venerdì, Febbraio 28

Adesione all’UE: la versione dei Balcani occidentali In attesa dell’Unione europea, Albania, Macedonia del Nord e Serbia danno vita al ‘mini-Schengen’

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Qualche mese fa, esattamente a giugno di quest’anno, il Consiglio europeo aveva deciso di rimandare i negoziati per l’avvio delle trattative per l’adesione della Macedonia del Nord e dell’Albania all’Unione europea. Era già successo, poco meno di due fa, quando ai due Paesi era stato chiesto di fare ulteriori sforzi ed aspettare. 

In seno al Consiglio europeo, a giugno, erano stati quattro i Paesi contrari all’avvio dei negoziati: Francia, Olanda, Danimarca e Germania. Siamo arrivati ad ottobre e mentre le posizioni di Danimarca, Germania ed Olanda sono in parte mutate, la Francia ed il suo presidente sembrano ancora contrari e l’appuntamento di ottobre potrebbe trasformarsi in un nuovo, ennesimo slittamento dei negoziati: i risultati ottenuti dai due Paesi candidati, sia in campo economico che legislativo e lo storico accordo che la Macedonia del Nord ha firmato con la Grecia, che ha risolto una disputa che si trascinava da trent’anni sul nome ufficiale del Paese, non sono evidentemente ancora sufficienti per il presidente francese Macron. Sicuramente Macedonia del Nord ed Albania potevano fare di più in campo giudiziario e per contrastare la corruzione e Tirana al momento vive una situazione politica estremamente confusa, ma non stiamo parlando di far entrare da subito i due Paesi nell’Area Schengen o nell’Unione europea, ma solo di avviare le trattative e stabilire un percorso che solo se compiuto interamente, dopo anni, permetterebbe ai due Paesi l’ingresso nell’Unione. Lo stesso commissario europeo all’Allargamento, Johannes Hahn lo ha ribadito più volte «l’ingresso nell’Ue non avverrebbe dall’oggi al domani, è un percorso che richiede tempo e che si basa sul merito».

Nel frattempo però, evidentemente, la voglia di mettersi in gioco ed allargare i confini economici e culturali è molto forte nei Balcani occidentali ed infatti i due Paesi, assieme alla Serbia, hanno firmato un trattato chiamato mini-Schengen‘.L’accordo, firmato a Novi Sad il 10 ottobre dai leader dei tre Paesi, il presidente serbo Aleksandar Vucic, il primo ministro albanese Edi Rama ed il primo ministro della Macedonia del Nord Zoran Zaev prevede la libera circolazione, nell’area dei tre Paesi, di persone, merci, capitali e servizi. 

Probabilmente entro il 2021, i cittadini di Albania, Macedonia del Nord e Serbia potranno attraversare i confini utilizzando solo il documento d’identità. Non poco per una regione fino a pochi anni dilaniata da guerre violentissime e dove i confini erano sbarrati da carri armati e uomini in tuta mimetica e kalashnikov. «Le questioni aperte che esistono nella regione non dovrebbero impedire ai paesi di concordarsi su ciò che riguarda i cittadini» ha dichiarato il premier albanese Rama e gli ha fatto eco l’omonimo macedone, al termine dell’incontro di Novi Sad, ribadendo che «stiamo inviando il messaggio che le relazioni politiche nella regione stanno diventando più semplici, che i Balcani non sono più un barile di polvere da sparo, ma una regione di stabilità, sviluppo economico, dedicata all’integrazione europea e al miglioramento degli standard dei suoi cittadini». Il primo ministro della Macedonia del Nord, faceva evidentemente riferimento a Bosnia Erzegovina, Kosovo e Montenegro, ma non sarà facile immaginare un accordo che comprenda tutti: troppi veti incrociati ed appunto troppe questioni aperte. Basti accennare al vespaio di polemiche che ha suscitato il premio Nobel assegnato quest’anno dall’Accademia svedese a Peter Handke, lo scrittore austriaco noto per aver espresso la propria vicinanza a Slobodan Milosevic ed aver minimizzato i massacri compiuti dall’esercito serbo nella guerra dell’ex Yugoslavia. Fra tutte è sufficiente riportare la nota del primo ministro albanese Rama: «Non avrei mai pensato che mi sarebbe venuto da vomitare per un premio Nobel».

Nonostante le tante, tantissime ‘questioni aperte’, i tre leader sembrano aver capito che al momento non sono una priorità per l’Unione europea e piuttosto che rimanere ostaggio di alcuni Paesi, arroccati sulle proprie posizioni di principio, intendono proseguire il cammino: il 10 novembre si incontreranno nuovamente, ad Ocrida, nella Macedonia del Nord e questa volta potranno presenziare non solo i tre firmatari del trattato, ma tutti i leader dei Balcani occidentali.

L’accordo siglato dai tre Paesi è sicuramente un passo importante verso la stabilità della regione, in attesa che l’Unione europea si muova e dia finalmente un segnale preciso. Le istituzioni europee hanno più volte sottolineato l’importanza dell’avvio dei negoziati per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord, ma l’Unione europea continua a parlare a più voci ed anche in politica estera gli Stati membri sembrano decidere ed agire guardando in casa propria e per ragioni strettamente legate a questioni di politica interna. Jean-Claude JunckerDonald Tusk non hanno mai nascosto le loro idee sull’allargamento e più volte si sono espressi anche pubblicamente a favore di Albania e Macedonia del Nord; anche Ursula von der LeyenDavid Sassoli, nuovo presidente della Commissione Europea e nuovo presidente del parlamento europeo, hanno ribadito che non vi sono motivi per rimandare ulteriormente l’avvio dei negoziati, considerando che Albania e Macedonia del Nord hanno fatto «quello che abbiamo chiesto loro di fare»

Tuttavia sembra che non ci sia l’unanimità nel Consiglio, ai dubbi di Olanda e Danimarca sull’Albania si aggiunge la consueta netta opposizione della Francia che ritiene che l’Unione Europea debba prima riformarsi all’interno per pensare di accogliere nuovi membri

Il commissario europeo all’Allargamento, Johannes Hahn ha spiegato anche che avviare i negoziati solo per la Macedonia del Nord e respingere la candidatura dell’Albania “sarebbe un enorme errore politico e un disastro perché avrebbe un impatto sulla stabilità regionale, creando un vuoto che altri andranno a riempire, sostituendosi all’Ue” e ribadendo un concetto già espresso da Federica Mogherini, ha sottolineato che non è solo una questione di responsabilità, ma è in gioco la credibilità dell’Unione europea.

La decisione verrà presa tra qualche giorno, nel corso del summit dei ministri dell’Unione Europea che si terrà il 17 e 18 ottobre in Lussemburgo: la stabilità nella regione passa evidentemente anche dalle insicurezze e dalle perplessità di alcuni Paesi e soprattutto della Francia, che in politica estera preferisce continuare ad agire stand alone nella speranza di restituire a Parigi il ruolo oramai perso di capitale politico-diplomatica e forse con una mai sopita nostalgia per la vecchia politica di egemonia neo-coloniale. 

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