giovedì, Dicembre 12

A chi dava fastidio Moro, sul piano interno e internazionale Le vere ragioni di un assassinio politico

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Il popolo italiano, fra i molti lati più o meno oscuri del proprio carattere, ne rivela uno particolare: si delizia nelle rievocazioni di stragi, mattanze e assassinii invece di preoccuparsi a risolvere anche se tardivamente i problemi inerenti a quei fatti. Non fa eccezione neanche il più grave assassinio politico della sua storia, dopo quello di Giacomo Matteotti: l’assassinio di Aldo Moro, inesattamente definito ancora oggi come Presidente della Democrazia Cristiana mentre presiedeva soltanto il parlamentino interno del Partito, il Consiglio nazionale. Assassinio efferato come era stata efferata la strage della sua scorta nel giro di una manciata di secondi. Anche qui commemorazioni, rievocazioni, ricordi, compresa una meravigliosa storia della Renault R4 rossa che fu la prima bara dello statista, storia ricostruita dal quotidiano ‘Post’.

Perché fu scelto, e rapito e detenuto e ‘processato’ e infine trucidato Aldo Moro, l’unico statista che il suo Partito avesse mai prodotto dopo Alcide De Gasperi? Soltanto chi oggi ha almeno sessant’anni può ricordare quei tempi dimenticati e sovrascritti da decine di eventi epocali successivi a quella primavera di sangue di quarant’anni fa. Chiunque sia nato dopo quella data ignora un pezzo fondamentale della storia contemporanea. C’era uno scenario politico nazionale, in cui si erano logorati successivamente tutti i partiti laici cooptati dalla DC come alibi per il suo potere assoluto, denominati quadripartito, pentapartito e centrosinistra, mentre l’elettorato premiava sempre di più, ma mai troppo, il Partito Comunista Italiano che controvoglia, a fatica e perdendo pezzi qua e là, compresi molti futuri terroristi, cominciava a capire i reali vantaggi di un sistema democratico parlamentare rispetto alle monolitiche visioni del Partito unico dell’Impero dell’Est (o del Male, come più vi piace). Enrico Berlinguer cercava di addolcire l’amara pozione del rifiuto di una conquista del potere per via rivoluzionaria (termine ignoto agli italiani), inventandosi la formula dell’’Eurocomunismo’, di un comunismo inquadrato in un sistema di partiti analoghi che in Europa si avvicinavano molto democraticamente all’area del potere. Non fu affatto compreso, bisogna dirlo, neanche da Gorbaciov da me intervistato al funerale di Berlinguer, e la base del Partito restò saldamente trinariciuta (cfr. Giovanni Guareschi, ‘Il Candido’) fino a quando in un futuro successivo, ai Campi di Bisenzio, durante una Festa dell’Unità, ascoltò smarrita e confusa Achille Occhetto che, omessi i tradizionali saluti ai Paesi fratelli dell’Est, la invitò a rifondare il Partito su nuove linee, più liberal, più in sintonia con i tempi nuovi. Roba da non credere.

Per completare il quadro di politica interna di quarant’anni fa, c’erano altre variabili entrate nel sistema. Bettino Craxi, dopo quasi due anni di camarille interne, era riuscito a liberarsi dei tanti Giuda pronti a strappargli la segreteria di un Partito Socialista Italiano svincolatosi dalla sudditanza verso il PCI, e la Democrazia Cristiana cercava in lui il lievito laico per cuocere una nuova pagnotta da proporre al proprio elettorato. La destra neofascista tentava di darsi una ripulita passando dal nero al grigio, e su tutto aleggiava un clima di paura e di terrore per il fiorire e moltiplicarsi di gruppi e gruppuscoli pronti a sparare su chiunque, nella loro logica contorta di congiurati del 1500, rappresentasse un simbolo del potere. Peccato che tutti questi fermenti, positivi o negativi, che ribollivano in Italia, fossero congelati dal quadro di riferimento internazionale. Appena dieci anni prima i sogni liberal di una Cecoslovacchia ormai stanca del ruolo assegnatole dal Comecon (produrre mezzi agricoli pesanti per tutta l’area di influenza sovietica) erano stati schiacciati con la consueta franca brutalità dai carri armati spediti da Mosca in aereo per fare prima. Il mondo era diviso in blocchi. Per una generazione contemporanea di italiani che passeggia liberamente a Pest lungo il Danubio, o va a passare l’estate sulle spiagge della Bulgaria, o trascorre la notte sul magico Ponte di Re Carlo a Praga, è difficile capire che cosa fosse la Cortina di ferro, che cosa fosse il muro di Berlino. Cercare di varcarli clandestinamente era punito con la morte come con la morte veniva punito chi voleva cambiare le cose da una parte e dall’altra del muro e della Cortina.

Si fa fatica a ricostruire oggi la logica ferrea dei due blocchi: da un lato l’Occidente, protetto dal peloso interesse commerciale e strategico dei ‘liberatori’ del 1945, dall’altro l’Oriente, dominato e sorvegliato dall’Orso russo di turno al Cremlino. Nulla doveva cambiare, per nessun motivo, mai. Ogni blocco si faceva i fatti suoi. Così come era impensabile che un Paese dell’Est potesse mai passare pacificamente dal regime comunista a una democrazia parlamentare libera, così era inammissibile che un Partito comunista occidentale potesse mai governare ad Ovest con libere elezioni. Da una parte e dall’altra, per mantenere questo che fu detto equilibrio del terrore, ma più giustamente si potrebbe definire equilibrio degli errori, correvano su e giù, avanti e indietro, fiumi di soldi, di sovvenzioni, di spie, di agenti provocatori, e anche di assassini freelance o più o meno saldamente inquadrati in una pletora di Servizi segreti nazionali, strumento di potere e quindi tutti potenzialmente deviati.

Aldo Moro era l’uomo che strategicamente, tenacemente, pazientemente lavorava al suo progetto di coinvolgere il PCI nella gestione del potere. Non tanto, credo io che l’ho conosciuto, per far sopravvivere il proprio Partito, quanto perché percepiva i valori fondamentali di una forza politica considerata concorrente più che rivale. Peccato che questo disegno, attuato in una prima fase con il Governo della non sfiducia (del PCI), sia stato interrotto da colpi d’arma da fuoco di cui ancora oggi non si conoscono esattamente né la mano né i testimoni.

E allora ognuno tragga le sue considerazioni finali, per non celebrare vanamente un fatto che si dovrebbe solo spiegare e non ‘commemorare’. A chi dava fastidio Aldo Moro, e la sua politica, sul piano interno e internazionale? Ai ‘compagni che sbagliano’ e che volevano impedire la commistione del loro ex Partito con il sistema di potere democristiano? Certo. Dava fastidio ai sommi gestori della politica dei blocchi, USA e URSS, non estranei entrambi a rozzi sistemi di eliminazione dei propri rivali interni o internazionali? Certo. Ci fu, come io sono fermamente convinto, una scellerata correità fra terroristi interni e terroristi di Stati esteri al soldo della o delle superpotenze? Ai posteri l’ardua sentenza. Qualche anno dopo un signore vestito di bianco che smantellava con la stessa paziente sicumera di Aldo Moro l’altro blocco, quello dell’Est, fu fatto segno di alcuni colpi di pistola sparati da un killer su commissione. Fu la contropartita per fermare un polacco troppo dirompente, un altro ‘picconatore’ di sistemi, per dirla alla Cossiga? O forse bastò che qualcuno, al Cremlino, mormorasse le parole di Re Enrico IV d’Inghilterra che sognava di far ammazzare l’Arcivescovo Thomas Becket: «Ci sarà qualcuno che mi libererà mai di costui?».  

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