domenica, Novembre 17

Accordi commerciali UE-EAC bloccati, Bruxelles inizia la guerra mediatica

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In supporto al rapporto UE e per controbattere gli argomenti degli euro-pessimisti, Kristian Schmidt (Capo della Delegazione Europea in Uganda) e Domenico Fornara (Ambasciatore Italiano in Uganda) hanno rilasciato una intervista sul settimanale regionale ‘The East African‘. Una intervista concentrata sul Brexit dove evidenti sono le preoccupazioni che la libertà economica della Gran Bretagna (supportata dal Commonwealth) possa indebolire ulteriormente gli accordi economici europei in Africa. Nell’intervista si tenta di dare l’impressione che l’Unione Europea esca rafforzata dall’uscita della ex potenza coloniale, escludendo ogni pericolo di disintegrazione. I 27 Paesi membri rimasti nella UE rappresenterebbero ancora un mercato più importante e redditizio. Si fa intendere che non vi sia una posizione conflittuale tra Londra e Bruxelles riguardo i rapporti con l’Africa. «Non penso che la Gran Bretagna e l’Unione Europea entreranno in competizione. Come ha sottolineato il Primo Ministro Theresa May, condividiamo gli stessi valori». Nell’intervista si afferma la volontà dell’Unione Europea di rafforzare il processo di integrazione economica dell’Africa Orientale, grazie alle esperienze acquisite dal esperimento europeo.

L’intervista è stata strutturata in modo che sia impossibile distinguere le dichiarazioni fatte da Schmidt e Fornara, probabilmente frutto di posizione comuni. Le  dichiarazioni fatte durante l’intervista sembrano contraddire la realtà.
La discussione sulle modalità del Brexit rischiano di creare una Guerra Fredda economica tra UE-Gran Bretagna, come il Vice Primo Ministro degli Esteri Mario Giro ha illustrato in una intervista rilasciata lo scorso gennaio al quotidiano britannico ‘The Guardian‘ “Alcuni pensano che si possa ereditare le posizioni economiche detenute in Gran Bretagna prima del Brexit. Non credo sia il caso dell’Italia. La perdita di posizioni economiche potrebbe portare ad una guerra economica non favorevole alle parti.”, afferma il Vice Ministro Giro, dichiarandosi favorevole ad una strategia di uscita ‘soft’, cercando compromessi con la Gran Bretagna idonei a negoziare una uscita conveniente per entrambi e non costringere il Primo Ministro britannico Theresa May a concretizzare la minaccia di una ‘hard Brexit‘. La paventata guerra commerciale tra Gran Bretagna e UE verrebbe giocata anche in Africa, dove Londra e il Commonwealth godono di maggior autorità e considerazione rispetto alla Unione Europea vista da molti Paesi africani come un esperimento di unione economica in via di fallimento.

Dal punto di vista delle relazioni commerciali e aiuti bilaterali l’uscita della Gran Bretagna diminuisce del 14,8% il budget annuale della UE destinato agli aiuti per l’Africa e priva l’Europa di una cooperazione (quella inglese) tra le più efficaci, dinamiche e business oriented. Rimarrebbero solo le agenzie di alto livello della Germania e Norvegia e la Cooperazione Francese (impegnata però a mantenere il dominio coloniale della France Afrique e quindi mal vista in Africa). La maggiorana dei Paesi africani è convinta che il Brexit rappresenti una grande affare per il Continente.

Anche sui valori comuni e l’assenza di conflittualità tra Gran Bretagna e UE si nutrono vari dubbi. A parte la singolarità storica della più grande isola europea, i valori comuni occidentali sono notoriamente sacrificati per gli interessi economici. La Gran Bretagna ha praticamente abbandonato gli accordi commerciali EPA e sta utilizzando il Commonwealth (la comunità della Gran Bretagna e delle 52 nazioni che componevano l’Impero Britannico). Gli economisti africani rimangono scettici sugli accordi ACP-UE, considerando che dal 2017 la Gran Bretagna non verserà più la sua contribuzione al budget europeo (11,3 miliardi di euro). Questo deficit finanziario ridurrà le possibilità di manovra della UE e i Paesi forti‘ (Francia, Germania) potrebbero essere spinti a misure intransigenti sulla firma degli Accordi di Cotonou senza possibilità di compromessi e ‘regali’ ai Paesi africani, ingarbugliandosi in un pericoloso gioco a ‘rischia tutto’.

Anche la dichiarazione di Schmidt e Fornara che l’Unione Europea rappresenti ancora un importante e redditizio mercato per l’Africa è contraddetta dalle previsioni degli economisti (‘Forbes‘ compreso) che l’economia del Commonwealth supererà per importanza quella della Unione Europea nel un giro di un decennio in quanto è composto da potenze economiche emergenti quali Nigeria, Sudafrica, India e da Paesi economicamente stabili quali Australia, Canada e Singapore. In Europa esiste una sola potenza economica: la Germania, circondata da ex potenze coloniali in difficoltà,  Stati deboli e a rischio  -Italia, Spagna, Portogallo- Stati già falliti  -Grecia-  e Stati satelliti dell’influenza tedesca, Stati dell’Est Europa ancora sottosviluppati e con debole contrattazione politica. In Europa sembra più concreto il vecchio sogno di dominio teutonico che una solida e promettente Unione di Stati paritari.

Il Commonwealth sarebbe una alternativa agli accordi commerciali con l’Europa, grazie ad un mercato di potenziali consumatori pari a 2,4 miliardi di persone, mentre l’Europa può offrire un ridotto mercato di 510 milioni di potenziali consumatori. L’unica superiorità al momento mantenuta dalla Unione Europea riguarda il Prodotto Interno Lordo, stimato a 16,5 trilioni di Euro rispetto a quello del Commonwealth (8,42 trilioni di Euro). Un vantaggio che potrebbe non esistere più tra dieci anni e attualmente vanificato dalla sostanziale differenza di approccio dei due blocchi economici. Quello Europeo basato sulla economia coloniale, ritorsioni commerciali, minacce economiche e interventi militari devastatrici (vedi la Libia)  -tutte caratteristiche della storica aggressività dei popoli europei. Quello del Commonwealth, basato su principi di partecipazione democratica e equa degli Stati membri e dei loro partner commerciali (Africa inclusa).

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