giovedì, Settembre 19

A Firenze il memoriale di Auschwitz Il percorso artistico nella storia delle Deportazioni e dello sterminio, prodotto dell’impegno civile di istituzioni e cittadini, raccoglie il monito di Primo Levi affinché il “frutto orrendo dell’odio non dia nuovi semi“

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“Grazie! Questo Memorial  ci illumina sugli abissi dell’umanità, perché non abbiano a ripetersi!”, ”Tutti dovrebbero venire qui per conoscere ciò  che i nostri nonni hanno vissuto”, “Questo viaggio nel tunnel della storia, deve indurci a non sottovalutare i rigurgiti di fascismo in atto oggi in tutta Europa”, “Sono commossa, non ci sono reperti, ma è attraverso l’arte che rivive la storia”, “Italiani brava gente, una balla: la storia va conosciuta”… Questi sono solo alcuni dei  tanti altri post-it apposti su una parete da parte di coloro – e sono già tanti! – hanno visitato fin dal prime ora della sua inaugurazione,   a Firenze, il ‘Memoriale  in onore degli italiani assassinati nei campi nazisti‘. Il Memoriale si trovava  nel campo di sterminio di Auschwitz, esattamente nel Blocco 21, dove furono deportati e ammassati cittadini italiani – donne, bambini, anziani: politici, cittadini comuni, ebrei, rom, gay, disabili ecc.– per essere inviati nei forni crematori o nei campi di lavoro, come schiavi, per la grande industria bellica tedesca.

Voluto dall’ ANED (Associazione Nazionale ex Deportati nei campi nazisti) fu realizzato  nel ’79, da un gruppo di intellettuali tra i quali spiccavano i nomi degli architetti Lodovico e Alberico Belgiojoso,dello scrittore Primo Levi, del regista Nelo Risi, del pittore Pupino Samonà e del compositore Luigi NonoLo scopo era quello di rendere omaggio alla memoria delle vittime nei campi di sterminio ma anche di ripercorrere la storia che aveva portato a quell’epilogo inenarrabile, con la quale ancora non si sono fatti i conti. Una storia che – scriveva Primo Levi – «non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: dal primi incendi delle Camere del Lavoro nell’Italia del 1921, ai roghi dei libri sulle piazze della Germania del 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau corre un nesso non interrotto. E’ una vecchia sapienza, e già così aveva ammonito Enrico Heine, ebreo e tedesco: chi brucia libri finisce col bruciare uomini, la violenza è un seme che non si estingue». Questo testo di Primo Levi del 1980  introduce il visitatore alla comprensione di  questa storia delle Deportazione. Una storia che nel tunnel della memoria si colora di rosso ( i deportati politici), di giallo  quelli di fede ebraica, di nero – fascisti e nazisti -fino al bianco della riconquistata libertà. Ma quei simboli e quelle figure – tra cui Gramsci e  Matteotti- che hanno segnato periodi della nostra storia, il governo polacco, dopo la Caduta del Muro di Berlino, ha ritenuto non corrispondessero più alle ‘linee guida’ che lo stesso Museo si era dato. «O lo togliete o ci pensiamo noi!» dissero. L’opera fu chiusa d’imperio nel 2011 e minacciata di distruzione. “La verità” – è il commento di un visitatore – “è che la deriva sovranista e negazionista che anche  in quel paese stava crescendo, mal tollerava la presenza di quel Memorial…” . Da allora iniziava una vicenda lunga e dolorosa per  questo tempio di arte e storia.

Dario Venegoni, Presidente dell’Aned, ricorda di aver dato una mano alla installazione e inaugurazione del Memorial ad Auschwitz . «Mia madre» – racconta – «aveva voluto fossi presente poiché quel campo le ricordava l’amore sbocciato nel ’44 nel campo di detenzione di Bolzano, fra lei, giovane medico di buona famiglia e di orientamento socialista, e mio padre, operaio comunista della provincia milanese. Un amore nascente in un mondo immerso nell’odio e nella più aberrante violenza». Venegoni racconta anche del senso di solitudine e isolamento in cui l’Aned venne a trovarsi nel 2009, quando le autorità polacche ne decisero la chiusura. Poi, tirando un sospiro di sollievo ricorda che: «c’ero anche quando Firenze si è fatta avanti, mentre altre amministrazioni hanno fatto finta di non sentire. E c’ero quando ho visto le tele sistemate sul tavolo dell’Opificio delle Pietre Dure, pronte per essere restaurate insieme ad altri grandi capolavori».  

Marco Ciatti, Direttore dell’Opificio delle Pietre Dure, considerato il più eccellente al mondo nel restauro  delle opere d’arte, dichiara che «si è trattato del restauro più complesso per un’opera d’arte contemporanea che mai gli sia capitato di eseguire, trattandosi di 550 metri di tela dipinta, il più grande restauro per estensione e complessità». Ma come è si è arrivati a questa realizzazione, unica in Italia?  Dopo il sì del Sindaco alla richiesta dell’Aned si è attivato un meccanismo di solidarietà istituzionale e  cittadino, che affonda le sue radici nei valori della Costituzione dell’antifascismo di cui Firenze e la Toscana stanno dando prova anche in questi giorni, attraverso varie iniziative: il Comune ha messo a disposizione uno spazio un tempo adibito a centro per la sperimentazione artistica, in piazza Gino Bartali, provvedendo al suo restauro, con il sostegno finanziario della Regione Toscana, della Fondazione Cassa di Risparmio, di Firenze-Fiera e dell’Unicoop che ha lanciato una sottoscrizione fra i propri  soci, che ha consentito la raccolta di 50 mila euro da destinare al Memorial. L’Aned ha curato la Mostra sulla storia della deportazione italiana lungo i decenni.

«Il nostro spirito» – dice Claudio Vanni di Unicoop Firenze – «è quello di coinvolgere le persone in iniziative territoriali che contribuiscano a tener viva la memoria di ciò che siamo stati, e ciò vale sia per il Restauro del Battistero, al quale abbiamo dato un contributo sostanziale, che per  il Memorial di Auschwitz, per i quali migliaia di cittadini hanno risposto all’appello di crowdfunding».  «Questo Memoriale  è un segno di gratitudine» – è quanto ha dichiarato il Sindaco Dario Nardella inaugurando l’opera – «verso Primo Levi, di cui ricorre il centenario della nascita, e verso tutti coloro che si sono battuti fino all’estremo sacrificio per dare la Libertà al nostro Paese. Il Memoriale sarà un luogo di educazione destinato alle famiglie ed alle scuole.  Centinaia di persone hanno lavorato a questa realizzazione, in una corsa contro il tempo, abbiamo temuto anche  di non farcela, ma poi ci siamo arrivati e questo è un traguardo di civiltà. Oggi c’è il tentativo di usare le ruspe per cancellare la memoria delle nostre città e del  nostro paese, ma sui valori dell’antifascismo e della democrazia non si scherza».

Monica  Barni, Vicepresidente della Regione Toscana, annuncia lo stanziamento di un altro milione e mezzo  di euro per trasformare il piano terra in una sala multimediale, e per sensibilizzare gli studenti della Regione a visitare il Memorial. Non stiamo qui a descrivere le varie tappe del percorso all’interno di quella spirale che sulle orme  della storia conduce i visitatori lungo il tragico percorso che condusse milioni di persone nei campi di sterminio, attraverso spietate forme di disumanizzazione dei deportati, ridotti a numeri. Ognuno deve poter rivivere questa esperienza. Ma prima di addentrarvisi  è opportuno soffermarsi al piano terra sui pannelli descrittivi che segnano le tappe che portarono dalle violenze contro inermi cittadini, colpevoli di non aver aderito al regime fascista, alla guerra che – racconta un giovane storico che fa da guida ai visitatori – “non fu un errore, ma il punto d’approdo della dittatura fascista e di quella nazista, così come l’indifferenza dei più e l’adesione di tanti consentirono violenze, assassinii, leggi razziali,  deportazioni, forni crematori”. Lo stesso richiama la mente al fatto che dalla Toscana, tanti furono i politici inviati nei campi, oltre ai cittadini ebrei, italiani anche loro!, e che l’elenco delle persone da deportare era tenuto da funzionari dello Stato italiano, consapevoli  di ciò che stavano facendo. Ugo Caffazfigura di spicco della Comunità ebraica, non solo plaude al fatto di tener viva la memoria, ma  esorta a conoscere la storia di ieri perché anche oggi si avvertono analogie  con il passato, nel culto del capo, nel disprezzo degli avversari, nell’odio razziale e delle minoranze, o dei migranti trasformati in nemici o in capri espiatori.

Parole forti, cui fanno eco quelle di Raffaele Palumbo, giornalista e autore di vari saggi: «un Memorial del genere mancava in Italia, ed è importante non solo per gli aspetti emotivi che ci fa vivere, ma per il fatto che racconta ciò che è accaduto, come è accaduto, anche con il consenso della popolazione. Qualcuno oggi considera la memoria un fastidio, un ingombro, no, la memoria ci costringe a pensare, ci insegna a dire no». Il Memorial, aperto da pochi giorni, ha visto già un notevole afflusso di persone, giovani compresi. Per motivi organizzativi è aperto tre giorni la settimana ( sabato, domenica e lunedì), le visite sono gratuite e guidate da giovani storici.  Ma l’importante è che ci sia. Certamente andrà col tempo a pieno ritmo. Ma prima di iniziare il percorso sarà bene far tesoro dell’invito ai visitatori scritto da Primo Levi: «Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo, fa che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia stata in utile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Oswiecim, valgono di ammonimento: fa che il frutto orrendo dell’odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme, né domani né mai».     

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