domenica, Dicembre 8

A Mosca si guarda a Parigi, in più modi La perdurante offensiva dei gilet gialli si fa sentire anche sulla dialettica interna russa oltre che sulla politica estera del Cremlino

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Era scontato, ormai, che anche nell’esplosione e nel protrarsi della protesta antigovernativa in Francia venisse denunciata o almeno subodorata, in Occidente, la presenza dello zampino russo. Magari non proprio prevalente e determinante, ma puntualmente presente e non irrilevante. Lo ‘cherchez Moscou’, anziché ‘la femme’, insomma, non poteva mancare dopo i ben noti precedenti, e del resto la cosa si può spiegare anche con la difficoltà di dare un volto più o meno preciso agli ispiratori, promotori ed eventuali registi della sollevazione, con conseguente attribuzione sommaria della sua paternità, da parte degli osservatori, ad una pluralità di soggetti così come di cause scatenanti.

Soggetti tra i quali figura, benché non in prima fila, almeno uno che a rigore dovrebbe collocarsi all’estremo opposto di Mosca, ossia il ‘grande Satana’ americano, al quale da decenni, e ben prima che la Russia cambiasse di colore, vengono imputate tutte le possibili nefandezze, oggettive o tali da certi punti di vista.  Spesso non a torto, non di rado gratuitamente e comunque per lo più pregiudizialmente. Sta di fatto che a Parigi e dintorni sono risuonati anche accenti filo USA o quanto meno interpretabili in questo modo, benché Donald Trump abbia twittato il falso, sembra, nello scorso dicembre, sostenendo che alcune giacche gialle avrebbero inneggiato al suo indirizzo.

Lo stesso ministro degli Esteri transalpino, Jean Yves le Drian, ha ammonito pubblicamente il suo principale alleato, ancora tale malgrado tutto, a non ingerirsi negli affari interni francesi (e badare piuttosto ai suoi, che non sono da poco) controbilanciando così in qualche misura l’ennesima indagine ufficiale aperta, stavolta a Parigi, sulle presunte interferenze russe. Al di là dei fulmini scagliati dagli italici vice premier, la Francia di Emmanuel Macron se la passa al momento piuttosto male un po’ con tutti, in effetti, fatta eccezione, importante fin che si voglia, per la Germania, dove certo non si apprezzeranno le parziali simpatie manifestate dai ‘gilets jaunes’ per i paraneonazisti tedeschi.

Forte anche degli esiti finora assai modesti, se non nulli, della suddetta indagine, Mosca respinge naturalmente e sdegnosamente ogni accusa di avere attizzato deliberatamente la sollevazione francese. Sulla cui fondamentale spontaneità, comunque, sembra affermatosi un ampio consenso. Già prima dello scorso Natale l’autorevole ‘The Guardian’, ad esempio, scriveva che i manifestanti risultavano mossi da «significative cause organiche per protestare non legate strettamente alla Russia» o a «quanto leggono sulla rete».

A distanza di circa un mese un’altra fonte non sospetta come l’israeliano ‘Haaretz’ ha confermato nei giorni scorsi che «non esiste alcuna prova che la Russia abbia istigato questa sollevazione» essendo d’altronde «priva della capacità di suscitare dal nulla un movimento di questo tipo», attribuibile invece a cause «organiche e reali» come il malcontento delle periferie e simili.

Entrambi i quotidiani riscontrano tuttavia un ampio e non disinteressato spazio dato al fenomeno dai media russi, in gran parte ligi al Cremlino, sottolineando il suddetto malcontento e il ‘relativo caos’ che tenderebbe a diffondersi nei Paesi occidentali per colpa dei loro governi. Come, nella fattispecie, quello di Parigi, tanto più che Macron «non aspira a trasformare la Francia in una satrapìa del Cremlino come i suoi rivali di estrema sinistra ed estrema destra, ugualmente pronti a giurare eterna fedeltà a Mosca» (così ‘Haaretz’).

In altri termini, i due quotidiani citati, e non solo essi, pur assolvendo i governanti russi dall’accusa più grave, non gli risparmiano quella di cavalcare i guai altrui, utilizzando lo strumento che attualmente prediligono, quello elettronico comprese al limite le fake news, al servizio dei propri interessi di alta politica. Che consisterebbero in sostanza, e alquanto attendibilmente, nell’indebolire lo schieramento avverso, visto come ingiustamente ostile alla Russia, puntando alla divisione dell’Europa dagli USA, dell’Unione europea già scricchiolante al suo interno nonché i suoi singoli membri tra di loro, oltre naturalmente a difendere più efficacemente, e semmai ad estendere, la propria zona di influenza coincidente all’incirca con il resto dell’area ex sovietica.

Il tutto considerato a Mosca assolutamente legittimo sotto il profilo politico (ma al limite anche giuridico nella misura in cui esiste, se realmente esiste, e funziona, un diritto internazionale) sia perché pertinente al rango di grande potenza posseduto o rivendicato, sia perché quel tanto di offensivo che una simile strategia comporta viene giustificato da un comportamento analogo, e anzi, secondo Mosca, ben più arrogante, invasivo e inaccettabile della controparte o delle controparti occidentali.

Al di là delle rispettive ragioni o torti di ciascuna parte riguardo ai dettagli di una simile situazione generale, sembra lecito dedurne che le reciproche accuse di ingerenza nei rispettivi affari interni finiscono con l’apparire oziose e persino elidersi a vicenda sul piano dialettico. Tanto più, poi, che l’effettiva incidenza delle azioni rimproverate, dagli appoggi occidentali al rovesciamento del governo filorusso in Ucraina alle mene russe per far vincere Trump su Hillary Clinton nelle ultime elezioni presidenziali USA, resta tutta da dimostrare in modo minimamente convincente.

C’è però un altro aspetto della problematica in questione che merita maggiore attenzione e riguarda specificamente la Russia e il suo attuale regime. Se i media russi, e soprattutto quelli incaricati di intrattenere lettori e ascoltatori stranieri, hanno per lo più trattato gli eventi francesi nel modo e nello spirito sopra ricordato, almeno una voce si è pronunciata, a Mosca e sia pure un po’ di sfuggita, nei giorni scorsi, in termini diversi: la più autorevole di tutte.

Putin in persona, infatti, ha sentito il bisogno di confessare pubblicamente che disapprova quanto sta avvenendo a Parigi perché non ama vedere e sentire di gente che lancia sassi e appicca il fuoco a quanto c’è sulle strade. Assicurando, ad ogni buon conto, che finché al Cremlino rimarrà lui in Russia gilè gialli e ‘pogrom stradali’ non se ne vedranno, dopo avere chiesto ad un occasionale interlocutore ‘volete che succeda anche qui come in Francia?’.

Putin ha così confermato, se ce n’era bisogno, la sua idiosincrasia per i moti popolari, pacifici o più o meno violenti in generale, rivolti contro il potere costituito, da quelli che provocarono la caduta nel 1917 del regime zarista da lui prediletto (benchè non abbia mai ripudiato in blocco l’eredità di quello sovietico) alle manifestazioni ostili nei confronti del Cremlino nel 2012, quando si riprese disinvoltamente la presidenza della Federazione temporaneamente delegata, per rispettare il dettato costituzionale, al fido Dmitrij Medvedev.

Non a caso il ‘nuovo zar’ ha disertato due anni fa le commemorazioni del centenario della rivoluzione d’ottobre e compensato mediante atti di omaggio anche recenti a figure eminenti del dissenso nell’URSS, come Aleksandr Solzhenizyn (‘un vero patriota russo’) e Ludmila Alekseeva (deceduta due mesi fa dopo avere criticato tra l’altro l’annessione putiniana della Crimea), i suoi parziali riconoscimenti dei meriti di Stalin.

In nome della continuità nei secoli dello Stato russo, insomma, il suo ultimo reggitore cerca di smitizzarne o quanto meno ridimensionarne i fatidici momenti di rottura, preoccupato che altri ancora se ne possano verificare, magari anche sotto la suggestione di esempi stranieri. E della Francia in particolare, il Paese che servì da modello e punto di riferimento a Karl Marx e Lenin e che anche dopo la più grande rivoluzione di tutti i tempi ha continuato a sfornare periodiche sollevazioni popolari con conseguenti svolte di forte rilievo.  

Naturalmente non si tratta sempre di rivoluzione in senso stretto, un termine spesso abusato anche nel caso del ‘grande ottobre’ del 1917, che a differenza del precedente febbraio vide in realtà un colpo di Stato bolscevico. La vera rivoluzione successiva la fece Stalin, col potere saldamente in mano, a distanza di un decennio. Al di là della questione terminologica, è tuttavia chiaro che basta anche qualcosa o parecchio di meno della prospettiva di un radicale cambiamento di sistema politico ed economico per allarmare chi teme una sollevazione popolare anche inizialmente pacifica e per mobilitare a suo favore chi comunque contesta i detentori del potere.

Putin, nel nostro caso, è stato infatti immediatamente contraddetto e persino deriso da alcuni oppositori dichiarati del suo regime. «Vorrei che si facesse come a Parigi, vorrei che al popolo fosse consentito di scendere in piazza e battersi per i propri diritti», ha detto una nota giornalista a ‘Echo Moskvy’, una delle poche se non l’unica radio russa indipendente, mentre un suo collega ha espresso un’ironica preferenza per il Venezuela piuttosto che Parigi.

Si è spinto anche più in là Sergej Udalzov, esponente di punta dell’opposizione ‘al sistema’ già punito con oltre quattro anni di carcere per il ruolo svolto nelle manifestazioni del 2012. «Putin e i suoi» – ha twittato in rete – «naturalmente non vogliono e temono eventi del genere, ma con le loro politiche li rendono inevitabili». Una puntualizzazione, questa, sicuramente condivisa con prevedibili conseguenze concrete da Aleksej Navalnyj, blogger anticorruzione e superoppositore indomito benchè assiduo ospite delle carceri moscovite.

Il quadro è però più complicato e potenzialmente anche più mobile di così. Navalnyj, in particolare, possiede un’elevata capacità di mobilitazione e deve perciò subire ripetutamente adeguate misure restrittive se non proprio drasticamente repressive. Oltre ad esporsi automaticamente ad esse, lui e altri personaggi della sua parte politica possono tuttavia contare, apparentemente e almeno per adesso, solo sui consensi di una quota marginale dell’elettorato e della popolazione in generale. E, finora, quanto avviene sulla scena internazionale li ha probabilmente più danneggiati che aiutati.

Le turbolenze transalpine, che stanno protraendosi ben più del previsto nonostante le concessioni che Macron si è visto costretto o ha ritenuto opportuno fare ai loro protagonisti, hanno però suscitato echi e reazioni rimarchevoli, e anzi alquanto sorprendenti, anche al di fuori della suddetta cerchia.

Vale la pena di citarne un paio di esempi, a cominciare da quanto ha scritto su ‘Argumenty i fakty’, il settimanale russo più letto nonché cautamente critico verso il regime, il suo responsabile della «pianificazione strategica», Vjaceslav Kostikov, già consigliere del presidente Boris El’zin e ambasciatore russo presso la Santa Sede.

Partendo dalla constatazione che anche in Russia non mancherebbero le condizioni di fatto, politiche ed economico-sociali, per una sommossa simile a quella francese, Kostikov nota che tra i suoi connazionali non manca chi si domanda quanto ancora possa durare la pazienza del popolo russo e se non sia ora che qualcuno cominci a indossare gilè debitamente colorati.

Dopo aver citato la relativa presa di posizione di Putin, nota però che l’opposizione (quella vera) rimane silenziosa, e dichiara senza mezzi termini che va bene così. A suo avviso, infatti, da una sollevazione “insensata e oltranzista” non ci sarebbe da aspettarsi niente di buono se non altro perché sarebbe spietatamente repressa e schiacciata. Secondo Kostikov, invece, sarebbe necessario aprire un dialogo politico a tutto campo tra governo e opposizione, finora mancato ma a favore del quale crede di intravvedere qualche segno di disponibilità da parte del regime.

Pura illusione, da parte di un democratico credibile quanto realista? Può darsi, ma sta di fatto che esiste nel mondo politico russo una dialettica anche al più alto livello ufficiale tra diverse tendenze, ovvero una disputa più o meno accesa, benchè un po’ sommessa, su scelte alquanto urgenti innanzitutto in materia economica ma anche politicamente sensibile. Sembra di poterlo intuire anche da quanto si legge sulla Komsomolskaja Pravda’, in un articolo a tutta pagina di una settimana fa nel quale si descrivono in dettaglio, citando economisti e sociologi, le condizioni in cui vivono la grande maggioranza dei russi, ben peggiori di quelle che possono spiegare la sollevazione francese.

Anche qui l’autrice si domanda come mai i suoi connazionali, a differenza dei nostri transalpini, non scendano a loro volta in piazza e anzi si dichiarino nei sondaggi, sempre in maggioranza, a farlo personalmente, in modo da poter influenzare, quanto meno, le pertinenti scelte governative.

Si sa che, in proposito, le risposte all’interrogativo, tutt’altro che peregrino, sono generalmente più d’una, a cominciare proprio da una proverbiale pazienza o capacità di sopportazione dei russi, per patriottismo o altro. Pazienza e sopportazione che poi, in realtà, sono state smentite in alcune occasioni recenti su temi specifici come l’impopolarissima riforma delle pensioni.

Una risposta inedita si ritrova invece in una nota editoriale di accompagnamento all’articolo citato, durissima nel denunciare gli aspetti più inaccettabili della situazione esistente, come la “colossale sperequazione dei redditi” o il fatto che meno di un quinto della popolazione si sente in grado di pianificare la propria vita per più di due anni.

Eppure non si ribella, o lo fa in modo occasionale e senza eccedere, e secondo l’editorialista il motivo va ricercato proprio nella carenza di una motivazione collettiva, di un ideale o un sogno che illuminino la visione e il perseguimento di un futuro diverso e migliore. Ci manca poco, insomma, che si parli di rimpianto di un’ideologia, e comunque di un passato ancora non tanto lontano cui l’ex giornale della gioventù comunista (il più anziano del Paese, essendo nato nel 1925) ha guardato sinora con latente nostalgia soprattutto occupandosi di politica estera e sostenendo vigorosamente quella condotta da Putin, ambiziosa quanto costosa per la popolazione.

La KP sembra quindi auspicare una reattività popolare diversa da quella che piacerebbe all’opposizione liberaldemocratica, ossia indirizzata verso soluzioni della scottante problematica economica più vicine ai modelli del passato sovietico che a quelli occidentali oggi in gran parte adottati, con i loro pregi e i loro difetti. Soluzioni di ispirazione statalista, insomma, piuttosto che più accentuatamente liberista come quelle oggi più apertamente sollecitate intorno al Cremlino.

Resta solo da ricordare, a questo punto, che la KP è indirettamente controllata da Gazprom, il colosso energetico russo il cui capo supremo risponde al nome di Aleksej Miller, uno degli uomini più potenti del Paese anche grazie alla sua vicinanza al ‘nuovo zar’. E quindi forse in grado più di ogni altro, o quasi, di influire sulle scelte di fondo oggi in discussione, facendosi forte, magari, persino di quanto accade a Parigi e dintorni.

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