martedì, Marzo 19

A Mosca Fico meglio di Salvini Il presidente grillino della Camera ha toccato i tasti giusti parlando alla Duma dei problemi tra Russia e Consiglio d’Europa, che vanno oltre le sanzioni

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A sentire le cronache politiche di questi giorni, potrebbe essere stato una specie di canto del cigno per il governo giallo-verde, per il Movimento Cinque Stelle e per una certa sua componente, quella considerata più di sinistra. E se così fosse, cioè se il governo in carica davvero cadesse, sarà stato un canto non dei più memorabili, certo, ma neppure stonato, e comunque meritevole di attenzione trattandosi di questioni cruciali e permanenti per la politica estera italiana chiunque ne abbia la momentanea responsabilità.

Parliamo del discorso che Roberto Fico, esponente di punta del M5S e presidente della Camera dei deputati, ha pronunciato martedì scorso alla Duma di Stato, camera bassa del Parlamento della Federazione russa, trovandosi a Mosca in occasione di una riunione della commissione interparlamentare dei due Paesi.

Il discorso è stato un inedito, ma va ricordato che da quando il governo di Roma si è colorato di gialloverde i rapporti con la Russia sono diventati più intensi e calorosi, comunque non più limitati o quasi (affari a parte) alla sintonia e alla frequentazione tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. Si è parlato anche di soldi russi ai due partiti alleati, che naturalmente negano o sorvolano, ma il punto è tutto sommato di scarso interesse.

Avevano fatto più notizia, lo scorso anno, un paio di visite a Mosca di Matteo Salvini, che nella prima esibì sulla Piazza rossa la scritta I love Putin sulla maglietta e nella seconda confidò alla stampa di sentirsi molto più a suo agio nella capitale russa che non in altre europee, con in testa (è da presumere) Bruxelles e (col senno di poi) Parigi. Non, insomma, per motivi di clima meteorologico, o di pregi panoramico-monumentali, bensì, è da supporre, di clima politico.

E qui va subito detto che Fico, pur confermando nelle sue esternazioni moscovite l’amichevole disposizione dell’attuale maggioranza governativa nei confronti della Federazione postsovietica, l’ha fatto in termini e con uno stile tali da meritare la segnatura di un punto a proprio vantaggio, nel quadro dell’incessante gara a chi fa meglio o peggio, a seconda dei punti di vista, tra grillini e leghisti, su un tema non proprio fondamentalmente qualificante, ma neppure di trascurabile rilievo, come i rapporti italo-russi.

Al centro del discorso in questione si è ritrovato l’ormai familiare pronunciamento a favore della revoca delle sanzioni occidentali a carico di Mosca decretate in seguito all’annessione russa della Crimea e finora prorogate di volta in volta malgrado la loro palese inefficacia politica e il loro costo per entrambe le parti.

Non si tratta di una posizione isolata, tant’è vero che la sua condivisione è stata subito ribadita a piene lettere, a nome di Forza Italia, da Deborah Bergamini, membro della stessa delegazione parlamentare capeggiata da Fico, esprimendo semmai rincrescimento per il sostegno anche del governo italiano, nella sede competente, all’ultima proroga delle sanzioni.

E non è mancato naturalmente neanche l’auspicio da parte russa che alle parole quantunque gradite seguano ancor più apprezzabili fatti. Un trasparente rimprovero, questo, che ricorda un ritornello dei tempi della ‘guerra fredda’, quando l’Italia democristiana e atlantica si concedeva non infrequenti aperture o ammiccamenti all’URSS comunista e atea, che infastidivano gli alleati ma lasciavano alquanto scettici gli avversari del ‘mondo libero’.

La sede competente per cercare di convincere i partner europei a compiere la scelta giusta, come auspicato anche dalla Bergamini, è Bruxelles, dove basterebbe un solo voto contrario per bocciare l’ennesima proroga di sanzioni decretate dalla UE a partire dal 2014. Esiste un diritto di veto, insomma, che a Roma si preferisce per ora non esercitare in attesa, presumibilmente, che le elezioni europee del prossimo maggio premino le forze sovranpopuliste e più in generale le tendenze più concilianti nei confronti di Mosca.

Esistono però anche altre sanzioni inflitte alla Russia in una diversa sede, a Strasburgo anziché a Bruxelles, ossia nel Consiglio d’Europa che nonostante le assonanze non ha nulla a che fare con la UE essendo nato (1949) quasi un decennio prima della Comunità economica europea successivamente potenziata e ribattezzata Unione. Aperto a tutti i Paesi del vecchio continente, conta oggi 47 membri essendovi entrati anche quelli situati, prima del ribaltone, a est della ‘cortina di ferro’, compresa la Russia ed esclusa la sola Bielorussia, ‘ultima dittatura d’Europa’.

La promozione del sistema democratico, benchè perseguita sinora con discutibile successo non solo a Minsk e dintorni, figura infatti tra i principali obiettivi dell’organizzazione insieme al rafforzamento dello stato di diritto e della tutela dei diritti umani, allo sviluppo socio-culturale attraverso la cooperazione multilaterale. Il tutto usando come principale strumento convenzioni ed accordi tra gli Stati membri, preparati e proposti dagli organi istituzionali del Consiglio comprendenti anche un’Assemblea parlamentare composta da rappresentanti dei parlamenti statali.

L’organizzazione non ha quindi funzioni e poteri sovranazionali, però con un’importante eccezione: la Corte europea per i diritti umani (CEDU), che è un organo del Consiglio e le cui sentenze si applicano o dovrebbero applicarsi automaticamente all’interno dei singoli Stati. Finora, la sua giurisdizione ha sollevato seri problemi, e alla fine gravi contrasti, soprattutto con la Russia, ancor prima che il rapporto tra Strasburgo e Mosca fosse investito dalla più ampia crisi deflagrata nel 2014.  

Ammessa nel Consiglio nel 1996 e sottoposta alla giurisdizione della CEDU due anni più tardi, dopo la ratifica da parte della Duma della Convenzione europea per i diritti umani, la Federazione presieduta (salvo un formale intervallo quinquennale) da Vladimir Putin non ha tardato a contestare varie sentenze dichiarate incompatibili con la Costituzione nazionale e, in realtà, tali soprattutto con la prassi vigente nel Paese, i cui tribunali di regola non brillano (per usare un eufemismo) per indipendenza dal potere politico.

Il caso più vistoso e significativo fu la causa intentata alla Federazione dai soci espropriati della Jukos, colosso petrolifero privato capeggiato da Michail Chodorkovskij, l’ ‘oligarca’ condannato nel 2004 a 10 anni di carcere (interamente scontati prima di subire un’ulteriore condanna) per evasione fiscale e truffa, al termine di un processo giudicato irregolare dalla giustizia internazionale, e verosimilmente colpevole, piuttosto, di fare opposizione politica a Putin.

In pratica, già si profilava allora una collisione tra Mosca e Strasburgo sul concetto di diritti umani che ricalcava le diverse interpretazioni risalenti al periodo sovietico, quando alla libertà senza ulteriori specificazioni si contrapponeva una superiore e più concreta (con qualche illusione) ‘libertà dal bisogno’.

Il contrasto si inasprì comunque nel fatidico 2014 con la sospensione del diritto di voto inflitta ai membri russi dell’Assemblea parlamentare  a causa dell’annessione russa della Crimea seguita dall’appoggio di Mosca ai ribelli ucraini del Donbass. La risposta consistette in una diserzione russa dei lavori assembleari che continua tuttora e nella decisione della Corte costituzionale federale (annunciata nel 2015 e tradotta poi in legge dalla Duma) di rendere applicabili solo le sentenze della CEDU ritenute compatibili col sistema russo.

Quanto meno una paralisi, dunque, del rapporto con Strasburgo coronata infine, nel 2017, dalla cessazione dei versamenti russi di quanto dovuto al bilancio del Consiglio. Un atto non si sa se di rottura, dato che il non pagamento del contributo per due anni può provocare per regolamento la sospensione dello status di membro, oppure di estrema pressione, tenuto conto che la quota russa è una delle più cospicue e il bilancio non è dei più floridi.  

Neppure è facile capire, peraltro, se e quanto Mosca ci tenga a rimanere membro del Consiglio, che è una delle poche organizzazioni nelle quali la Russia sta in compagnia dei suoi vicini occidentali. La questione è stata oggetto di un apposito dibattito, alla fine dello scorso gennaio, nel Club Valdai, un centro di conferenze fondato da uno dei massimi esperti russi di politica internazionale, Fjodor Lukjanov, già molto ascoltato da Putin.

Un dibattito istruttivo, perché ha messo in luce una divergenza di vedute tra personaggi competenti e autorevoli che sembra confermare l’impressione che esista a Mosca una dialettica più vivace ed accesa di quanto generalmente si creda intorno ad una problematica ben più ampia e scottante di quella qui in esame.  Lo spunto è stato comunque offerto proprio dal fatto che alla scadenza dei due anni di cui sopra si arriverà nel prossimo giugno. Nel frattempo l’Europa di Bruxelles avrà già votato fornendo quindi utili indicazioni al Cremlino, che a sua volta dovrà comunque prepararsi ad ogni evenienza tenendo ovviamente conto anche di altri fattori e situazioni in evoluzione.

Uno dei tre partecipanti al dibattito, il responsabile della programmazione del club ospitante Timofej Bordaciov, è stato quasi brutale nel minimizzare il problema specifico. La Russia, ha detto in sostanza, è una grande potenza con responsabilità globali che non può rinunciare ad una politica estera indipendente, non condizionabile da una «associazione di Paesi piccoli e di media stazza» come quella di Strasburgo, i cui rappresentanti dovrebbero essere semmai loro a preoccuparsi di non perdere un membro di ben maggiore levatura come la Federazione russa.

Di tutt’altro parere è stato invece Konstantin Kosaciov, presidente della Commissione affari internazionali del Consiglio della Federazione, camera alta del Parlamento centrale. L’adesione al Consiglio d’Europa fu giustificata, a suo avviso, da una «scelta consapevole a favore dei valori democratici in precedenza respinti» da Mosca, e non esiste alcuna ragione per un ripensamento. La presenza russa a Strasburgo, ha precisato, è stata «molto fruttuosa», avendo consentito la partecipazione ad oltre 60 convenzioni patrocinate dall’organizzazione.

Anche Kosaciov deplora le sanzioni imposte alla delegazione russa dall’Assemblea, per ragioni politiche, in base ad una regola risalente al 1985 che, sostiene, andrebbe cancellata, così come si dovrebbe modificare una più ampia normativa «ingiusta e non democratica» dell’organizzazione. I tentativi sinora compiuti a questo scopo sono stati vani, ma il senatore russo lascia intendere che dovrebbero malgrado tutto proseguire nell’interesse nazionale.

La diagnosi e le conclusioni esplicite o implicite di Kosaciov hanno riscosso la piena adesione del terzo partecipante al dibattito, Ivan Soltanovskij, rappresentante permanente della Russia nel Consiglio d’Europa, il quale assicura che gli sforzi per una sua riforma effettivamente proseguono e che la maggioranza delle delegazioni nazionali li spalleggiano, per cui il dialogo deve rimanere aperto non essendovi alcuna ragione per disertare Strasburgo.

Al contrario, sostiene Soltanovskij, «dobbiamo restare e adoperarci attivamente per la creazione di un unico spazio comune umanitario e per gli affari», rilanciando l’idea di un’Europa più grande impensabile senza il suo Consiglio. La sua replica a Bordaciov, ad ogni buon conto, è stata secca quanto, augurabilmente, franca: «i valori dei grandi Paesi non possono differire dai valori di quelli piccoli e medi».

Resta ora da appurare quali prospettive di successo possano avere gli sforzi caldeggiati da Kosaciov e Soltanovskij, personaggi dietro ai quali sta verosimilmente una cerchia non ininfluente di sostenitori variamente altolocati di posizioni e istanze analoghe, riguardanti la politica interna russa non meno di quella estera nonché il loro intreccio.

A prima vista, sembrerebbero prevalenti a Mosca quelle opposte. Dichiarazioni dure, sulla vertenza con Strasburgo, hanno recentemente rilasciato il presidente della Duma, Vjaceslav Volodin, che tuona contro un’ennesima «vile aggressione» occidentale; del vice ministro degli Esteri Aleksandr Grushko, espressosi all’unisono con Bordaciov; e dello stesso suo superiore, Sergej Lavrov, che normalmente non passa per un ‘falco0 ma adesso minaccia un’uscita volontaria dal Consiglio d’Europa «prima che ci caccino».

Molto dipenderà però, com’è ovvio, dalla sponda che i difensori russi dei ‘valori comuni’ potranno trovare nel campo occidentale in una congiuntura certo non delle più propizie a sviluppi distensivi. Nel caso specifico, almeno, le prospettive non dovrebbero essere in realtà troppo scoraggianti se è vero, ad esempio, quanto ha dichiarato ai media moscoviti, nello scorso gennaio, il segretario generale uscente del Consiglio d’Europa, il norvegese Thornbjord Jagland.

L’ex premier laburista a Oslo, infatti, non si è limitato a prospettare un’attenuazione delle sanzioni nell’Assemblea parlamentare per incoraggiare la ripresa dei pagamenti russi. Ha altresì lamentato la tendenza ad usare la sua organizzazione come «piattaforma per battaglie geopolitiche», quando il principale compito istituzionale del Consiglio è quello di proteggere le persone contro l’uso arbitrario del potere nei Paesi membri.

In altri termini, ha auspicato una revisione della normativa vigente tale da sottrarre all’organizzazione di Strasburgo la competenza ad intervenire in un modo o nell’altro nei più o meno normali conflitti o controversie tra gli Stati per concentrarsi sui propri obiettivi prioritari. Andando, così, decisamente incontro alle richieste di Mosca sul primo punto pur accentuando semmai la pressione sulla Russia riguardo al secondo, ma in questo caso favorendo altresì, doppiamente, quanti a Mosca propugnano un’ulteriore democratizzazione, il rafforzamento dello Stato di diritto, e così via.

Se la presa di posizione di Jagland riflettesse davvero anche tendenze e spinte in crescita nell’Assemblea parlamentare ne guadagnerebbero innanzitutto il prestigio e l’importanza del Consiglio d’Europa e di conseguenza il suo potenziale ruolo a favore del progresso e della pace nel vecchio continente. Un ruolo tanto più prezioso, del resto, nel momento stesso in cui la coesione dell’Unione europea minaccia di incrinarsi sia a causa dello scontro geopolitico con la Russia sia dell’attrazione che il suo modello di ‘democrazia illiberale’ esercita su alcuni membri della stessa UE.

Ignoriamo se e in quale misura Roberto Fico sia consapevole di questi aspetti della problematica che ruota intorno al rapporto tra Mosca e Strasburgo nel contesto di quello tra Russia e Occidente in particolare europeo. Il numero uno di Montecitorio ha avuto comunque il merito di sottolineare in chiare lettere la funzione che spetta prioritariamente se non proprio esclusivamente al Consiglio d’Europa, anche per quanto implicitamente la problematica interna russa, oltre a sollecitare la revoca di sanzioni che pure vi incidono negativamente per via indiretta.

Di qui il punto da segnare a suo favore nel confronto con Salvini, che forse non gli sarà molto utile agli effetti della ben più grossa partita in corso tra i due alleati di governo in Italia, ma potrebbe dare ugualmente un contributo ad indirizzare nella giusta direzione la politica estera del suo e nostro Paese.

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