domenica, Dicembre 15

Afghanistan, ‘pace’ e sangue Dopo l’ultimo round di incontri l’Afghanistan sembra vicino ad una tregua, ma la gente muore ancora

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Il prossimo 28 settembre sarà una data cruciale per l’Afghanistan. Quel giorno dovrebbero tenersi le elezioni presidenziali, che da quando sono state indette, vale a dire l’anno scorso, sono state già rinviate due volte. Originariamente, infatti, erano previste per il 20 aprile 2019, ma nel dicembre scorso la Commissione Elettorale Indipendente (CEI) ha annunciato il posticipo del turno elettorale, spostandolo il 20 luglio. Motivo del rinvio: avere più tempo per laddestramento del personale, in modo che non si ripresentassero i problemi emersi durante le parlamentari di ottobre, quando furono accumulati ritardi con il sistema di identificazione biometrica degli elettori, e, quindi, ridurre il rischio di frodi. A marzo, però, la stessa CEI ha rinviato nuovamente le elezioni di due mesi a causa dei ritardi emersi a livello tecnico e al cambio della legge elettorale.

Questo lungo procrastinarsi, però, sembra essere giunto alla conclusione e la data fissata – a meno di ripensamenti e ulteriori inconvenienti organizzativi – rimane, per ora, quella del 28 settembre, quando si terranno anche le elezioni locali in 34 provincie. Una data che svelerà affettivamente la maturità del Paese e delle fazioni in gioco, le quali, tra bombardamenti e minacce, cercano di portare avanti i colloqui di pace, che vedono impegnati i talebani e la diplomazia statunitense per porre fine ad una guerra che si protrae ormai da 18 anni.

Era il 7 ottobre 2001 quando le truppe americane invasero lAfghanistan governato dalle forze talebane. Un attacco comandato dall’allora Presidente statunitense, George W. Bush, come ritorsione agli attentati dall’11 settembre promossi dall’organizzazione terrorista al-Qaeda, sponsorizzata da Osama Bin Laden. Sebbene fosse di origine saudita, Bin Laden forgiò la sua visione radicale dellIslam sul finire degli anni 70, combattendo tra le fila dei mujahidin pakistani – finanziati dagli americani – durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan, che terminò nel 1992. Qui, dopo la proclamazione della Repubblica Islamica, Bin Laden vi si trasferì durante gli anni 90 e, sotto legida dei talebani che controllavano la maggior parte dei territori afghani, poté strutturare meglio il gruppo jihadista reo dell’attacco alle Torri Gemelle. 

Mossi da spirito antiterroristico, imperniato da una buona dose di vendetta, gli americani estromisero «limpresentabile regime talebano» – come lo etichetta lo storico Massimo Campanini in ‘Storia del Medio Oriente Contemporaneo’ – e installarono un Governo democratico guidato ad interim dal pashtun Hamid Karzai. Alla scadenza dei due mandati di Karzai, le contestate elezioni dell’aprile 2014 decretarono come nuovo Presidente Ashraf Ghani Ahmadzai, che insieme al Capo dell’Esecutivo, Abdullah Abdullah – suo rivale durante le presidenziali –  guida attualmente un Governo di unità nazionale, concordato nell’agosto di quell’anno dopo una serie di negoziati.

Negli anni, però, i talebani si sono riorganizzati e rinforzati – in parte sostenuti dal Pakistan, che però nega un suo coinvolgimento – e, ad oggi, controllano la maggior parte del Paese. Secondo le stime del 41esimo rapporto trimestrale SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction) relativo all’ottobre 2018, i talebani controllano oltre il 55% del territorio afghano. Il report successivo, però, indicava come il Governo centrale controllasse aree abitate dal 63% della popolazione. Stando a questi dati, quindi, i talebani controllerebbero porzioni geografiche più ampie, mentre le autorità governative avrebbero maggiore presa sui civili. Dal report di luglio, però, il Governo americano ha deciso di non rendere noti i dettagli relativi al controllo territoriale.

La forza e lorganizzazione dei talebani, quindi, hanno fatto sì che il conflitto afghano-statunitense si protraesse così a lungo, fino a far di loro interlocutori privilegiati nel processo di pacificazione. Uno scenario impensabile fino a qualche tempo fa, ma che decreta inesorabilmente il totale fallimento della strategia partorita da Washington: così come accaduto sul fronte iracheno. 

Tra il 2 ed il 4 agosto scorsi si è svolto a Doha, capitale del Qatar, lottavo round di incontri fra il gruppo dei fondamentalisti islamici e gli americani, che hanno iniziato i loro colloqui nel luglio del 2018. I vertici tra l’inviato speciale degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, ed il principale ufficiale talebano, Mullah Abdul Ghani Baradar, si concentrano su un accordo di pace che abbia come presupposti il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan in cambio dell’impegno del gruppo islamista a cessare il fuoco e a bloccare i gruppi terroristici internazionali dall’operare sul suolo afghano. Obiettivo del Governo americano è cercare di introdurre i talebani – che non hanno permesso al Governo di Kabul di partecipare ai tavoli con i diplomatici USA poiché lo considerano un regime fantoccio – ad un dialogo intra-afghano più ampio sulla struttura del Paese. Dalla Casa Bianca sperano di chiudere entro il primo settembre, per arrivare tranquillamente alle elezioni del 28, e Khalilzad si è fatto portavoce di questo entusiasmo twittando: «We are ready for a good agreement». Il mese scorso, però, al termine del settimo round di incontri, il portavoce dell’ufficio politico dei talebani in Qatar aveva dichiarato che «i colloqui intra-afghani inizieranno solo dopo l’annuncio del ritiro delle forze straniere».

Nonostante i buoni propositi e lo stato avanzato della relazione, i combattimenti non sembrano sul punto di cessare . L’ultimo aggiornamento pubblicato dalle Nazioni Unite riporta che nella prima metà del 2019 sono state 3.812 le vittime civili  (1.366 morti e 2.446 feriti) causate dalla guerra in atto in Afghanistan: l’unica nota positiva è il calo del 27% rispetto alle statistiche dello stesso periodo dell’anno precedente, che segna il dato più basso dal 2012. Sono oltre 2,5 milioni, invece, gli sfollati dallinizio della guerra.

Ad aumentare nei primi sei mesi, però, sono state le vittime provocate delle forze pro-governative. L’UNAMA (United Nations Assistent Mission in Afghanistan) ha attribuito a queste 1.397 vittime civili (717 morti e 680 feriti): un aumento del 31% rispetto al 2018. Sempre da gennaio a giugno, gli attacchi aerei – effettuati principalmente da caccia americani – hanno ucciso 363 persone, tra cui 89 bambini.

Lultimo atto di questa lunga guerra è stato effettuato dai talebani solamente due giorni fa. Il 6 agosto, a Kabul, l’esplosione di unautobomba davanti alla stazione di Polizia ha provocato la morte di 14 persone, ferendone circa 150. Il leader dei talebani, Mullah Haibatullah Akhundzada, ha detto che gli Stati Uniti avrebbero sollevato dei dubbi e incertezze sull’accordo, mentre il portavoce del gruppo, Zabihullah Mujahid, ha fatto intendere che si è trattato di una ritorsione contro loffensiva che le forze governative continuano a condurre nelle campagne.

A questi attacchi bisogna aggiungere le richieste di boicottaggio delle elezioni presidenziali da parte dei talebani, che hanno minacciato di colpire i centri elettorali. La situazione è, dunque, paradossale. Mentre si fissano le elezioni e si tengono tavoli di trattative per porre fine alla lunga guerra tra USA e talebani – mai così vicini ad un accordo – continuano, da una parte e dall’altra, i bombardamenti. Il tutto a scapito della popolazione, vera vittima di questo conflitto.

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