o restare? Questo è il dilemma La riunione dei Ministri della Difesa della NATO ha deciso di attendere la decisione finale della Casa Bianca circa l'uscita delle forze armate dal Paese. I rischi dell'uscita e i rischi di restare

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L’accordo tra Stati Uniti e talebani dello scorso febbraio 2020 è saltato, anche se gli USA non lo hanno ancora ufficializzato. A fine gennaio, infatti, era stato reso noto in maniera informale che gli USA non avrebbero ritirato, a fine aprile, i 2.500 militari rimasti in Afghanistan. Ritiro che era il cuore stesso dell’accordo. Ieri, poi, era attesa la decisione della NATO. Tutt’altro che trascurabile, visto che attualmente ha più di 7.000 soldati nel Paese. Come previsto, la NATO ha deciso di non decidere, ovvero, rinviare la decisione attendendo di vedere come si muoverà l’Amministrazione Biden. Lo ha annunciato il Segretario Generale dell’alleanza, Jens Stoltenberg. I ministri della Difesa della NATO, nel corso della riunione del 17 e 18 febbraio, hanno respinto la decisione di rispettare la scadenza del 1° maggio per ritirare tutte le loro forze dall’Afghanistan, attenderanno che il Presidente Joe Biden e la sua nuova Amministrazione completino la revisione politica in corso.
Stoltenberg, già mercoledì, aveva anticipato questa linea, motivandola con le presunte inadempienze dei talebani. «
Penso che la questione principale sia che i talebani devono ridurre la violenza, i talebani devono negoziare in buona fede, e i talebani devono rompere tutti i legami, devono smettere di sostenere gruppi terroristici internazionali come al Qaeda», ha detto Stoltenberg nel corso della conferenza stampa di mercoledì. Ieri, poi, ha detto che «ora è imperativo rilanciare il processo di pace» e che il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, si è impegnato a lavorare sulla questione con gli alleati nelle prossime settimane.
L’Amministrazione Biden deve decidere quante,quanto velocemente e a quali condizioni le restanti truppe statunitensi saranno ritiratedall’Afghanistan. Ma non solo. La ‘revisione’ della politica include soprattutto stabilire i parametri del supporto futuro alle forze di sicurezzaafghane e al governo afghano, considerare la possibilità di lasciare una presenza dell’intelligence statunitense in Afghanistan per monitorare i colloqui di pace a seguito dell’eventuale ritiro delle truppe.

Le conseguenze di questa decisione si vedranno nelle prossime settimane. Gli esperti sono divisi. Ai più appare certo che la decisione USA di non rispettare la data del ritiro avrà un costo, quanto alto dipenderà da quale tipo di ritiro di deciderà. Certamente la decisione graverà su di «un processo di pace già assediato», per qualcuno addirittura lo potrebbe sabotare. «Ci saranno costi a lungo termine per l’America e per la regione se ci ritiriamo unilateralmente, senza garantire che i talebani soddisfino le proprie condizioni», afferma Madiha Afzal, analista del Brookings Institution, sottolineando l‘importanza di precisare i dettagli di un accordo, quello tra USA e talebani, di fatto molto complesso e articolato dalle molte implicazioni.
Gli Stati Uniti dovranno considerare le potenziali conseguenze di un ritiro frettoloso delle truppe, compresa l’erosione dei guadagni ben combattuti nell’istruzione delle donne e nella parità di diritti in mezzo al deterioramento delle condizioni di sicurezza attuali, affermano dal
Center for Strategic and International Studies (CSIS).
I
talebani stanno lavorando per consolidare il controllo sulla popolazione attraverso una campagna di terrore rivolta alla società civile, alle donne leader e ai media, soprattutto nelle città. «Un ritiro prematuro degli Stati Uniti lascerebbe spazio a più di una dozzina di gruppi terroristici per espandere la loro presenza all’interno del Paese, compreso lo Stato islamico», afferma Daniel F. Runde, vicepresidente senior del CSIS.

Altresì i talebani non hanno sconfessato al-Qaeda; anzi, secondo le Nazioni Unite le relazioni tra i due gruppi sono più strette che mai. E sebbene i talebani si siano astenuti dall’attaccare le forze statunitensi, hanno intensificato gli attacchi contro le forze di sicurezza afghane e contro i civili.

La violenza dei talebani è in aumento in Afghanistan, è in atto una campagna di uccisioni mirate, si sottolinea, i negoziati intra-afghani arrancano, ma «abbandonare l’accordo USA-talebani non garantisce affatto un ritorno alla fallita controinsurrezione guidata dagli Stati Uniti degli ultimi due decenni», afferma Adam Weinstein analista del Quincy Institute.Condizionare il ritiro a «fattori come la riduzione della violenza, una soluzione politica, o la volontà dei talebani di intraprendere determinate misure antiterrorismo, costringe Washington ad aspettare pigramente per azioni al di fuori del suo controllo – e queste potrebbero non arrivare mai. Invece, l’Amministrazione Biden dovrebbe chiedersi se può accettare le conseguenze della violazione unilaterale dell’accordo rimanendo oltre il maggio 2021». Conseguenze che potrebbero essere altri morti in combattimento e di certamente spese per altri milioni di dollari.

Oramai quasi unanimemente si ammette il totale fallimento della politica statunitense in Afghanistan degli ultimi due decenni. I sostenitori del ritiro, nel rispetto dell’accordo dello scorso anno, affermano che rimanere in Afghanistan con l’attuale livello di 2.500 soldati nelle attuali condizioni porterà a una presenza indefinitaperché vincola gli Stati Uniti all’escalation della guerra civile. L’investimento in «vite umane, dollari e tempo necessario per avere anche solo una minima possibilità di stabilizzare l’Afghanistan richiederà una controinsurrezione prolungata con decine di migliaia di truppe, una strategia che ha già fallito per due decenni», afferma Weinstein.

Secondo alcuni analisti si potrebbe lavorare per una proroga negoziata di sei mesi sul calendario del ritiro, mantenendo un chiaro limite di tempo per una presenza militare statunitense in Afghanistan, un percorso politico che potrebbe non essere semplice, ma che merita forse provare a trattare. Una «proroga una tantum negoziata del termine per il ritiro delle truppe con la collaborazione degli attori regionali e l’acquiescenza dei talebani. Questa posizione premia il raggiungimento di una soluzione politica in Afghanistan, ma solo se può essere fatto come parte di uno sforzo diplomatico multilaterale che implica complessità e imprevedibilità significative».
Washington, che in questo caso si dovrebbe preparare anche ad ulteriori concessioni, «può offrire respiro al processo di pace afghano mobilitando attori regionali, come Pakistan e Russia, per fare pressione sui talebani affinché accettino una proroga del ritiro una tantum.
L’accettazione da parte dei talebani di tale estensione, indicherebbe una genuina volontà di muoversi verso un accordo. Se i talebani rifiutano un’estensione o non si possono fare progressi in quella finestra una tantum, gli Stati Uniti dovrebbero ridurre le perdite e tornare a casa».

Daniel F. Runde, sottolineando che la presenza militare statunitense «è stata ridotta arbitrariamente e troppo frettolosamente da 4.500 soldati a novembre a 2.500 soldati il 15 gennaio, il numero più basso di soldati statunitensi in Afghanistan dal 2001 e, a dicembre, inferiore al contributo della NATO», sostiene che il ritiro totale «indebolirà la fragile struttura democratica del Paese e creerà nuove opportunità di terrore e conflitto, e renderà più probabile il nostro ritorno. Ora non è il momento di staccare la spina all’Afghanistan», per quanto pure il restare in Afghanistan sia una sfida.
Un Afghanistan instabile, afferma Runde,«avrebbe ricadute sui suoi vicini. Se non c’è la presenza degli Stati Uniti, si corre il rischio di creare milioni di ulteriori rifugiati in Pakistan e Iran che si spostano verso l’Europa. Gli Stati Uniti potrebbero vedere centinaia di migliaia di rifugiati afgani in cerca di asilo.

Allo stesso tempo, ritirarsi precipitosamente dall’Afghanistan minerebbe il progresso politico, economico e sociale compiuto negli ultimi 20 anni». Nè gli USA possono sottovalutare il fatto che i poteri regionali -Cina, Russia e Pakistan- sono molto interessati all’uscita delle truppe americane dal Paese.

L’Amministrazione Biden si starebbe muovendoper abbandonare l’accordo USA-talebani firmato lo scorso febbraio, scegliendo un ritiro basato su condizioni precise e senza scadenza, e sta conducendo le sue valutazioni sulla base di un rapporto del gruppo di studio istituito dal Congresso americano, l’Afghanistan Study Group (ASG).Rapporto molto controverso in quanto la maggioranza dei componenti della ASG ha un evidente conflitto di interesse per essere legati in maniera diversa all’industria della Difesa (ammontano a quasi 4 milioni di dollari i fondi che i co-presidenti e i membri della plenaria del gruppo hanno ricevuto in compenso per il loro lavoro prestato agli appaltatori della difesa), tanto da far dire al Quincy Institute, che se le truppe USA restano è perchè conviene all’industria della difesa. Attualmente nel Paese ci sono 2.500 soldati statunitensi (il picco di 100.000 è stato raggiunto nel 2011), insieme a 6.346 appaltatori statunitensi.
Il
rapporto ASG invita l’Amministrazione Biden«a impegnarsi per l’obiettivo di unoStato afghano indipendente, democratico e sovranoche “supporti e protegga le minoranze, i diritti delle donne, il carattere democratico dello Stato e una stampa libera, ma che potrebbe includere combattenti talebani”. Questo futuro Afghanistan dovrebbe anche essere “progressivamente meno dipendente dall’assistenza internazionale”».

Sebbene questa sia una nobile aspirazione che un giorno potrebbe realizzarsi, afferma Weinstein, «l’illusione che possa essere raggiunta da una presenza militare americana a tempo indeterminato segna un ritorno al fallito esercizio di costruzione della Nazione. Per salvare il processo di pace, il gruppo di studio chiede a Washington di abbandonare l’accordo USA-talebani che ha portato i talebani al tavolo dei negoziati. Sostiene quindi che Washington dovrebbe rimanere impegnata per un ritiro totale, ma adottare una tempistica basata sulle condizioni piuttosto che una con una scadenza. Naturalmente, la condizione numero uno dei talebani è sempre stata che tutte le truppe straniere dovessero lasciare l’Afghanistan. I colloqui diretti con Washington, che i talebani considerano il principale decisore rispetto a Kabul, combinati con la promessa di un ritiro, sono ciò che ha portato al tavolo delle trattative con il governo afghano. Quindi il gruppo di studio presume che la posizione dei talebani cambierà radicalmente e continueranno a negoziare mentre le truppe straniere rimarranno senza ulteriori concessioni, o che Washington riuscirà a fare pressione sui talebani sul campo di battaglia con meno truppe rispetto al passato.
Entrambi i
risultati sono estremamente improbabili», taglia corto Weinstein.

Il rapporto del gruppo di studio «riconosce correttamente che “qualsiasi futura politica americana di successo in Afghanistan dovrà essere sostenuta da una strategia diplomatica regionale”. Ma il difetto fatale è che l’attività di diplomazia regionale per realizzare un accordo politico sarà annullata da un impegno di truppe a tempo indeterminato. L’Afghanistan cadrà rapidamente in fondo alla lista delle priorità regionali di Washington, mentre né Kabul né i talebani saranno incentivati a lavorare per la pace.Un impegno a tempo indeterminato di truppe lascerà le cose a un violento ribollire con il ritorno dello status quo degli ultimi due decenni.

Il rapporto del gruppo di studio contiene alcune lezioni valide, come la necessità di progettare una “strategia diplomatica regionale globale” -qualcosa che mancava gravemente negli ultimi due decenni di guerra. Ma in molti modi, il rapporto funziona come una riaffermazione appetibile ed eccessivamente generosa di vent’anni di politica statunitense fallita che non fornisce una soluzione alla situazione in questione. Se l’Amministrazione Biden adotta la raccomandazione politica del gruppo di studio, perde un’opportunità unica per porre fine alla più lunga guerra attiva d’America.
Washington dovrebbe accettare di non poter decidere il risultato dei colloqui intra-afgani e il futuro dell’Afghanistan, ritirare le truppe, epassare a una strategia «radicata nella diplomazia regionale e nelle capacità di antiterrorismo offshore».

Jonathan Schroden, direttore del programma di operazioni speciali presso il Center for Naval Analyzes e consigliere senior del gruppo che ha elaborato il contestato rapporto, ha dichiarato che «Il problema principale è che il rapporto sopravvaluta la quantità di leva finanziaria che gli Stati Uniti hanno effettivamente, specialmente quando si tratta di cose come contrastare la corruzione in Afghanistan e convincere i talebani, in qualche modo, piegarsi ai desideri degli Stati Uniti all’interno delle strutture dell’accordo USA-talebani».
La guerra in Afghanistan, che si è trascinata fino a diventare il conflitto più lungo d’America, è iniziata 19 anni fa ed è
costata ai contribuenti statunitensi 193 miliardi di dollari, secondo il Pentagono.Secondo il Dipartimento della Difesa, la spesa militare totale in Afghanistan (dall’ottobre 2001 al settembre 2019) è stata di 778 miliardi di dollari.

Inoltre, il Dipartimento di Stato, insieme all’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e ad altre agenzie governative, ha speso 44 miliardi di
dollari in progetti di ricostruzione.
Uno
studio indipendente condotto dal Cost of War Project della Brown University sostiene che le cifre ufficiali degli Stati Uniti per la guerra in Afghanistan sono una sostanziale sottostima.

Biden nelle sue valutazioni dovrà tenere ben presente i tagli di personale e di fondi che si stanno conducendo sulla difesa.
Altresì,
Biden dovrà considerare la forza attuale degli Stati Uniti nell’incidere sui partner regionali. «Se si ritiene che gli Stati Uniti abbiano meno influenza di quanto il rapporto presume», unitamente alla questione finanziaria, «si dovrà concludere che una estensione unilaterale della presenza, come raccomanda il rapporto, porterà probabilmente i talebani ad allontanarsi dal processo di pace», conclude Schroden.

Secondo Council on Foreign Relations (CFR) è «probabile che Biden opti per cercare di ottenere il sostegno dei talebani per estendere il termine del ritiro, mentre continuano i colloqui di pace intra-afghani. Altresì, che l’Amministrazione Biden chieda ad altri Paesi, tra cui Cina, Iran, Pakistan, Qatar, Russia e Arabia Saudita, di fare pressione sui talebani affinché modifichino l’accordo».

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