domenica, Luglio 21

A nostro rischio e pericolo

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«Dal 1970 al 2000 ho soggiornato in Sahara per circa duemila giorni. Spero di essere stato un passante non troppo molesto. I ricordi che qui ho raccontato sono rimasti fissati nella mia pelle e nella mia anima per sempre» È quanto scrive Antonio Paradiso a mo’ di chiosa delle sue memorie d’Africa (‘Ritratto del Sahara’, La Stamperia edizioni), occasione di un incontro collettivo avvenuto il 31 maggio scorso nella sua cava presso Matera, dove le sue vertiginose opere ristanno a cielo aperto.
Nato in Puglia, milanese di adozione, Antonio Paradiso è un artista di non facile classificazione. Il suo contatto con la materia è sempre stato intenso. Condizione di interesse è che tale materia serbi in se stessa il racconto della natura e del suo passato. In questo senso la creatività di Paradiso appare profondamente legata alla realtà fenomenica e alla sua storia. Antropologo per vocazione, l’artista sviluppa una attenzione originaria nei confronti dei segni della terra, tanto che la sua scultura contadina è stata riconosciuta quale opera che ripresenta un mondo perduto, si tratti di riti umani come di comportamenti animali, di catastrofi come di cicli naturali.
Questo suo volume narra, dunque, l’esperienza di anni, condotta assieme ad amici al rischio della vita. «Veramente persi la strada, immersa com’ero nelle mie riflessioni, e mi dimenticai che in Africa la notte scende all’improvviso. Mi ritrovai di colpo nel buio più nero, su un sentiero di poco più di trenta centimetri sull’orlo di uno strapiombo: impossibile muovermi. Così mi sedetti contro una grande pietra e aspettai» Il ricordo di Nanda Vigo della sua scomparsa nel Sinai non si distingue poi troppo dagli appunti di Sandra Manzoni che, accampata lungo il Niger, udì un suono misterioso, sempre più assordante, che si estendeva come se provenisse «da tutto il mondo davanti a noi».
Questo genere di esperienze è stato interpretato con acutezza da Mario Perniola. Secondo il filosofo, l’ardore dell’artista nel buttarsi a corpo morto in imprese pericolose, se non impossibili, ha origine da un senso di magnificenza della vita. E ancora: quel deserto che noi abbiamo sempre posto in relazione a un’attitudine meditativa e solitaria (da eremus), in ragione delle nostre ascendenze giudaico-cristiane, in verità rivela la sua esplosiva dimensione comunitaria. Per l’etimologia latina infatti, spiega Perniola «desertus proviene da sero, che vuol dire intrecciare, tessere, annodare, legare… Per Paradiso il deserto è l’occasione ideale di un conserto. Quando si rischia la vita insieme, non lo si può dimenticare».

Sto ovviamente prendendo spunto da un artista e da un suo eccellente estimatore per accennare ad alcuni argomenti di un certo interesse. A tre emozioni che forse ci mancano. La prima riguarda la costruzione di una comunità. Vorrei ispirarmi a una metafora filosofica. Tra il 1936 e lo scoppio del secondo conflitto mondiale, attorno a Georges Bataille venne fondata una rivista il cui aspetto comunitario risultò essere preponderante. I cinque fascicoli di ‘Acéphale‘ si connotarono per la dichiarata volontà di abbandonare la civiltà e i suoi lumi. Ben presto la rivista assunse i caratteri più marcati di società segreta, ispirata, a quanto avrebbe descritto Marcel Mauss, alle culture africane e al tentativo di dar luogo a fenomeni sociali totali. Da qui, valenti letterati, artisti e intellettuali (Roger Caillois, André Masson e Pierre Klossowski tra gli altri) presero a incontrarsi nei boschi, addirittura vagheggiando il compiersi di un rito sacrificale, che fortunatamente non ebbe mai luogo (per il ritrarsi del sacrificante, pare…). In una società come quella della Terza Repubblica francese, il paradosso rilevava del febbrile desiderio di superare le sue mollezze. Eppure la generale mancanza di una qualsiasi esperienza comunitaria – retorica a parte – sembra uno dei segnali più clamorosi della decadenza italiana.
Passata l’epoca in cui ci si ritrovava assieme almeno nei momenti dell’emergenza (L’Aquila insegna), il sentimento popolare dimostra di sapersi riunire soltanto a condizione di favorire l’espressione di moti e di concetti aggressivi e pseudo-bestiali. In tal senso la trasmissione radiofonica ‘La Zanzara‘, condotta con ineguagliabile cinismo da Giuseppe Cruciani, è assurta a palestra della crudeltà e della grettezza mentali, allorché a quei microfoni gente davvero non comune invoca morte, linciaggi e quant’altro di orrifico sia concepibile da menti sub-umane. Che il conduttore gongoli, talvolta sommessamente opponendosi con l’altro orecchio puntato alla sua brava audience, è cosa biecamente normale. Si chiama trash. Il dramma è che si sia smarrita quella socialità, pure superficiale, che per decenni era funta da collante di un Paese diviso da mille bandiere, l’una più patetica dell’altra. Sono sempre mancate, presso di noi, tanto la percezione del Sublime quanto la sua potente esperienza.
Non a caso il deserto di Paradiso ci rimanda, da manuale, al sublime matematico kantiano e alla finitezza esistenziale dinanzi a un’estensione infinitamente più ampia rispetto al nostro piccolo stare al mondo. Nè va dimenticato che l’esperienza del pericolo (da periculum: saggio, prova, cimento) assume in sé il valore di quell’impresa estrema evocata da Perniola, in cui ci si stringe, l’uno accanto all’altro depositari della sopravvivenza come della morte, al limite di un abisso che non soltanto terrorizza il soggetto ma anche lo attrae per il suo elemento attivo. Da ciò, il Sublime dinamico, ancora di origine kantiana (lo scatenarsi della Natura), muta dalla passiva ricezione di una grandezza e di una potenza esterne in azione, all’ebbrezza di saper dominare il mondo e le sue minacce.
Antonio Paradiso, un artista vicino agli ottanta, la vitalità di un ragazzo e l’ardore di un ribelle, da molti anni ci narra tutto questo, di quanto vivere sia semplice e complesso allo stesso tempo.          

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