domenica, Dicembre 15

Accordi commerciali Africa-Europa, ONU consiglia di non firmarli

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Lunedì 24 aprile l’Unione Europea ha incassato un duro attacco relativo agli accordi commerciali con i Paesi africani denominato Economic Partnership Agreement – EPA con la Comunità Economica dell’Africa Orientale (East African Community EAC). L’Agenzia ONU UNECA (United Nation Economic Commission for Africa) ha consegnato al Parlamento della EAC ad Arusha – Tanzania – un dettagliato rapporto sulle conseguenze a medio termine di una eventuale firma  dell’accordo con l’Unione Europea. Il rapporto (Analysis of the Impact of EAC EU EPA Agreement) è frutto di un anno di ricerche condotte da economisti europei, africani e nord americani di fama internazionale. Terminato nel dicembre 2016, pur essendo parzialmente visionabile al grande pubblico, è stato per primo consegnato (nella sua versione completa) ai partner africani. La prossima settimana verrà dato al Parlamento Europeo e sarà oggetto di discussione presso il Parlamento della East African Comminity ad Arusha.

Gli studi condotti dimostrano che l’accordo proposto dall’Unione Europea non solo è svantaggioso per la comunità economica EAC ma distruggerebbe l’avviata ma ancora fragile rivoluzione industriale e creerebbe un spaventoso deficit fiscale stimato a 1,15 miliardi di dollari annui, impedendo così agli stati membri della EAC di rafforzare lo stato sociale considerato necessario per sostenere le fasce più deboli dei cittadini dell’Africa Orientale.

Vediamo nei dettagli gli svantaggi di questo accordo presentato dalla Unione Europea come il miglior strumento per promuovere il progresso economico in Africa Orientale. Il deficit bilaterale a favore della Unione Europea aumenterebbe senza creare reali benefici commerciali per la East Africa Community. La libera circolazione dei prodotti manifatturieri europei esenti dalle tasse doganali creerebbe una concorrenza sleale rispetto ai prodotti manifatturieri africani che si troverebbero svantaggiati nei propri mercati interni. Il prevedibile calo delle vendite distruggerebbe sul nascere le industrie dell’Africa Orientale che stanno sorgendo grazie alla collaborazione economica tra imprenditori africani, indiani e cinesi. Si sospetta inoltre che i prodotti UE che sarebbero esportati in Africa potrebbero avere qualità inferiore a quelli prodotti localmente e potrebbero non rispettare le rigorose normative europee sulla tutela della salute dei consumatori approfittando delle lacune legislative ancora riscontrabili in vari Paesi africani.

Lo stato di Tax Free sui prodotti europei importati creerebbe nella sola Comunità dell’Africa Orientale 1,15 miliardi di dollari annui di perdite secche delle entrate fiscali. In tutta l’Africa le perdite fiscali annue sono stimate a 135 miliardi di dollari. Queste perdite sono considerate dagli esperti ONU come un forte impedimento per i vari Governi di promuovere il sostegno dello stato sociale ancora a livelli larvali in molti Paesi e creerebbe un forte deficit di finanziamenti per la realizzazione delle infrastrutture necessarie per rafforzare il mercato continentale.

Educazione, Sanità e Previdenza Sociale sarebbero le più toccate. Le perdite fiscali dell’accordo europeo costringerebbero i governi africani a due nefaste scelte: diminuire i finanziamenti sociali e alle infrastrutture o ricorrere a prestiti internazionali pagando alti interessi. Prestiti che l’Unione Europea intende concedere camuffati da ‘aiuti allo sviluppo e gestiti dai grandi potentati finanziari. Questi ‘effetti collaterali potrebbero essere stati ideati per favorire l’aumento dei guadagni delle banche europee a scapito dello sviluppo economico e sociale delle popolazioni africane. Questa analisi non è comuque specificata nel rapporto.

L’importazione di prodotti europei (che rischiano di essere di scarsa qualità anche sul punto di vista della salute dei consumatori) provocherebbe nella sola EAC una diminuzione secca annua di 45 milioni di euro negli scambi commerciati regionali mentre l’Unione Europea registrerebbe un aumento di vendite annue nella sola Africa Orietale pari a 169 milioni di euro. L’industria farmaceutica africana riceverebbe un colpo mortale in quanto l’accordo prevede l’abbattimento dei dazi doganali dei farmaci prodotti in Europa. In questo settore non vi sono rischi di bassa qualità in quanto tutti i prodotti farmaceutici mondiali devono sottostare alle rigide regole dettate dalla Organizzazione Mondiale della Sanità – OMS. Nonostante ciò gli esperti ONU considerano che le multinazionali farmaceutiche europee inonderebbero i mercati africani di ottimi prodotti venduti a prezzi competitivi grazie alle esenzioni tasse doganali impedendo lo sviluppo delle case farmaceutiche africane.

Due gli obiettivi per l’Unione Europea per questo delicato e strategico settore commerciale. Far aumentare i profitti della propria industria farmaceutica e bloccare quella africana che si basa sulla produzione di farmaci generici riconosciuti dal OMS. Una produzione che al momento è destinata ai mercati africani aumentando l’accessibilità alle cure da parte delle fasce più povere della popolazione ma che nel medio termine è destinata a diventare un terribile concorrente per i mercati europei. Gli unici a usufruire dei vantaggi della conquista europea dei farmaci generici africani sarebbero i cittadini e i sistemi sanitari pubblici europei. I farmaci generici una volta riconosciuti dal OMS non possono essere rifiutati a livello mondiale. Per bloccarli c’è solo una possibilità: quella delle case farmaceutiche di rivendicare l’esclusività dei brevetti dei composti di princip attivi del farmaco. Il diritto di proprietà della formula però contrasta con il diritto riconosciuto a livello internazionale alla salute pubblica.

L’accordo EPA proposto dall’Unione Europea contiene anche una deleteria clausola volutamente poco pubblicizzata dal Parlamento Europeo: l’accesso privilegiato alle materie prime dell’Africa Orientale con l’obiettivo di mantenere inalterata il più possibile l’economia coloniale (importazione di materie prime ed esportazione di prodotti lavorati) bloccando il commercio delle risorse naturali dei concorrenti asiatici, in primis la Cina. I media occidentali ancora oggi si ostinano a presentare i rapporti commerciali proposti dalla Cina all’Africa come una nuova forma di colonialismo estremamente dannosa al Continente.

Quello che omettono di dire è che dal 2012 la maggior parte degli accordi commerciali stipulati da Pechino con gli Stati membri della East African Community accettano la clausola imposta dal Parlamento di Arusha di destinare considerevoli percentuali della estrazione dei minerali e idrocarburi per lo sviluppo dell’industria e commercio locali. La Cina, lungi da essere il benefattore dell’Africa, intende sostenere la rivoluzione industriale del Continente de-localizzando gran parte della produzione industriale cinese creando joint venture con imprenditori privati e aziende statali africane. L’obiettivo è di diminuire sensibilmente l’afflusso di minerali e idrocarburi destinati alle industrie americana ed europea. Si parla di quote sensibili che variano dal 50 al 60% della produzione continentale. Un colpo mortale per l’Occidente visto che l’Africa detiene il 18% delle riserve mondiali minerarie e il 8% di quelle petrolifere. In alcuni settori specifici (minerali preziosi per l’industria IT come il Coltan) le riserve africane arrivano al 65% del totale mondiale.

«Se gli accordi commerciali proposti dall’Unione Europea fossero firmati l’Africa – e in special mondo la East African Community – rischia di vedere distrutta la nascente industria autoctona impedendo che il Continente si posizioni come quarto polo produttore e di mercato a livello mondiale» specifica il rapporto ONU.

Il Parlamento Europeo non ha al momento reagito a questo rapporto che rischia di distruggere i piani mascherati sotto l’etichetta di ‘cooperazione allo sviluppo socio economico’. Una pretesa umanitaria di cui sempre più Nazioni africane hanno compreso la vera natura: un cavallo di Troia per mantenere inalterata l’economia ad esclusivo vantaggio dell’industria occidentale e a detrimento del reale sviluppo dell’Africa. Una politica che abilmente Pechino contrasta con la “Win Win Strategy” (tutti vincenti) sempre più apprezzata dalla maggioranza dei governi africani.

Il rapporto UNECA oltre ad avere il pregio di chiarire tutti gli inganni inseriti dall’Unione Europea all’interno dell’accordo commerciale proposto e svelare l’intento europeo di impedire lo sviluppo nel Continente, sta mettendo in serio pericolo la firma del EPA già duramente criticato e rifiutato da molti Paesi africani. Gli accordi EPA proposti dalla UE ai Paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico, subiscono uno stallo dal 2007. Rari i Paesi africani che hanno accettato il trattato: Botswana, Swaziland, Lesotho, Mozambico, Camerun, Costa d’Avorio. Nella East African Community solo Kenya e Rwanda hanno firmato gli accordi EPA. Tanzania e Uganda hanno al momento rifiutato di firmare in quanto sospettano (evidentemente a ragione) che questi accordi favoriscano solo il partner europeo. Il rifiuto del Burundi è di natura politica. Il regime del ex presidente Pierre Nkurunziza (illegalmente al potere dal giugno 2015)  ha informato il Parlamento di Bruxelles che è disposto a firmare tali accordi in cambio del riconoscimento della sua legittimità politica e la fine delle sanzioni economiche e moratoria su aiuti umanitari e bilaterali imposti causa le gravi violazioni dei diritti umani e la preparazione del genocidio contro la minoranza sociale tutsi burundese.

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