sabato, Ottobre 24

Siria e Iraq, l’appello per la Storia e l’Archeologia

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“La situazione del patrimonio culturale in Siria e Iraq è di una gravità estrema, come non si verificava dalla II Guerra Mondiale. È necessario che la Comunità Internazionale si attivi per supportare chi opera sul territorio e salvare quanto ancora non è andato distrutto : questo  l’appello che il Professor Paolo Brusasco, docente di  archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente presso la Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova, ha lanciato durante TourismA 2017, il Salone Internazionale dell’Archeologia, tenutosi nei giorni scorsi a Firenze.  Paolo Brusasco, fra i massimi esperti del settore,  ha condotto importanti scavi archeologici in Siria nella Valle dell’Eufrate a Tell Shiyukh Tahtani e in Iraq ( a Babilonia ed in altri siti) e  con  gli archeologi di quei paesi mantiene, pur fra molte difficoltà, i contatti. Ultimamente è riuscito a procurarsi immagini inedite che documentano la gravità della situazione che va denunciando.  Il suo grido d’allarme che  riguarda non solo i territori in mano al sedicente Stato Islamico (IS) ma anche i territori liberati. Certo,  tutti sappiamo  dei 6 anni di guerra civile, dei trecentomila morti, degli undici milioni di sfollati e di intere città distrutte, oltre  alle città-simbolo delle civiltà del passato a tutti note come Aleppo e Palmira,  sappiamo delle notizie terribili che riguardano le popolazioni intrappolate nelle città, prese in ostaggio o costrette  all’esodo fra immani difficoltà. All’interno di questi tragici fatti che si trascinano da anni, c’è anche il problema dei siti archeologici distrutti e a rischio di saccheggio.  

 

Prof. Brusasco,  per quanto riguarda il patrimonio archeologico, qual è oggi la situazione che determina il suo accorato appello accolto con grande calore dal pubblico che affollava l’Auditorium del Palacongressi di Firenze?

Il mio appello è per la gente siriana, vittime di una guerra terribile, di frustrazioni e violenze inaudite,  e per lo stato di grave pericolo del patrimonio archeologico delle  città di Palmira, Mosul e Ninive. La situazione è di una drammaticità estrema, per quanto riguarda Siria e Iraq dopo due anni e mezzo di occupazione dello Stato Islamico. Ma il problema è grave anche nei siti liberati, come quelli iracheni abbandonati e senza alcun sistema di difesa, dunque preda di saccheggiatori in stile Museo di Bagdad. L’occupazione dell’IS e la guerra in atto hanno effetti terribili sulle città i territori e le popolazioni civili. Ma anche sul patrimonio culturale di questi paesi di cui ci siamo occupati per tanto tempo.

Poi, come sapete, le missioni italo-siriane sul campo si sono  interrotte quattro anni fa col divampare della guerra civile. Come ho detto nel mio appello, alla distruzione del patrimonio archeologico non concorre però solo l’Isis ma vi contribuiscono anche le altre forze in campo, dall’esercito di Assad alle forze alleate. Attualmente sono due le zone più a rischio: Mosul, ancora sotto attacco da parte delle forze di liberazione irachene, e la piana di Ninive, liberata il 17 gennaio scorso ma dove ancora nessun archeologo ha potuto mettere piede a causa dei bombardamenti nelle aree vicine. Sappiamo che a Ninive sono stati compiuti distruzioni e saccheggi, come quello al palazzo di Sennacherib, di cui a TourismA  ho mostrato le foto. La piana di Ninive è sede di un immenso patrimonio culturale, non solo perché qui fiorì la civiltà Assira ma anche perché in questi luoghi si sviluppò  il cristianesimo, di cui sono testimonianza le numerose chiese. 

 

Anche Palmira è stata al centro della riflessione  del prof. Brusasco. La città da pochi giorni è stata rioccupata dalle forze di Assad e dei loro alleati russi, iraniani, libanesi, le ultime notizie parlano di combattimenti a 10 chilometri di distanza, di un ulteriore scempio del Tempio di Baal e del teatro divenuto luogo di pubbliche esecuzioni da parte dei miliziani dell’Is prima di abbandonare la città, di ulteriori devastazioni delle zone archeologiche, e dei dissensi che vi sarebbero tra gli strateghi siriani e quelli russi riguardo all’uso propagandistico dei luoghi archeologici, attualmente l’anfiteatro romano, uno dei siti più belli al mondo, sarebbe occupato da militari in tuta mimetica.

Tutto ciò conferma l’attualità dell’allarme lanciato pochi giorni fa dallo stesso archeologo circa l’uso spregiudicato  dei siti archeologici, ove era avvenuta la costruzione di una base militare russa ( di supporto alle truppe del presidente siriano) direttamente sui resti dell’antica necropoli. “Si  è trattato di una costruzione in cemento armato“, questa la denunzia, “che doveva avere una specifica funzione: quella di supporto logistico per lo sminamento dell’area. Una situazione che ricorda quello che fecero gli americani a Babilonia nel 2003. Evidentemente le lezioni del passato non sono servite a nulla. Col rischio di mettere a repentaglio gli eventuali reperti lasciati sul posto dalle devastazioni nemiche. Purtroppo, l’archeologia viene spesso utilizzata come propaganda bellica. Non solo da parte dell’IS con la plateale furia distruttiva di monumenti simbolo delle antiche civiltà.  Che senso avevano le immagini dell’orchestra di San Pietroburgo che tempo fa si è esibita nel teatro romano di Palmira, l’antica città carovaniera?  E chi vi assisteva? Non certo la popolazione del luogo, in fuga per i colpi di cannone che non molto lontano davano il segnale di combattimenti in corso. Più che di musica il sito avrebbe bisogno di una concreta difesa“.

Le amare parole del  prof. Brusasco chiamano in causa le strategie politiche e militari di fronte alle quali vien da chiedersi  quanto questa conflittualità interna alle forze di liberazione,  circa l’uso dei siti archeologici, possa nuocere o ritardare il primario obbiettivo della salvaguardia e del recupero del  patrimonio archeologico o di ciò che resta.

 

Al prof. Brusasco abbiamo chiediamo: al di là dei casi di Palmira, Ninive e Mosul,  qual è la situazione dal punto di vista del patrimonio perduto o recuperato?

Non tutto è perduto. Buone notizie arrivano da Nimrud, l’antica capitale assira del IX sec a.c. bombardata da Isis nel 2015-16: sembra che le macerie dei famosi rilievi decorativi del Palazzo di Nimrud, siano ancora tutte in loco e forse almeno in parte recuperabili. In altri siti, devastati dalla furia distruttiva e propagandistica dell’Is, si sono ritrovati reperti che possono essere recuperati e utilizzati per un eventuale ripristino del sito stesso. In altri, sono andati completamente distrutti. Di fronte a questo stato di cose, il pericolo è quello dei saccheggi: molti reperti una volta avvenuta la distruzione sono oggetto di traffici illeciti in base ai quali vanno a rifornire  vari mercati anche in Occidente. Quello del saccheggio è uno dei traffici più fiorenti in queste aree di guerra. Uno dei siti più saccheggiati è proprio quello di Ninive, l’antica capitale assira, simbolo un tempo di integrazione religiosa.  

Di fronte a queste devastazioni e saccheggi cosa può fare la comunità internazionale?

Anche se non siamo presenti fisicamente nei territori le nostre missioni cercano di monitorare i diversi siti archeologici, cercando di documentare le diverse situazioni,  raccogliendo più informazioni possibili in vista di un ritorno sul campo per il loro recupero.  Ma intanto la comunità internazionale qualcosa potrebbe fare: aiutare i cosidetti  monuments men che in Siria si sono adoperati  per salvare molti reperti nei musei, sotto i bombardamenti di Assad. Queste figure sono spesso abbandonate a se stesse, non vengono riconosciute perché considerate anti-governative mentre in realtà si tratti di ribelli moderati con i quali sarebbe possibile fare prevenzione sul campo per salvare il patrimonio archeologico. È  tempo che la comunità internazionale lo faccia. Si fa molto per la documentazione dei danni ma pochissimo per la prevenzione. Un’effettiva salvaguardia di tale patrimonio può avvenire solo se c’è il concorso e  la partecipazione attiva della popolazione locale.  

Ninive era simbolo di integrazione religiosa, di  convivenza fra tradizioni, religioni, popoli  e civiltà diverse : è questo ciò che prende di mira l’Isis?

Sì, certo ma quella che è in atto è anche una guerra tra musulmani, tra  etnie  gruppi e frazioni in lotta tra loro che il Califfato intende sottomettere ed egemonizzare in base ad una idea politica di dominio ultranazionale. Per parte nostra, non ci resta che operare e auspicare a beve la fine di ogni ostilità, il ritorno alla pace,  che significa innanzitutto ricostruzione delle condizioni di vita, di sicurezza, di civiltà ( case, scuole, ospedali, lavoro) che sono le condizioni essenziali primaria  per il recupero di ciò che è ancora recuperabile di quel prezioso patrimonio   dell’umanità rappresentato dai siti archeologici, dalle antiche città e dai musei  del Medio Oriente.  L’auspicio è che la comunità internazionale  si attivi prima sensibilizzando le stesse forze alleate che fronteggiano l’Is. In gioco, oltre alle vite umane vi sono  le vestigia di un passato che potrebbe divenire veicolo di rinascita.

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