mercoledì, Febbraio 20

Adulti e bambini, sangue del mio sangue Chi non ha dignità di vita propria, da proteggere o solo rispettare, si può ‘mangiare’ addirittura

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Puntuali come le sciagure di terra e mare, come le saghe di borghi e città, come le code ai caselli e ai musei, anche nella scorsa ultima bella stagione sono ricomparsi sui giornali molti articoli dedicati a bambini vittime delle colpe di adulti. Abbiamo così appreso di piccoli dimenticati in auto sotto il sole, smarriti in spiaggia o esposti da genitori senza criterio a rischi inappropriati, e spesso fatali, ai minori. A completare infine lo sciame narrativo dedicato all’’infanziasono state le varie inchieste sullo sfruttamento lavorativo e sulla corruzione morale, riconducibili alla dedizione maligna di grandi’, assortiti tra laici e prelati.

A ben vedere, odiosi racconti su infamità di questa categoria si leggono e si ascoltano durante tutto l’anno, e per quanto possano essere scritti in varie lingue e riferiti ad ambiti culturali diversissimi, essi suscitano sempre e ovunque lo stesso raccapriccio. La nostra sensibilità ombelicale si ribella e si torce in spasimi al solo pensiero di un cucciolo che soffre, perché il mondo degli adulti e quello dei bambini sono non soltanto legati ma anche interdipendenti, per affetto e per una sorta di cromosomico egoismo di Specie.

Quel credito chiesto all’Eternità, altrimenti detto ‘speranza di sopravvivenza, se da un lato anima di un insospettabile vigore il nostro corpo, predisponendolo a ogni sacrificio pur di proteggere i piccoli, dall’altro può sbrigliare la mente all’inseguimento d’idee bizzarre o addirittura folli. A cominciare dalla domanda: ‘In quanti modi (se non come faccio io) si può amare un figlio, cioè il mio desiderio fatto carne, il sangue del mio sangue?’. E se è vero poi che l’anelito alla vita eterna è attivo pure in uomini e donne sterili, giammai si dovrebbe poter odiare un bambino, cioè un figlio non mio.

È fin troppo evidente che le cose non sono così semplici: si danno casi di stirpe propria odiata e di prole altrui amatissima, per esempio. Il problema, semmai, è dato dall’imbrigliamento in una rete ‘psicoaffettiva’ patologica del senso naturale dell’Esistenza, fino a conseguenze estreme. Così, la speranza della mia Sopravvivenza, a tutti i costi libera e incondizionata, alleata con l’illusione di un Tempo scandito solo dalla vecchiezza progressiva di chi mi ha preceduto e mai urtata dal riconoscimento della crescita di chi mi segue, limita in alcuni disgraziatissimi ma non rari casi il potere dell’Evoluzione, sovvertendone i sentimenti necessari al suo cammino, fino a rappresentare un’impensabile fede nella Morte.

In molti ambienti della malavita organizzata gli adulti non si fanno scrupolo di utilizzare giovanissime reclute per portare a termine i loro ‘colpi’, avendo avuto cura di istruirli a dovere fin dalla prima età scolare, affiancando di rado a tale diverso corso di studi quello previsto dalla legge. Infatti, è un’altra Legge quella che il padre impone ai suoi figli, attraverso una perniciosa trasfusione del proprio sangue. E di un altro sangue, quello del nemico, altri uomini parlano agliashbal al-khilafa’ (i leoncini del califfato), i soldati bambini addestrati per uccidere o utilizzati negli attentati come kamikaze. La convinzione è che tutto è consentito dalla potestà genitoriale, all’origine della vita in prestito, ombra dell’unica di proprietà: la propria.

Le motivazioni inconsce, le origini si può dire, della paura e forse dell’invidia degli adulti verso i bambini, addirittura dei padri nei riguardi dei propri figli, si rintracciano nelle rappresentazioni e nelle storie mitologiche. Nel patrimonio culturale mediterraneo è centrale la storia dei figli della Madre Terra e di Urano, i ribelli Ciclopi, cacciati nel Tartaro, l’oltretomba distante dalla terra tanto quanto quest’ultima è lontana dal cielo, perché il dio-padre temeva di essere spodestato da un membro della sua prole. Crono, della vittoriosa stirpe dei fratelli Titani riuscì a castrare Urano, sposò sua sorella e fece figli, ma non si liberò mai a sua volta della medesima ossessione del genitore, né della stessa orrida modalità di soluzione del problema. Quel che accadde da Zeus in poi, il sopravvissuto divenuto capo degli dei, è noto a tutti; in particolare, la distinzione olimpica della realtà del nuovo sire, ancorché infarcita di turpitudini d’ogni genere, riposa almeno su di un concetto nuovo: l’amore oblativo, ma più spesso simile a un’orgogliosa tutela del proprio prestigio, per i figli.

La relazione padre-figlio trasfigurata nel Mito consente di valutare aspetti ancora più crudeli dell’antico rapporto, fantasticato e poi messo in pratica, tra gli adulti di dubbia potenza e la divinità onnipotente. Dio si raggiunge, e s’induce a clemenza, tramite l’infanzia sacrificata. Tornare per chiedere: implorare al Padre un vantaggio immediato, significa offrirgli ciò che per noi non solo è più prezioso e puro, ma è anche completamente nostro.

Dal dio-padre che divora i figli all’infante da immolare per ingraziarsi il Cielo, il passo è breve: offriamo all’Immortale un lacerto di futuro, e così l’Eternità che salverà pure noi mortali non apparirà minacciata, almeno non per ora. Un po’ di vita la cediamo noi, un po’ ce la darà in più Lui, magnanimo. Dal sacrificio del figlio di Tantalo a quello di anonime creaturine nei riti magico-religiosi dell’isola di Creta, da quelli delle stirpi d’America alle atrocità lacedemoni in nome di Artemide, l’esempio concreto della difficoltà psicologica a separare l’oggetto dal soggetto che lo pensa, lo programma e lo crea, è presente in storie e leggende di ogni cultura: il prodotto del concepimento non ha il diritto assoluto, cioè libero da vincoli parentali, all’esistenza.

Nel mito s’intravvede anche il rapporto tra antropofagia e pedofilia, forma ‘attenuata’ (non sempre, purtroppo) di uccisione dei piccoli, perché chi non ha dignità di vita propria, da proteggere o solo rispettare, si puòmangiareaddirittura: non a caso l’orco è il divoratore di bimbi per eccellenza e noi chiamiamo così gli adulti che abusano di minori.

Se un ‘insano desiderio d’incorporazione’ è alla base della difficoltà (proto)psichica che ‘autorizza’, forse per un difetto evolutivo di percepire la distinzione tra Sé e Non-Sé, ogni  atto di violazione sino a quello estremo di soppressione dell’Altro-in-miniatura, il temuto, e rimpianto in memoria, ‘narcisismo onnipotente dell’infanzia’ viene rivissuto dal pedofilo nel delirio attualizzato nell’ uso-possesso del corpo della preda-bambina che mantiene ancora intatto, come un elisir,  il nettare concentrato della vita, destinato a perdersi goccia a goccia crescendo.

Tra le discussioni sugli abusi sessuali sui minori molte si affollano sulla questione specifica del considerare i pedofili dei malati oppure no; solo in carcere non si hanno dubbi: l’infame non ha scuse, per definizione e per le sue bestialità sarà punito a dovere, non c’è spazio per cure o giustificazioni di sorta. Un tempo, in Psichiatria le condotte devianti di questo tipo erano ritenute proprie di dementi e oligofrenici, più frequenti comunque in condizioni cliniche con disturbo dello sviluppo cognitivo, in aggregati d’infima cultura o in ambienti sordidi e oppressivi. Oggi, non più sottovalutate, ‘le pulsioni pedofile di vario livello si considerano espressione di un disagio psichico multifattoriale, in cui giocano ruoli diversi e segnano tappe distinte sia le trame dell’organizzazione psichica tipiche dei perversi in senso stretto, sia quelle dalle tessiture più ampie e variegate degli psicopatici in genere. In verità, molte definizioni sono possibili, ma poca è la sostanza certa; vale la pena, forse, per amor di chiarezza, impegnarsi ad approfondire gli aspetti evoluzionistici della ‘condanna’ del pensiero umano in marcia, laddove appunto la malattia, non solo psichica, non può che apparire come una deviazione dal ‘naturale’ tragitto lineare verso il Bene.

Tuttavia, i cedimenti della mente umana non sono sempre così lampanti come quelli riportati nella cronaca degli abusi conclamati sui bambini (violenze fisiche o traumi psichici), perché essi restano invece più volte nascosti dietro un’apparente normalità. Accade assai spesso che, accanto a nefandezze d’ogni tipo, infinite seppur sottili forme di vessazione nei riguardi dei minori procedano sommerse dietro la facciata della ‘tranquilla’ quotidianità domestica (basti pensare all’incuranza di una coppia in crisi di bisticciare davanti alla prole o alla catalogazione giudicante di pregi e difetti di un figlio paragonato all’altro). Anche in questi casi i bambini sono inermi rispetto all’aggressività dei grandi. È la stessa forma d’impotenza che rende il piccolo abusato incapace di difendersi, anche laddove possibile, e che diventa rimozione sintomatica del trauma nell’adulto disturbato.

Per di più nel mondo attuale, come evidenziano studiosi di diversa estrazione, e tra questi Sophia Levenditi, professoressa di Letterature Comparate a Parigi, «nel momento stesso in cui si leva una condanna senza precedenti contro la pedofilia, si osserva dappertutto un’infanzia sessualizzata… resa un luogo al tempo stesso sacro ed erotizzato» (Le Monde, 1 luglio 2017), talvolta già nel racconto familiare e di frequente nelle sollecitazioni pubblicitarie e pseudoculturali mediatiche.

Il clamore della divulgazione non esorcizza, se non in una criminosa fantasia inconscia, il silenzio che permea il luogo, il momento e il vissuto della violenza agita, in un vortice di nebbia e di lucida follia, a sua volta generatore dell’afasia del traumatizzato, consegnato a un’ «onta vergognosa, in un mutismo dell’animo che spegne ogni possibile parola». Eppure, sempre la scrittrice Annie Lecrerc, «niente è irrimediabile»; se all’infanzia si cerca di rapire la parola con la forza, essa riemerge più potente come simbolo, nonostante «il principale elemento connotativo dell’abuso siail non-detto», valutato in tratti distintivi di attori e scene a turno in gioco. Per esempio, «il silenzio del minore diventa parte integrante della forza dell’adulto violento, e quest’ultimo da parte sua è pressoché incapace di profferire verbo, se scoperto».

In merito al problema del ‘silenzio’, non va dimenticata l’odiosa omertà della Chiesa in merito alla sconcertante frequenza di pedofili nelle fila dei suoi ministri (memorabile la cifra di trecento sacerdoti nell’ultimo rapporto del Grand Jury della Pennsylvania incriminati per abusi perpetrati dal dopoguerra a oggi); il Papa, invece, ha parlato: Francesco ha scritto e proclamato che si tratta di «ferite che non spariscono… non vanno mai prescritte… obbligano tutti noi a concentrare gli sforzi per sradicare questa cultura di morte». 

La parola, dunque; essa è un’arma, l’unica per la difesa preventiva dall’annichilimento e dalla funerea perdita di senso; è resistenza all’oltraggio e nei casi più fortunati anche consapevolezza inattaccabile e perenne della protesta della (propria) esistenza, come manifestazione letterale dell’essere (persona).  ‘Chi molesta o non rispetta un altro essere umano è estraneo a qualunque forma di empatia, si aggira in un deserto senza voci, soprattutto perché «incapace di ri-trovare dentro di sé quelle parole che identificano il prossimo e i suoi bisogni». La possibilità di rintracciare anche nel buio di queste solitudini aberranti un certo amore per la vita è legata al recupero di un sentimento d’individuazione, cioè di senso e determinazione, smarrito a suo tempo nella precoce gelata dell’inverno affettivo dell’infanzia, nella muta frustrazione che uccise ogni germoglio verbale di quell’essere in erba. Spesso la causa prima della glaciazione disastrosa è riconducibile al trauma personale di un abuso subito, anche solo in forma dello sguardo perverso dell’adulto, che rese seduttivo e quindi vulnerabile quel minore.  

Il pedofilo riprende azione e parola solo nel riflesso di sé stesso bambino in un coetaneo’, ne condivide forma e contenuti di linguaggio, programma con l’amichetto la ripetizione anancastica del ‘gioco’, in uno scambio sempre impari di contatto fisico e psichico, obbediente lui solo ai fantasmi di un’infanzia persecutoria. Se questa è la colpa, ancora maggiore è quella di chi di essa tace o non si cura e non ammette cura per chi l’ha commessa, invocando a buon diritto solo la punizione prevista dalla Legge del Padre. L’unica.

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