mercoledì, Agosto 12

A scuola di libertà field_506ffb1d3dbe2

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Il carcere, in Italia, negli ultimi dieci-quindici anni, grazie a leggi criminogene come la Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze, o la Bossi-Fini sull’immigrazione, è diventato una discarica sociale, dove relegare gli ultimi tra gli ultimi: colpevoli non tanto per quello che fanno, piuttosto perché ‘sono’.

Una realtà che viene da anni condannata dalle Corti di giustizia europee, che ha fissato termini perentori -il mese di maggio del 2014– per uscire dallo stato di flagranza continuata di reato in cui il nostro Paese è precipitato, proprio per il trattamento che riserva ai detenuti. Se lo stato di civiltà di un Paese, come ha detto Fëdor Dostojevskj, si misura dallo stato delle sue carceri, noi siamo al livello di quei Paesi che un tempo si dicevano del terzo o del quarto mondo.

Esiste tuttavia una ‘rete’ di volontariato, laici e credenti, che cerca di attenuare la situazione, e spesso ci riesce. Se nelle carceri italiane sopravvivono fiammelle di civiltà e rispetto della dignità umana, questo lo si deve al loro prezioso, silenzioso, quotidiano lavoro.

In occasione del 45esimo anniversario della fondazione dell’associazione La Fraternità, a Verona ha avuto luogo una settimana di iniziative che meritano di essere segnalate. E’ stata per esempio ricostruita una cella-tipo di un carcere ‘normale’, e in quello spazio ristretto sono stati portati gli studenti di numerose scuole. Giornate dedicate a progetti che intendono far ‘incontrare’ il carcere e la scuola: due mondi, dicono i volontari della Fraternità, che devono imparare a conoscersi e confrontarsi: «Per riflettere insieme sul sottile confine tra trasgressione e illegalità, sui comportamenti a rischio, sulla violenza che si nasconde dentro ognuno di noi».

Sono in proposito interessanti le reazioni e i giudizi di alcuni di questi ragazzi, dopo gli incontri e il confronto con i detenuti, e l’intera comunità penitenziaria. Ho cercato di raccoglierle come venivano mano mano manifestate. 

Carolina: «E’ proprio dalle testimonianze dei detenuti che si percepisce l’importanza di un programma sociale che permetta loro, una volta scontata la pena, di reinventarsi all’interno della società. Attraverso le loro parole è apparso evidente che spesso i detenuti vengono abbandonati a loro stessi. Uscire dalla galera sapendo di portarsi dietro una croce che la società non è disposta ad accettare, è già di per sé un peso. Se le istituzioni non creano piani di rientro, di educazione sociale e di reinserimento lavorativo, dando a chi ha sbagliato una seconda possibilità, ci troveremo ad affrontare un numero sempre maggiore di delinquenti pronti a reiterare gli errori commessi. E’ giusto che chi ha commesso un reato paghi e sconti una pena equa, ma è altrettanto necessario che la società affronti il problema. Sicuramente delicato, della rieducazione e del recupero sociale dei condannati».

Giovanni: «Prima dell’incontro credevo che fosse giusto per quelli che avevano commesso un reato di stare in carcere il più a lungo possibile e senza vedere nessun conoscente, in modo che potessero ragionare sulla loro colpevolezza. Ma in realtà mi sbagliavo, perché la maggior parte dei detenuti in questo modo non riesce a riconoscere il suo errore e per questo avrebbero bisogno di una vera e propria riabilitazione psicologica, se così la si può definire, anche se non è possibile a causa del sovraffollamento».

    Giulia: «Mi è piaciuto come voi detenuti avete raccontato la vostra storia: sinceramente, senza giustificazioni. Penso che sia difficile parlare di una cosa brutta, di cui non si va fieri, senza giustificazioni. Io per esempio dico sempre: “Ma non è colpa mia!”. Al momento delle domande mi sono alzata e vi ho chiesto perché lo fate, se per aiutare noi, voi stessi, o solo per passare una giornata fuori dal carcere. Secondo me voi mirate a farci capire chi sono i detenuti, che non siete persone diverse, cattive o psicopatiche, ma uomini e donne come tanti. Che non dobbiamo giudicarvi ma, anche se nel nostro piccolo, aiutarvi nel vostro percorso di crescita e di reinserimento nella società. A parer mio comunque aiutandovi a ‘crescere’ cresciamo anche noi».

Andrea: «Prima del progetto da voi proposto ero un tipico ragazzo forcaiolo, ossia quel tipo di ragazzo che riteneva che tutti i detenuti che avessero commesso dei reati alquanto gravi dovessero essere ‘messi al muro’: uso questa espressione non molto bella, ma che tuttavia rene l’idea di ciò che provavo. Credevo infatti che non si dovesse dare una seconda possibilità a criminali come assassini, stupratori e così via. In questo mio cammino ho potuto cambiare opinione sull’argomento molto vasto e delicato del carcere, effettuando una vera e propria terapia di cura dei miei pregiudizi».

   Giada: «La scuola deve educare anche alla vita. A capire cosa sia giusto fare e questi incontri fanno veramente riflettere, non solo nel momento presente in cui li senti, ma per molto tempo. Ti fanno capire quanto la vita sia il bene più importante che si ha e che renderla dipendente da qualcosa ti rende uno schiavo, ti fa soffrire fisicamente ma soprattutto, reca un dolore inspiegabile ai tuoi cari che si sentono traditi e colpevoli».

   Elisa: «Da un’impensabile e surreale ‘alleanza’ tra scuola e carcere noi studenti abbiamo avuto la possibilità di renderci veramente conto di questa realtà che ci sembra così lontana dalla nostra quotidianità, ma che si è rivelata utile e costruttiva per la nostra formazione».

   Alessandra: «Ammiro tutti quei detenuti ed ex detenuti che hanno avuto il coraggio di raccontare la loro storia senza mezzi termini, senza giustificazioni, consapevoli che avevano sbagliato e che l’unica cosa davvero utile ora è informare soprattutto noi giovani di cosa vuole dire non pensare alle conseguenze dei propri gesti perché ci si vede tutta la vita davanti e il mondo sotto il nostro controllo, perché anche noi adolescenti possiamo vedere le vicende da un altro punto di vista e soprattutto perché le persone come me, prima di giudicare imparino ad ascoltare e a pensare che tutti possono commettere errori e che la differenza sta nel voler ricominciare».

Fermiamoci qui, ma il vostro cronista, di opinioni e ‘pensieri’ come questi ne ha raccolte tante da poterci fare un libro. Chiedo a Maurizio, l’animatore di questo gruppo di volontari veronesi che ha organizzato queste giornate di incontri tra studenti e detenuti, perché lo fa, perché sottrae tempo e denaro alla moglie, ai figli, ai genitori, ai suoi hobby. “Il carcere”, risponde, “è meno lontano dalle nostre vite di quello che immaginiamo, perché il reato non è sempre frutto di una scelta e noi esseri umani, tutti, possiamo scivolare in comportamenti aggressivi e finire per ‘passare dall’altra parte’. Le pene non devono essere necessariamente carcere, perché la certezza della pena significa scontare una pena che può anche essere fatta non di ‘galera’, ma che come dice la nostra Costituzione, deve ‘tendere alla rieducazione’. Una pena costruttiva, che accompagni le persone in un percorso di responsabilizzazione rispetto al loro reato. Parlare di pene umane, che abbiano un senso e che non abbiano come scopo di ‘rispondere al male con altrettanto male’, significa rispettare di più anche le vittime. Perché per chi subisce un reato e per la società è più importante che l’autore di quel reato sia consapevole del male che ha fatto e cerchi di riparare il danno creato, piuttosto che ‘marcisca in galera’, senza neppure rendersi conto delle sofferenze provocate”.

Al termine dell’incontro, mentre mi avviavo all’uscita e raggiungere la stazione, una ragazza un po’ timidamente, Alessandra, con una semplicità sconcertante, mi ha fatto la domanda da cento milioni: “Perché televisioni e giornali si occupano di tante sciocchezze, ma per questi problemi e queste questioni non c’è quasi mai spazio? Perché voi giornalisti queste cose non le raccontate?”. A quel ‘perché’ ho potuto e saputo rispondere solo che evidentemente, e non solo sulle carceri, si vuole impedire di conoscere, di sapere; e che lei e i suoi compagni non devono stancarsi di chiedere ogni volta ‘perché?’.       

                                

 

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