sabato, Agosto 24

Addio a Tom Wolfe, il menestrello dello spazio onesto ”La stoffa giusta” ha saputo raccontare come pochi il mondo delle prime missioni spaziali con uomini a bordo

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A 88 anni compiuti lo scorso 2 marzo, se n’è andato un grande menestrello dello spazio. Tom Wolfe era uno scrittore di solido talento e in queste righe cercheremo di raccontare qualcosa di lui; qualcosa che non abbia semplicemente a che fare con quel radical chic che lo ha reso famoso nella letteratura contemporanea, ma anche per un contributo dato allo spazio, uno degli argomenti più prediletti di chi scrive. Per cui i lettori più affezionati comprenderanno e forse condivideranno un frizzo di commozione nel percorrere la sua vita.

Thomas Kennerly Jr. era nato a Richmond, la città dei sette colli -un po’ come Roma- ma in Virginia, che fu capitale del Commonwealth ma più nota per il sangue versato tra le sue macerie durante la guerra di secessione americana e studiò da giornalista all’Università di Yale impiegandosi come reporter allo Springfield Union, al Washington Post e all’Herald Tribune, testate di grandi tirature che fecero conoscere rapidamente la sua firma anche oltre i confini dell’Union. Ma per quanto abbia scritto molti libri,i cui titoli sono facilmente reperibili su qalsiasi repertorio bibliografico, il nome di Wolfe è associato al new journalism e a quell’espressione prima citata, che viene anche un po’ abusata ma sicuramente non usata nel significato del testo di cui è titolo. Lo stile discorsivo poi dei suoi testi fu ripreso da diversi autori –tra tutti Truman Capote e Gay Talese– che diedero alle proprie composizioni una narrazione molto più morbida e coinvolgente. Troppo forse, perché alcuni fatti dovrebbero essere citati e commentati ma non immaginati nel racconto. Il che nulla toglie alla piacevolezza della lettura. Inoltre c’è un ricordo molto vivo dei suoi capi di sartoria, sempre chiari e impeccabili che hanno fatto del povero contadino della Virginia un idolo di portamento che tra gli scrittori ha veramente ben pochi confronti.

Ma il nostro Tom ha saputo raccontare come pochi il mondo delle prime missioni spaziali con uomini a bordo. E per questo ha avuto in Oriana Fallaci un’attenta sponda, quando la cronista italiana era inviata a Cape Canaveral per alcuni dei rotocalchi più patinati del nostro Paese.

Così agli appassionati di spazio, assieme ai testi sacri di chi ha raccontato le pieghe delle avvenute cosmiche, non dovrebbe mancare nei propri scaffali ”La stoffa giusta”.

Il libro ripercorre con molta enfasi letteraria più che giornalistica gli anni in cui gli Stati Uniti si mobilitavano alle spedizioni umane con una grinta a metà strada tra la competizione sportiva e l’esibizione di muscoli nei riguardi dell’Unione Sovietica, l’eterno nemico. Un momento storico assai complesso con le ferite di guerra non ancora rimarginate e un destino carico di indeterminazione. Appena quindici anni prima si era scampata la grande paura che la corsa per la costruzione degli ordigni nucleari fosse vinta dalla Germania nazista, che ne avrebbe fatto un uso dirompente verso i suoi nemici. Pari o forse anche peggio di quello che l’America ha compiuto freddamente su due obiettivi civili in Giappone. C’era incertezza, questo è vero e il bottino umano degli scienziati spaziali spartito dai due grandi blocchi era servito ad alimentare una velocizzazione di armamenti assai pericolosi ma manifestata da una mostra tecnologica che aveva per obiettivo la conquista di un satellite senza vita, più che la distruzione di milioni di esseri umani.

Il presidente John Kennedy aveva ereditato un atteggiamento quasi remissivo dalla passata amministrazione della Casa Bianca e aveva posto al Congresso la priorità assoluta di arrivare primi sulla Luna. Molti autori dell’epoca -specie anglosassoni- sono persuasi che il rampollo della famiglia irlandese, arricchita durante il protezionismo e alimentata da finanziatori oscuri, avesse poche o nulle cognizioni della scienza oltre il pianeta. Ma la sua arguzia gli aveva fatto comprendere che una manovra così appariscente avrebbe dato una visibilità straordinaria al suo mandato e alla terra di adozione.

Oggi che le tecnologie spaziali sono un prodotto maturo e molte barriere tecnologiche sono declinate. Parliamo di space economy come di una disciplina fortemente parcellizzante per gli investitori. Ai tempi di Kennedy i finanziamenti erano senza limiti e alla luce di tante situazioni ancora oggi controverse, molti di quei dollari spesi hanno rappresentato una fondazione senza precedenti per tante delle industrie che hanno reso grande la new deal kennediana. Ma per rendere completo il quadro della magia americana, occorrevano degli eroi. E questi furono i primi astronauti individuati per le missioni da mille e una notte: Alan Shepard, Donald Slayton, John Glenn, Gus Grissom, Scott Carpenter, Walter Schirra, Gordon Cooper. L’etichetta che li avrebbe contrassegnati era quella dei super esseri viventi, uomini dotati di coraggio e audacia, pari ai vecchi pionieri che attraversavano le praterie per raggiungere il loro posto del mondo. Un mito che per la nazione più evoluta del mondo non è mai tramontato.

Chi non ha davanti agli occhi le gesta dell’indistruttibile Chuck Norris, il solitario Texas Ranger che rimedia tutto con qualche colpo di lotta orientale, punendo i cattivi e proteggendo i deboli e i giusti?

Ora, che gli astronauti siano degli impeccabili professionisti, nessuno può dubitarlo. Si tratta di piloti e scienziati sottoposti a un addestramento molto severo, con missioni piene di insidie.

Neil Armstrong e Buzz Aldrin, i primi due uomini che nel 1969 toccarono il suolo lunare, sapevano che la missione per la quali erano stati designati era tra le più pericolose mai realizzate nella storia dell’esplorazione spaziale e il presidente in carica Richard Nixon assieme al discorso trionfale che lesse davanti alle telecamere, aveva sul suo tavolo anche uno scritto del ghostwriter William Safire, in cui piangeva i sacrifici della scienza.

E prima di quell’evento, il 27 gennaio 1967 Grissom, con Edward White e Roger Chaffee entrando nella capsula di Apollo 1 per effettuare il test “plugs out” morirono miseramente durante un’esercitazione per un’inadeguata manovra di pompaggio di ossigeno nella camera pressurizzata ben ancorata alla rampa. Rischi calcolati e accettati, come quelli che hanno offuscato l’equipaggio di Apollo 13 dopo il collassamento di alcune pannellature di bordo. Uomini e donne che hanno la consapevolezza di portare a termine i propri compiti. Non super men, nell’accezione più squalificante del termine. E Wolfe nel suo libro lo fa comprendere, con una classe assai raffinata, perché quelli con “la stoffa giusta”, gli idoli che tutta una nazione ammira sono e devono essere persone normali destinate a giocare ruoli da cui non si può far sempre macchina indietro, intrappolati forse da una storiografia inclemente di sentimenti e passioni personali. È quello che ha raccontato nei suoi volumi Tom Wolfe, superando la maschera dell’eroe invincibile, ma portando per mano il lettore oltre una trama sconosciuta e restituendo una dimensione umana di cui tutti noi abbiamo bisogno.

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