sabato, Ottobre 24

Accade in carcere: i detenuti presentano ricorsi Risarcimenti e invivibilità dei carceri, ancora una volta l' Italia..

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Il dato è ufficiale: per quel che riguarda i risarcimenti per l’invivibilità nelle carceri (a tal proposito la Corte Europea è intervenuta con ripetuti moniti, richiami e condanne),  non c’è che restare a bocca aperta: a oggi un solo detenuto, sui migliaia che ne avrebbero diritto, è stato risarcito, con quattromila euro. Numerosissimi i casi di detenuti che si sono visti respingere l’istanza di risarcimento perché giudicata non ammissibile. Altri, più semplicemente, non hanno avuto risposta. Di fatto in Italia non esiste nessuna forma di risarcimento né per l’invivibilità nelle carceri, né per quando sei detenuto ingiustamente. E dire che una sentenza della Corte Europea obbliga l’Italia a rispettare il principio di umanità nella detenzione e condanna il nostro paese per l’incredibile sovraffollamento dei nostri Istituti di pena. Quella  sentenza non ha avuto esecutività, e la Corte Europea,di fatti, ha annullato la prima sentenza concedendo all’Italia altro tempo e altre soluzioni. Questa sentenza è poi stata seguita da un decreto, approvato in un consiglio dei ministri, che sancisce un risarcimento irrisorio per detenzioni inumane.

 Così una sola persona è stata risarcita, peraltro in modo irrisorio. Cosa se ne ricava? Che il detenuto di fatto non ha diritti: essere risarciti è un calvario, anche se si è finiti in carcere e si risulta poi innocenti. Figuriamoci per il detenuto colpevole che subisce trattamenti indegni e incivili…

   Nessun risarcimento, ma la mala-giustizia costa ugualmente. È di oltre 60 milioni di euro la cifra che l’Italia ha versato, nel 2013, per l’esecuzione delle pronunce di Strasburgo, a seguito di violazioni commesse dall’Italia accertate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nell’importo, che dà il segno del costo per le casse dello Stato del mancato rispetto dei diritti convenzionali sul piano interno, sono inclusi anche gli importi fissati nei regolamenti amichevoli. Si tratta di una cifra mai raggiunta. Nel 2012, l’ammontare arrivava a “soli” 19 milioni di euro. I dati, allarmanti, sono riportati nella relazione annuale del 2014 sull’esecuzione delle pronunce della Corte europea nei confronti dello Stato italiano relativa all’anno 2013, adottata dalla presidenza del Consiglio dei ministri secondo la legge n. 12 del 2006.

   Il balzo in avanti relativo agli indennizzi versati e dovuto anche all’esecuzione di alcune pronunce del 2012. In pratica, nella cifra delle 48 pronunce eseguite sono inclusi gli importi relativi a 15 sentenze del 2013, a 28 del 2012 e a 5 regolamenti amichevoli (che non superano i 56mila euro). Nell’esecuzione delle sentenze sono state incluse anche le pronunce di radiazione dal ruolo che però hanno provocato un obbligo di pagamento e che, quindi, sono equiparate alle sentenze di condanna. I ritardi nell’esecuzione hanno coinvolto soprattutto i casi di espropriazione, anche per le difficoltà di dialogo con alcuni enti territoriali. La relazione non indica solo i costi a carico dello Stato, ma fornisce una fotografia delle criticità strutturali presenti sul piano interno, da risolvere non solo per evitare condanne seriali – una patologia del contenzioso italiano – con conseguenti esborsi, ma anche per limitare il flusso di ricorsi a Strasburgo, con l’adozione di normative rispettose della Convenzione come interpretata dalla Corte europea.  

   Al di là dei rimborsi mancati, la situazione nelle carceri italiane continua a essere allarmante. Prendiamo, per esempio, una piccola regione, che raramente fa “notizia”, la Basilicata. In media ogni quattro giorni si registra un evento critico: “Dal detenuto che si lesiona il corpo con una lametta a quello che tenta il suicidio, dalle colluttazioni ai ferimenti”. Lo denuncia il segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Donato Capece, che ha visitato gli istituti di pena lucani “ che versano”- dice- “in una situazione allarmante”. Secondo dati resi noti da Capece, dall’inizio del 2014 al 30 giugno “nelle carceri della Basilicata, dove sono detenute 428 persone, si sono contati 22 atti di autolesionismo: tre a Matera, uno a Melfi e 18 a Potenza. In Basilicata un detenuto su cinque è tossicodipendente (94 uomini e tre donne, pari ad una media del 20 per cento dei presenti). Si passa da una percentuale minima del 12,61 per cento a Melfi al 29,19 per cento di Potenza”.  

 Ma è così ovunque, spesso è anche peggio. Emblematico il caso di Maurizio Ferrara, detenuto nel carcere di Secondigliano. Ferrara vive sulla sedia a rotelle e ha bisogno di un urgente intervento chirurgico per una infezione alla vescica diagnosticato otto mesi fa. Incredibilmente Ferrara è ancora in carcere in una stanza dell’infermeria. Sono state presentate due istanze per il differimento della pena. Il magistrato di sorveglianza, però, ha rigettato l’istanza in quanto non sussisterebbe “un serio pericolo per la vita o la probabilità di altre rilevanti conseguenze dannose”. Situazione che fa pensare al famoso paradosso del “Comma 22”: il detenuto può essere curato in carcere, ma il carcere non è in grado di curarlo.  Quello di  Ferrara non è un caso isolato: sono stati contati almeno altri 300 casi in Campania. Per questo, i radicali di Napoli e una settantina di familiari di detenuti hanno dato vita così a uno sciopero della fame in staffetta, “per il diritto alla salute nelle carceri”.

 

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