sabato, Dicembre 7

Africa: il prezzo della ricchezza degli altri

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L’immagine di un continente ‘povero’, i cui conflitti hanno origini arcaiche e tribali e la cui mancanza di sviluppo è dovuta a cause endemiche impossibili da rimuovere dall’esterno ha recentemente subito un nuovo duro colpo sferrato dall’ultimo report Honest Accounts 2017, frutto del lavoro congiunto di un gruppo di ONG europee e africane promosso da organizzazioni come la britannica Global Justice Now e Jubilee Debt Campaign. Da questo studio, infatti, emergono dati molto interessanti circa i flussi economici e finanziari che escono e che rientrano nel continente, evidenziando un forte disequilibrio che rende l’Africa creditrice nei confronti del resto del mondo di almeno 41.3 miliardi di dollari solo nel 2015.

Le cifre del report parlano chiaro: i Paesi africani nel 2015 hanno ricevuto  161 miliardi di dollari tra prestiti, pagamenti e aiuti, ma sono ben 203 i miliardi di dollari usciti dal continente africano nello stesso anno – sia sotto forma di capitali e profitti spesso portati all’estero illegalmente, sia sotto forma di costi imposti dal resto del mondo con i cambiamenti climatici. Il dato più impressionate, tuttavia, riguarda la sproporzione tra la cifra a cui ammonterebbero gli aiuti provenienti dai paesi più sviluppati all’Africa – circa 19 miliardi di dollari – e i 68 miliardi che sarebbero sottratti ai Paesi africani da aziende multinazionali che deliberatamente truccano i fatturati commerciali o evadono le tasse spostando i capitali nei paradisi fiscali. Per non parlare, poi, degli enormi interessi sui debiti contratti dai Governi africani o del capitale strappato al continente con attività di pesca o disboscamento non autorizzate, e con il commercio illegale di piante e fauna selvatica.

Insomma, se parlare di depredamento non è un’esagerazione, questi dati provano come siano in atto delle vere e proprie frodi nei confronti di molti Paesi africani – frodi che vanno a beneficio solo di interessi strettamente corporativi. Secondo il report di Honest Accounts, dunque, «coloro che dichiarano di voler aiutare l’Africa devono ripensare il loro ruolo. La priorità dovrebbe essere per prima cosa non fare del male. Eppure qualcosa di male continua a essere fatto». E a questo proposito, secondo Jason Hickel, ricercatore presso la London School of Economics nonché autore di ‘Aid in Reverse: How Poor Countries Develop Rich Countries’ “report come quello di Honest Accounts sono molto importanti perché c’è una narrazione dominante secondo cui i Paesi ricchi forniscono aiuti ai Paesi poveri per aiutarli nello sviluppo senza che vi sia sostanzialmente nessun legame tra i primi e i secondi”. In altre parole, secondo Hickel, “l’idea è che i Paesi siano diventati ricchi grazie al duro lavoro e alle loro buone politiche, mentre i Paesi poveri sono tali per via di politiche e regolamenti fallimentari. I Paesi ricchi allora cercano di andare incontro ai quelli poveri e generosamente donano una parte del loro sovrappiù di ricchezze per aiutarli”.

Tuttavia, continua Hickel, “questo tipo di narrazione è del tutto sbagliata. La verità è che l’economia globale è organizzata in modo tale che molto del benessere, del valore, delle risorse, della forza lavoro dei Paesi ricchi proviene dai Paesi poveri. E i Paesi ricchi prendono molto più di quanto restituiscono in termini di aiuti, anzi, il sistema degli aiuti maschera i veri flussi di ricchezza del mondo e fa apparire coloro che prendono come coloro che danno quando la realtà è molto diversa”. Il punto, allora, è sfatare quel mito e mostrare che almeno nel caso dell’Africa, “gli aiuti sono distanziati di molto dal flusso contrario di capitali che va dall’Africa al resto del mondo”.

Il problema, tuttavia, non è solo quello di un’errata percezione da parte della società di ciò che i Paesi stanno effettivamente facendo per aiutare l’Africa. Se è vero, infatti, che l’Africa è un continente molto ricco di risorse naturali, minerarie, energetiche, il punto è che la stragrande maggioranza della sua popolazione non trae alcun beneficio da questa ricchezza. Eppure, come riportato da Honest Accounts, le 500 più grandi compagnie africane hanno registrato un volume di affari combinato di 698 miliardi di dollari, ma resta il fatto che le compagnie straniere acquisiscono la maggior parte dei profitti generati dalla ricchezza africana in termini di risorse. La situazione è ancora più grave se si considera che le politiche fiscali di molti Paesi africani sono state per lungo tempo influenzate dall’idea instillata proprio dai governi occidentali che fosse necessario abbassare le tasse per attrarre investimenti stranieri, senza tuttavia contare che gran parte dei capitali sarebbero stati trasferiti in paradisi fiscali.

Jason Hickel, a questo proposito, sostiene che sia molto importante portare all’attenzione del pubblico dati come quelli di Honest Account poiché in questo modo “cambia la nostra idea di quali siano le cause della povertà a livello globale”. In effetti, continua, “di solito le persone pensano che la povertà qualcosa di intrinseco, una sorta di condizione naturale per cui non ha neppure senso cercare una soluzione. Tuttavia, nel momento in cui ci si rende conto che è qualcosa di prodotto dal modo stesso in cui l’economia globale è organizzata, si iniziano a vedere le condizioni strutturali da cui dipende la povertà. Grazie a report come questo veniamo a conoscenza, ad esempio, delle responsabilità del sistema internazionale di debito, secondo cui i paesi poveri pagano miliardi di dollari di interessi a grandi banche occidentali, oppure dei profitti che vengono portati all’estero. In sostanza, una volta che iniziamo a capire le principali cause della povertà e del sottosviluppo possiamo iniziare ad affrontarle e a trovare delle soluzioni”.

E a proposito di ciò che viene illecitamente sottratto all’Africa, non c’è dubbio per Hickel che si tratti del problema più urgente da risolvere con misure drastiche come “la chiusura dei paradisi fiscali, i cui principali responsabili sono potenze come Stati Uniti e Regno Unito. Il furto a danno dei Paesi africani non c’è dubbio che sia da imputarsi a loro – la stessa Londra è un punto di raccordo fondamentale per la rete mondiale dei paradisi fiscali”. Inoltre, molte sarebbero le soluzioni da attuare subito riguardo al grande problema delle fatture false emesse da molte compagnie; questa truffa, secondo Hickel, è resa possibile poiché “il World Trade Organization (WTO) è a capo di queste operazioni e di fatto le permette. Si potrebbe fare qualcosa per impedirlo, ma il WTO è controllato dai Paesi ricchi che evidentemente non vogliono che la situazione cambi. Ci potrebbero essere altre soluzioni sul tavolo, come una sorta di resoconto Paese per Paese dei profitti delle compagnie. Adesso le multinazionali possono dichiarare tutti i loro profitti in un solo Paese e solitamente scelgono un paradiso fiscale, ma questo potrebbe cambiare se si obbligassero le compagnie a dichiarare i profitti nel Paese in cui svolgono la loro effettiva attività economica. Se una compagnia produce qualcosa in Uganda o in Nigeria è qui che dovrebbe dichiarare i profitti e pagare le tasse, non a Londra o nei Paesi Bassi”.

Un’altra soluzione davvero semplice” continua Hickel “sarebbe quella di una flat tax valida per tutte le aziende a livello globale – il 15% o il 20% minimo – in modo tale che le società di tutto il mondo, indipendentemente da dove svolgono attività economiche, paghino almeno questa cifra”. Certo, si tratta di soluzioni che funzionano se adottate a livello globale. Tuttavia, come sottolinea Hickel, “la Organisation for Economic Co-operation and Developmet (OECD) controlla i paradisi fiscali, e da sola potrebbe eliminarli anche senza un coordinamento globale. L’OECD ha riconosciuto che c’è un problema di evasione fiscale e ha acquisito i dati. Il prossimo passo è che faccia qualcosa. Certo, ci sarebbe bisogno anche di un coordinamento globale che potrebbe passare dal WTO o dall’ONU, ma se le principali potenze economiche come gli USA o il Regno Unito o la Germania adottassero unilateralmente nuove politiche per obbligare le società a dichiarare i profitti nelle zone dove svolgono attività, già questo servirebbe a cambiare le cose”.

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