giovedì, Settembre 19

Afghanistan: adesso tocca alla Russia Se sarà confermato il ritiro americano renderà inevitabile il subentro di Mosca nella difesa di Kabul dalla minaccia dell’estremismo islamico

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Nell’era delle fake news e del ‘lo dico oggi ma se del caso lo smentisco domani’ non stupisce che non si sia ancora capito se la ministra Elisabetta Trenta ci è o ci fa, per dirla alla romanesca. Se cioè la titolare del Pentagono nostrano si sia davvero affrettata ad annunciare il ritiro dei reparti italiani dall’Afghanistan senza consultarsi preventivamente con alcun collega di governo oppure (credendo comunque, questo almeno è chiaro, che sia la cosa giusta da fare) si sia limitata ad ordinare la preparazione dei piani necessari per effettuare l’operazione se e quando sarà il momento.

Sappiamo solo, per ora, che, fake o no, la news ha subito scatenato assai più di una legittima curiosità: un’ondata di sdegno pressocchè generale per la tranquilla accettazione, personale o collettiva, di una sconfitta politico-militare che frustra il lavoro, l’abnegazione e i sacrifici anche di vite umane prodigati dai soldati italiani, a fianco di molti altri, durante una lunga quanto costosa missione in un Paese dei più impervi sotto ogni aspetto. Ondata che vede in prima fila anche molti politici e giornalisti duramente critici di essa fin dall’inizio e protesi fino a ieri a sollecitarne il ritiro.

Se poi gli eventuali torti della signora Trenta, certo meno combattiva della precedente titolare del suo dicastero, non bastano a nascondere quelli dei suoi colleghi e della sua parte politica, bisogna dire che al governo gialloverde nel suo insieme l’ennesimo vituperio poteva essere decorosamente risparmiato almeno in questo caso. Come immaginare, infatti, che un sia pur dignitoso e difendibile impegno armato italiano in una terra lontana possa proseguire nel momento in cui si profila il rimpatrio del contingente americano, pezzo forte e anima della missione formalmente guidata dalla NATO ma voluta soprattutto dagli USA?

Per qualche motivo la stessa ministra ha lasciato un po’ in penombra una così semplice giustificazione del proprio comportamento, ed è lecito, a questo punto, presumere che possa avere tenuto conto della precaria attendibilità del maggiore protagonista della vicenda in questione, imbattibile in materia di bufale, smentite, sparate più o meno amene e simili: Donald Trump. Di un personaggio, insomma, da prendere con le pinze già di per sé, e per di più semiparalizzato dalla contestazione che subisce all’interno del suo Paese anche nei panni di condottiero della superpotenza mondiale fino a ieri unica.

Già nello scorso dicembre l’ultimo inquilino della Casa bianca aveva preannunciato il ritiro dall’Afghanistan e dalla Siria. E, se l’’annuncite’ non è un vezzo rimproverato solo a Matteo Renzi e ai due vice premier oggi a Palazzo Chigi, aveva poi a emesso a metà gennaio una conferma  seguita dalle immediate dimissioni di James Mattis, il suo segretario alla Difesa di turno, dichiaratamente ostile alla duplice mossa.

Si è quindi arrivati, il 28 gennaio, all’annuncio, stavolta da parte dell’inviato speciale del Presidente in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, che con i talebani, ossia con l’avversario attualmente più temibile del governo di Kabul protetto dalla NATO, era stato raggiunto un accordo-quadro per l’avvio di un processo di pace, indispensabile per consentire ai protettori di andarsene non proprio a mani vuote dopo quasi un ventennio di inutili sforzi politici e militari per salvare il Paese dalla minaccia, o dall’abbraccio, dell’integralismo islamico più o meno terrorista.

A questo punto Trump è parso, al mondo intero, in grado e in procinto di passare dalle parole ai fatti raggiungendo l’obiettivo prefisso, tant’è vero che i suoi avversari domestici si sono affrettati a reagire mediante una risoluzione del Congresso di Washington contraria al duplice ritiro e votata a larga maggioranza, con il grosso dei membri repubblicani schierati a fianco dell’opposizione democratica.3

Un voto platonico, quanto ad effetti immediati e automatici, perché non vincolante per la Casa bianca, e che il Presidente ha dato tuttavia l’impressione di non sottovalutare rilasciando sulla questione qualche dichiarazione più possibilista. Subito dopo, però, ha voluto altresì dimostrare ad ogni buon conto di saper tenere la barra dritta su un altro tema cruciale di politica estera e militare che lo vede in disaccordo con il grosso dell’establishment nazionale: la denuncia del vecchio trattato USA-URSS che mise al bando i rispettivi ‘euromissili’ spianando la strada verso la cessazione concordata dell’ultra quarantennale ‘guerra fredda’ tra Est e Ovest.

Si tratta di una decisione già preannunciata sei mesi proponendo alla Russia di rinegoziare quel trattato, coinvolgendo possibilmente la Cina, previo riconoscimento russo di averlo ripetutamente violato di fatto. Mosca ha naturalmente respinto ogni accusa ritorcendola contro Washington e minacciando adeguate contromisure, in parte già adottate con il test di un supermissile capace di straordinarie prestazioni e sbandierato come una sorta di arma definitiva.

Una nuova collisione, dunque, tra i due governi, subito dimostrativamente suggellata dal ritiro anche russo dallo storico trattato del 1987 con conseguente rilancio di una corsa agli armamenti più distruttivi sempre meno controllata e limitata. Mentre la Cina, a sua volta, si mostra indisposta e disinteressata, almeno per il momento, a partecipare a qualsiasi negoziato multilaterale in materia, e non certo perché a quella corsa non partecipi.

A rigore, quanto sta avvenendo nel campo degli armamenti non dovrebbe fare testo anche per il caso Afghanistan, dove, a prima vista, Trump si muove in senso conciliante nei confronti della Russia e quindi implicitamente tale da alleviare anziché inasprire le tensioni internazionali. Fermo restando, peraltro, che alla luce dei precedenti storici la corsa agli armamenti ‘strategici’, in particolare, dovrebbe tutto sommato preoccupare meno di un’eventuale quanto irresponsabile prontezza ad usarli senza troppi scrupoli e neppure a minacciarne l’uso con una leggerezza esibita, finora, solo dal piccolo leader della Corea del nord.

Semmai, d’altronde, il ventilato ritiro USA da Kabul dovrebbe contrariare più dell’impennata sugli armamenti una classe politica americana tradizionalmente incline all’antagonismo con la Russia, e quindi incontrare maggiori ostacoli quanto meno in sede domestica. La problematica in questione, tuttavia, è ancora più complessa di così, e impone comunque di partire dalla constatazione che a frapporre ostacoli, alla scelta strategica di Trump in sé e per sé, non sarà certo Mosca, che ha anzi, in ogni caso, ampiamente dimostrato di credere più di ogni altro alla serietà delle intenzioni di The Donald, fors’anche grazie ad una preventiva quanto segreta intesa con Washington e di sicuro perché obbligata comunque a prepararvisi adeguatamente qualora la serietà trovasse conferma come pure l’attuabilità della scelta.

Com’è suo costume, l’ineffabile presidente USA ha esposto e spiegato i suoi propositi in termini e con accenti tali da sollevare le più comprensibili perplessità e persino qualche inevitabile dileggio. Ha infatti dichiarato, ai primi di gennaio, che nel 1979 l’URSS invase l’Afghanistan perché da Kabul e dintorni i terroristi minacciavano di penetrare in terra sovietica.

Una fake, naturalmente, perché allora il terrorismo imperversava solo in Italia e un po’ altrove in Europa occidentale e non era certo di matrice islamica. Così, alquanto goffamente, Trump rischia di passare per imitatore degli attuali governanti russi i quali, per ragioni di comodo, amano definire terroristi tutti i gruppi e fazioni che per qualche motivo la Russia disapprova e combatte, come ad esempio tutti gli oppositori in blocco del regime siriano sostenuto da Mosca.

Non contento, The Donald ha poi sentenziato che quell’invasione, benchè legittima, si rivelò catastrofica perché provocò il crollo dell’Unione Sovietica, una versione dei fatti quanto meno esagerata perché si trattò solo di un contributo parziale, benchè importante, ad una catastrofe (tale oggi soprattutto agli occhi di Vladimir Putin e compagni) attribuibile a molte altre e più profonde cause.

La Russia, in realtà, non aveva però bisogno di alcun riconoscimento, sorriso o ammiccamento per stare al gioco della Casa bianca. L’Afghanistan, certo, non è la Siria, dove il ritiro militare americano (peraltro ancora non del tutto scontato, secondo alcuni osservatori) è risultato senz’altro gradito a Mosca, benchè la privi di un mezzo di pressione indiretta su Washington ai fini di una soluzione soddisfacente della crisi ucraina.

L’intervento armato russo sulla costa mediterranea del Medio Oriente ha segnato un incontestabile successo, per Putin e compagni, innanzitutto di credibilità e prestigio a raggio planetario, trattandosi di un probabile preludio al subentro di Mosca a Washington in un ruolo, se non proprio egemonico, quanto meno arbitrale e tutorio degli equilibri regionali oltre che dei più specifici interessi russi. Al Cremlino sicuramente non si ignora quanto esso sia impegnativo (se non addirittura proibitivo, come qualcuno suggerirebbe) ma la sua assunzione va considerata obbligatoria data l’impostazione decisamente ambiziosa della politica estera russa in generale.

Poiché alla complessiva problematica mediorientale (e non solo, del resto) la sorte dell’Afghanistan è strettamente legata sotto tutti gli aspetti e viceversa, non sorprende che la reazione russa al profilarsi del ritiro americano non si sia fatta attendere. Mentre apparirebbe azzardato, ma forse neanche troppo, ipotizzare una concertazione preliminare di entrambi tra i due governi, i cui contatti meno palesi non sono verosimilmente mai cessati nonostante la tempesta del Russiagate e i suoi vari contraccolpi.

L’occupazione americana e poi sotto bandiera NATO del Paese nel 2001, in risposta all’attentato contro le Torri gemelle, era stata ovviamente deplorata da Putin, da poco asceso al potere supremo in una Russia ancora molto debole sotto ogni aspetto benchè già protesa a risollevarsi sul piano esterno come su quello interno. La fuoriuscita dalla suddistanza nei confronti dell’Occidente rimproverata alla precedente gestione della Federazione non impedì però a quella nuova di mostrarsi non del tutto malcontenta che fosse lo schieramento occidentale capeggiato dagli Stati Uniti a togliere almeno momentaneamente le castagne dal fuoco anche per suo conto.

A tenere a bada, cioè, il ribollente e addirittura straripante estremismo islamista, ben presto alla controffensiva sotto nuove bandiere anche in direzione Kabul, con qualche punta avanzata anche all’interno della Russia ma particolarmente minaccioso nei confronti delle repubbliche centroasiatiche ex sovietiche, quasi tutte confinanti con l’Afghanistan. Di una regione, cioè, emancipatasi dall’ex centrale moscovita ma sulla quale la Federazione di Putin non nasconde l’aspirazione a ristabilire una prevalente influenza, se non proprio a reintegrare l’intero spazio già sovietico sotto la propria supremazia. Di ricostruire un’URSS non più comunista, insomma, come si sospetta da molte parti.

Un disegno, questo, che a Mosca si vedeva contrastato se non altro per principio dai governi occidentali, alle prese però con altre priorità e vere e proprie emergenze, mentre tra di esse spiccava in primo piano la sfida islamista, soltanto in questi ultimi anni affiancata e infine scavalcata, a quanto sembra, dalla nuova contesa a tutto campo tra Russia e Occidente.  

Ora, una volta verificata l’incapacità della spedizione atlantica di bloccare l’avanzata dei talebani con mezzi normali, ovvero con costi accettabili di ogni tipo, umani, finanziari e politici, la Russia può e vuole ma soprattutto deve assumersi la responsabilità di impedire che l’Afghanistan ricada in mano del vecchio nemico, naturale candidato a soppiantare un regime tenuto finora in vita dall’Occidente. E Mosca lo sta già facendo, mediante un processo negoziale promosso sin dallo scorso novembre tra numerose parti in causa o comunque interessate, in concorrenza con quello avviato da tempo dagli USA e ora apparentemente approdato a qualche risultato, tutto però da verificare a sua volta.

La concorrenza tra i due processi è comunque relativa. Entrambi perseguono infatti uno scopo comune: salvare il salvabile dell’attuale potere a Kabul e soprattutto evitare che la vittoria o mezza vittoria dei talebani apra le porte all’eventuale riscossa di un’altra e più temuta espressione del radicalismo islamico, come l’ISIS dura a morire o magari una risorta Al Qaeda.

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