domenica, Luglio 21

Afghanistan: Trump e talebani, una guerra di nervi I colloqui di pace tra talebani e Governo afghano sono rinviati, gli Stati Uniti non possono ritirare le truppe: nel futuro o la pace o la guerra civile

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La guerra in Afghanistan dura ormai dal 2001. L’invasione americana era stata giustificata da George W. Bush come una guerra al terrorismo, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. L’obiettivo era quello di annientare al-Qaida e catturare Osama Bin Laden. Negli ultimi mesi, però, il Presidente statunitense, Donald Trump ha invertito la rotta delle operazioni. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, ha dichiarato: «Le grandi Nazioni non combattono guerre senza fine». La politica estera di Trump ha, da tempo, aperto spazio per un ‘cessate il fuoco’ – fragile e labile – tra le parti in conflitto. I tavoli di pace sono pronti, ma i talebani stanno prendendo tempo.

Kori Schake, contributing editor ad ‘Atlantic’, riporta i termini del negoziato, da fonte ‘Reuters’. Il negoziato in Qatar include il ritiro di tutte le truppe straniere dall’Afghanistan entro 18 mesi in cambio dell’impegno dei talebani a bloccare attacchi terroristici provenienti dall’Afghanistan. Gli Stati Uniti potrebbero, invece, ‘accontentarsi’ della sicurezza di non ricevere altri attacchi terroristici provenienti da al-Quaida e dall’Afghanistan.

Intanto, ‘Al Jazeera’ informa che i colloqui di pace tra i talebani e il Governo afgano in Qatar – che sarebbero dovuti avvenire tra oggi e domenica – sono stati rinviati. La causa del rinvio è la mancanza di un compromesso su chi debba partecipare. Notizie che provengono dalle parole twittate di Sultan Barakat, direttore del Centre for Conflict and Humanitarian Studies, primo sostenitore dei colloqui: «Questo rinvio è purtroppo necessario per accordarsi su chi debba partecipare alla conferenza. Non c’è disaccordo sul programma e nessuno mette in discussione la reciproca volontà di raggiungere la pace. Piuttosto, manca un accordo per quanto riguarda i partecipanti e i rappresentanti, in modo da rendere i colloqui fruttuosi. (…), ma chiaramente non è ancora il momento giusto».

Questi colloqui, secondo ‘Al Jazeera’, sono considerati un primo passo significativo verso la conclusione negoziata della guerra in Afghanistan e l’eventuale ritiro delle truppe statunitensi. Ma lo scoglio rimane sempre chi partecipa: il Qatar ha stilato un elenco di 243 persone. Un lista che, però, era diversa da quella del Presidente afghano, Ashraf Ghani. La seconda era di 250 persone, con incluse, anche, circa 50 donne, secondo un – anonimo – alto funzionario del Governo. Dall’altra parte, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahed, ha messo in discussione le dimensioni della delegazione governativa afghana, ritenendo improbabile ed ostico incontrare così tante persone.

Lo stesso Mujahed, riferendosi alle circa 50 donne, ha detto che «non hanno relazioni familiari con i membri più anziani dei talebani, sono normali afghane, che sono state sostenitrici e parte della lotta dell’Emirato islamico». La campagna militare statunitense, secondo Reuters, ha portato ad importanti progressi nei diritti delle donne in Afghanistan. Ora, molte donne temono che se i talebani dovessero riprendere potere, molti progressi potrebbero annullarsi.

L’inviato di pace degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, che ha tenuto diversi cicli di colloqui con i talebani, scrive su Twitter di essere «deluso dal fatto che l’iniziativa intra-afghana del Qatar sia stata ritardata. Siamo in contatto con tutte le parti e incoraggiamo che tutti rimangano impegnati nel dialogo. Esorto tutte le parti a cogliere l’attimo e rimettere le cose in carreggiata accettando una lista di partecipanti che parli per tutti gli afghani».

I talebani avevano precedentemente rifiutato di tenere colloqui diretti con il governo afghano di Ghani, definendoli «burattini degli Stati Uniti». Dopo le prime controversie, i talebani si sono ‘moderati’ ed hanno incontrato gli Stati Uniti. Ma tutto questo accade mentre nuove violenze colpiscono l’Afghanistan: i talebani hanno lanciato la cosiddetta ‘offensiva primaverile’.

Questa offensiva non è un gesto disperato, infatti i talebani controllano o influenzano circa la metà del Paese. E la ‘minaccia’ di Trump di lasciare immediatamente l’area si è placata, o almeno sembrerebbe. Da un punto di vista geopolitico e storico, l’Afghanistan rappresenta il ‘pantano’ militare del Grande Gioco, ovvero un Paese che ha significato il fallimento di moltissimi eserciti – quello zarista, quello inglese, quello sovietico, quello americano. Forse da questa lezione storica deriva l’apparente dietrofront di Trump.

Secondo Richard Olson, rappresentante speciale degli Stati Uniti per Afghanistan e Pakistan durante l’Amministrazione Obama, e Daniel F. Runde, professore alla William A. Schreyer in Analisi Globale – entrambi del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS) a Washington – «gli ultimi quattro decenni hanno visto ripetuti interventi da parte delle potenze regionali, e questa dinamica probabilmente continuerà e si intensificherà in caso di collasso dell’attuale regime. È facile immaginare che il Pakistan sosterrebbe la rinascita dei talebani, che innescherebbe la resistenza di tagiki, uzbeki e hazara che hanno beneficiato dell’attuale dispensa politica. È probabile che cerchino mecenati stranieri da altre potenze regionali, che continueranno a perseguire strategie di copertura in Afghanistan».

Inoltre, i due esperti del CSIS mostrano come un ritiro delle truppe americane e degli alleati possa portare a nuova instabilità. Ma l’instabilità e il vuoto di potere possono richiamare nuove potenze. Sarà il caso della Cina? «L’ascesa della Cina è il più importante sviluppo regionale, Pechino è stata riluttante ad usare il suo potere per imporre la pace in Afghanistan, fino ad oggi. Di fatto, l’Afghanistan è stato escluso dall’iniziativa Belt and Road. Pertanto, sembra probabile che il Grande Gioco del diciannovesimo secolo si svolgerà di nuovo sul territorio afghano in assenza di una forte autorità centrale a Kabul».

Dunque, un ritiro precoce delle forze statunitensi e delle forze alleate, secondo Olson e Runde, «potrebbe portare al collasso del governo afghano e creare un ambiente favorevole per le organizzazioni terroristiche e i rivali statunitensi. È plausibile che un grande attacco terroristico del calibro degli attacchi dell’11 settembre 2001 sia pianificato contro gli Stati Uniti sul suolo afghano. Ciò potrebbe portare un futuro presidente degli Stati Uniti ad occupare ancora una volta l’Afghanistan, ma con meno alleati, minore appetito politico e minore autorità morale rispetto al 2001».

Ma è certo che questo non è l’unico scenario possibile. Infatti, già parlare di colloqui tra talebani e Governo afghano è un grande passo avanti. In caso di ritiro graduale, cosa potrebbe accadere? «I colloqui di pace tra Stati Uniti e talebani sembrano avanzare e una soluzione potrebbe portare a un graduale ritiro delle truppe americane, dopo il dialogo tra talebani e il Governo afghano. Inoltre, l’Afghanistan terrà elezioni presidenziali a settembre: se un candidato con ampio sostegno dovesse vincere, potrebbero aumentare pace e stabilità, e diminuire – o annullarsi – la necessità di truppe straniere sul territorio. In questo caso, gli Stati Uniti raggiungerebbero sia gli obiettivi politici che quelli diplomatici nei confronti di un Afghanistan post-guerra. C’è speranza per la pace e per la salvaguardia dei guadagni realizzati negli ultimi due decenni, ma gli Stati Uniti e il resto della comunità internazionale devono essere pazienti e prendere misure graduali e ponderate».

Dagli ultimi risvolti, Donald Trump pare chiaramente consapevole del rischio politico di ripetere, in Afghanistan, l’errore di Barack Obama in Iraq. Il Pentagono, nel marzo 2018, ha chiarito il suo obiettivo: «raggiungere una riconciliazione politica, non una vittoria militare». Da come si sta profilando il tavolo delle trattative, gli Stati Uniti sembrano rinunciare al loro obiettivo iniziale, ovvero quello di estirpare i talebani dal potere in Afghanistan.

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