domenica, Novembre 17

A che punto valgono le alleanze strategiche dell’Italia? La vicenda Fincantieri è solo l'ultimo di una serie di episodi che deve far riflettere

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È possibile fare qualunque previsione per il prossimo futuro e poi doverne smentire quanto affermato. La emblematica questione delle navi italiane che ha avuto l’onore o forse l’onere di riempire le prime pagine dei giornali italiani, resta l’emblema di quanto ci sia da fare per sostenere le politiche delle alleanze industriali e rabbrividire al pensiero di un’impreparazione di fondo dell’opinione pubblica. E non solo.

Fa niente che quello che titolò in agosto il Corrierone è stato in parte superato: in quell’occasione il titolista di Daniele Manca ci andò pesante. «La vicenda di Fincantieri è un atto ostile. E l’elenco delle numerose aziende italiane passate a gruppi francesi dimostra un’apertura (a volte persino eccessiva) tutt’altro che ricambiata». Da allora le cose si sono in parte aggiustate e poi è difficile immaginare che fossero in molti a comprendere le righe nere e piene di inchiostro sotto l’ombrellone di un caldo infernale. A sentir parlare di navigli infine, l’unico pensiero poteva andare a immagini di crociere spensierate e non certo alle chiglie di inquietanti imbarcazioni da combattimento.

In realtà alcuni affari internazionali dovrebbero essere trattati con un tono di maggior professionalità da parte di chi fa informazione e da chi ne amministra le sorti perché quando poi il cittadino della strada raccoglie il messaggio e si arroga il diritto di esprimere la sua opinione sui social, finisce che questi inizia a spargere veleno peggio della massaia che infiocchetta di sucre glace il proprio ciambellone. Non ci piace dar ragione a Winston Churchill e al suo motteggio: «Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre» e rincalzarne con un altro assunto: «In tempi di guerra la verità è così preziosa che deve sempre essere protetta da una cortina di bugie». Ma a volte ci sembra quasi di sfiorarne le essenze più plateali.

Quando l’Italia uscì martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale, non vi fu nessuna potenza vincitrice disposta a offrire sconti per la sua ripresa e per quanto si sia parlato a lungo di sovvenzioni e aiuti per uscire dal guado così pieno di fanghiglia putrescente, tutti gli strumenti utilizzati dai maggiorenti, compreso il piano elaborato dal segretario di Stato statunitense George Marshall, fu un’occasione per incrementare alcuni business con l’Europa e esacerbare i già difficili rapporti con l’Est del mondo. E così le tante imprese risorte sotto l’ondulante ombrello dell’IRI – occorre un grigiore devastante della propria chioma per farne ricordo! – furono riorganizzate con diverse modellizzazioni che avrebbero pure potuto essere vincenti se immaginate con degli sbocchi commerciali plausibili per il nostro piccolo Paese, ma perennemente afflitte dal male endemico della nostra Italia, la lottizzazione e finirono solo per dover favorire gli interessi partitici e, ancor peggio, delle nazioni che dietro ne guidavano le sorti.

Nessuno pensò, non senza malafede, che una via di svolta nel dopoguerra sarebbe stata la creazione di scuole di alta direzione politica per poter arginare un dramma così efferato. La farsa in sé si ripete anche adesso che la ventata di internazionalizzazione ha fatto capire alle ultime generazioni che fuori dai nostri confini si lavora meglio, perché c’è uno Stato che assiste e non perseguita i cittadini e i lavoratori, perché la meritocrazia non è considerata l’ultima delle bestemmie e perché la retribuzione di ciascun salariato non è preda solo dall’occhio famelico del consumismo di bassa caratura.

Aveva ragione Giuliano Amato quando in un’intervista di qualche anno fa affermava che «siamo passati dal governo dei professori al parlamento dei fuoricorso» e però il Dottor Sottile dovrebbe ricordare pure che egli stesso ha fatto parte di certe compagini che hanno così inguaiato il nostro Stato sovrano e di questo ne era ben conscio il suo segretario Bettino Craxi quando nello storico discorso del 3 luglio 1992 alla Camera dei Deputati disse: «Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario», riferendosi al ‘ricorso all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale‘ e come ha ricordato Antonio Polito nella cronaca del tempo, «nessuno si alzò. Ma nessuno ebbe neanche il coraggio di riconoscere che si trattava di un problema politico, da risolvere politicamente».

Ora, le citazioni riportate ci bruciano come tizzoni accesi negli occhi perché nelle parole di questi politici noi ravvediamo un’indubbia qualità analitica ma pure ci perdiamo nell’insensatezza di aver lasciato l’Italia ad essere preda di una burocrazia lievemente più informata e accorta alla salvaguardia di certe politiche industriali dei propri recinti politico-sociali. Per questo ci piace chiudere con un’altra citazione, che meriterebbe a nostro parere tutto l’onore dei caratteri maiuscoli per il suo spessore: quando il 10 agosto 1946 lo statista Alcide De Gasperi andò a rappresentare l’Italia alla Conferenza della Pace di Parigi, nelle sue parole non c’era spocchia o rassegnazione ma solo una grande dignità che possono arrogarsi solo i grandi uomini. Ricordiamo solo l’incipit: «Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra cortesia, è contro di me».

Per concludere, noi non crediamo che vi sia un Paese industrializzato che ‘sia contro l’Italia’ perché non avrebbe senso e sarebbe un sentimento antistorico da lasciare al populismo di bassa lega. Siamo però convinti che l’organizzazione politica della nostra Penisola sia sempre mancante di quelle capacità che permettano al suo popolo e ai suoi imprenditori di svolgere serenamente il proprio mestiere e di segnare seriamente il cammino del futuro. Sarebbe questa la riflessione da fare quando ogni mattina, spiegando le pagine dei quotidiani ci domandiamo come mai alcuni vicini di terre vivono con profonda insofferenza la condivisione di interessi che a ragione possono considerarsi strategici. Ma pure, occorrerebbe domandarsi, per qual motivo questi stessi professionisti del disprezzo non abbiano scelto altri partner per far fiorire i propri affari. Forse perché lo stato debitorio ha sconfitto qualunque volontà della grande locomotiva europea? E se questa idea, nella sua linearità fosse in fondo giusta, cosa si aspetta ancora per rivitalizzare tutte quelle alleanze che ne dovrebbero sostenerne la convenienza in un mondo che non può fare a meno di generare colossi per affrontare la globalizzazione dei mercati?

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