lunedì, Dicembre 16

G7 Taormina: no al protezionismo

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Siamo alle porte del G7, mancano solo quattro giorni e Taormina sarà teatro del summit tra i leader mondiali. Senza perderci in chiacchiere, abbiamo molto da guadagnare, molto su cui combattere e poco il tempo a disposizione. Un aspetto fondamentale è sicuramente il commercio internazionale. Lo spauracchio più grande rimane il neo presidente americano, Donald Trump, che sulla parola protezionismo ( e non solo) ha vinto le elezioni. Certo è che parlare di protezionismo o politica protezionista in un mondo interconnesso e globalizzato sembra un vero e proprio paradosso. Eppure c’è ancora chi ci crede e la ritiene la soluzione più sensata per arginare gli effetti devastanti della crisi economica degli ultimi anni. Ma il commercio internazionale, o meglio come si dovrà muovere l’Italia, ha bisogno di un’analisi più profonda. Noi abbiamo intervistato Claudio Dordi, docente dell’Area Economia della SDA Bocconi e del MIEM, che ci ha mostrato quello che il nostro Paese dovrebbe fare e che ritiene il protezionismo una parola vuota nel 2017.

Commercio. Che tipo di importanza ha e quali problematiche affronta il commercio italiano a livello internazionale a ridosso del G7 di Taormina?

Bisogna esaminarlo da molti punti di vista. Bisogna fare un ragionamento a monte. Sappiamo bene che l’Italia ha un surplus commerciale, le esportazioni sono in continua crescita e sono sempre cresciute, a parte il periodo delle difficoltà della crisi economico-finanziaria. Le piccole e medie imprese e le imprese più importanti hanno sempre avuto la capacità di superare le difficoltà tramite il mercato internazionale. Nel mercato est-europeo l’Italia gode di ottime capacità, e dopo la Germania è uno dei maggiori esportatori. Questo è un dato di fatto. L’Italia è un paese molto aperto al commercio.

Gli interscambi commerciali sono fondamentali per tutte le economie in un mondo che vive di interconnessioni. Ma ora torna lo spettro del protezionismo, un paradosso nell’epoca dell’economia globale?

Questi interscambi sono importanti per l’Italia di più rispetto ad altri paesi. Questo perché in Europa è il secondo paese industriale dopo la Germania. Il protezionismo può essere visto in molte maniere. Facciamo un esempio. A Jakarta la settimana scorsa si è svolto un incontro organizzato dall’associazione Italia – Asean che mira a promuovere gli scambi economici e culturali tra l’Italia e i Paesi del Sud Est asiatico, presieduta da Enrico Letta. In questo incontro c’è stato l’intervento del ministro Calenda ed erano presenti una serie di imprese. Perché il commercio è importante? Innanzitutto è importante sviluppare il commercio verso le aree che sono state oggetto di poca attenzione da parte dell’Italia e dei nostri imprenditori, ma che rappresentano una delle parti più importanti nello sviluppo. L’Italia si è sempre concentrata più sui Paesi nord-africani, sull’America latina e sul Medio Oriente, a parte il mercato europeo, e sulla Russia. Ma la parte del Mondo dove la crescita è in continuo sviluppo, a parte la Cina, è il Sud-est asiatico. vedendo i dati, mentre l’apporto italiano sul commercio mondiale è quasi pari al 3%, la quota italiana sulle esportazioni nei Paesi dell’Asia è meno dell’1%.

Questo cosa vuol dire?

Questi dati ci dicono che c’è un’importante possibilità per l’Italia di puntare a questo tipo di mercati che si sviluppano molto velocemente. E’ un’area molto importante per i prodotti italiani. Bisogna direzionare l’attenzione dei nostri imprenditori. Sono opportunità estremamente importanti che aiuterebbero anche a diminuire le pressioni nei confronti di quei mercati, che per vari motivi (vedi Russia), l’Italia è stata molto penalizzata negli ultimi anni. E’ anche un modo per coprire l’area che a più elevato sviluppo economico mondiale, e chi sta in Asia lo sa bene quanto i prodotti italiani sono ambiti. C’è una sotto rappresentazione dell’Italia in queste zone in termini di investimento e di commercio.

Come potrebbe recuperare questo ritardo l’Italia?

Bisogna fare una premessa. Va benissimo il commercio ma quali sono i problemi ad esportare nei Paesi lontani? Il nostro sistema si basa sulle Piccole e Medie Imprese e questo ha capacità limitate. Bisogna sviluppare una nuova idea di commercio per sostenere lePiccole e Medie Imprese. Poi abbiamo il problema degli investimenti. L’Italia ha pochi investimenti esteri nella zona asiatica che è la zona a maggior sviluppo economico.

Perché?

Ci sono vari motivi. Nel primo decennio del duemila gran parte degli investimenti diretti nei Paesi asiatici è stato fatto per poi reimportare i prodotti nel mercato nazionale. La famosa delocalizzazione produttiva. Ma è finita oramai. Perché i cinesi producono quello che sappiamo produrre noi, i costi di produzione in Cina sono saliti. Il problema della pura delocalizzazione è dato dal fatto che ci siamo occupati di delocalizzare senza preoccuparci dei mercati regionali. Invece di delocalizzare, l’obbiettivo sarebbe di riprodurre ulteriori investimenti senza togliere agli investimenti in Italia. La delocalizzazione produttiva è servita per poi portare indietro i prodotti. Ad esempio, la Piaggio. Ha uno stabilimento in India, in Cina e in Vietnam parlando dei paesi che si trovano ad est. Con i profitti realizzati fuori, Piaggio consente il mantenimento dello stabilimento di Pontedera, quindi di ridurre i costi sociali, ma anche di rilanciare lo sviluppo per migliorare i propri prodotti. Questo vale per Piaggio e vale che per molti che non hanno investito in questa parte di mondo. L’obbiettivo non è investire delocalizzando, ma usando la delocalizzazione per il mercato locale. Se si esporta dall’Italia con i costi di produzione nazionali, non c’è competitività. Se invece si produce in loco, con i costi di produzione del Paese, l’azienda può essere competitiva.

Dobbiamo cambiare rotta nella politica degli investimenti?

Esatto. Alcuni lo hanno già capito e vengono produrre nel sud est asiatico, ma c’è bisogno di una maggiore presenza. L’Italia è un Paese importante. Le preoccupazioni dei nostri imprenditori sono varie. La tutela della proprietà intellettuale, il problema di accesso al mercato, problemi riguardanti la tutela degli investimenti. Ma l’Italia può beneficiare dei tanti accordi che l’unione Europea sta portando avanti. L’Unione ha concluso accordi con Singapore, il Canada, il Vietnam; sta negoziando con Indonesia, Thailandia, Filippine e Malesia, con il Giappone. Sono tutti accordi che prevedono un elevato livello di tutela della nostra proprietà intellettuale, dei nostri investimenti, la riduzione delle barriere per l’accesso ai mercati. Sotto l’ombrello dell’Europa l’Italia potrebbe beneficiare di ciò per concludere i propri accordi commerciali. Questi accordi prevedono anche la possibilità di tutelare direttamente nei Paesi terzi le nostre indicazioni geografiche. La produzione delle indicazioni geografiche è molto complicata. Ci sono due parti del mondo: il vecchio mondo e le proprie colonie (Europa), e il nuovo mondo (stati Uniti e altri). Nel vecchio mondo abbiamo la tutela delle indicazioni geografiche. Negli Stati Uniti e nei Paesi del nuovo mondo è diverso. Lì vige che chi per primo registra il marchio, ne ha il diritto (vedi il caso del prosciutto di Parma in Canada. Il marchio era stato registrato anni prima e si erano creati dei problemi di esportazione). Gli accordi, però, consentono l’esistenza di due marchi e in generale dei prodotti. gli accordi commerciali danno molta attenzione alla tutela dei nostri prodotti.

Sta ritornando in auge il protezionismo…

Ridicolo. Siamo nel mondo globalizzato. Non possiamo pretendere che noi esportiamo ma non importiamo. Anzi. E’ un vantaggio e da più scelta al consumatore e copre le fasce di mercato che noi non possiamo coprire. Certi partiti sciovinisti dichiarano il protezionismo, ma se lo facciamo noi lo faranno anche gli altri.

Su cosa dobbiamo puntare al G7 di Taormina? Ci sarà Trump e sarà un incontro duro?

Per quanto riguarda gli Stati Uniti non abbiamo ancora capito qual è la loro politica nei confronti con il commercio con L’Unione Europea. Almeno in parte. Per Trump il deficit commerciale è un problema. Ma non capisce che la parte del deficit commerciale con l’Unione Europea è dovuta al fatto che molte imprese statunitensi hanno localizzato la propria produzione in Europa ed esportano indietro. Facciamo un esempio. Pensiamo ai modelli degli aerei, il boeing. Questa è la denominazione americana, mentre in Europa lo chiamiamo air-bus. Se andiamo a vedere la costruzione del boeing americano, le ali e parte della carlinga sono prodotte in Italia, i motori sono prodotti negli Stati Uniti un altro pezzo in Germania. Ma allora come possiamo parlare di protezionismo se i prodotti non sono esclusivamente made in USA (o viceversa)? Il mercato internazionale è così integrato, che parlare in termini di deficit commerciale non ha più senso. Se viene messo in atto il protezionismo danneggiamo tutti i produttori. Trump fino ad ora ha parlato tanto, ma interventi sulla politica commerciale non ne ho visti. Sembra che faccia tanti annunci ma in concreto non si vede ancora nulla.

Nel vertice siciliano dobbiamo avere polso duro. E per quanto riguarda la nostra politica commerciale dobbiamo puntare sugli investimenti esteri senza disinvestire in Italia, giusto?

Investire all’estero per soddisfare i mercati locali e regionali. Come ho detto prima è molto diversa dalla delocalizzazione pura. Dobbiamo investire all’estero riproducendo il modello di produzione fatto in Italia per soddisfare i mercati locali. Ma mentendo la produzione in Italia.

Riusciremo a tirare fuori ‘qualcosa di buono’?

Direi che l’Italia deve promuovere lo sviluppo ulteriore del commercio per la tutela degli investimenti, lottando contro il protezionismo. Orientando i nostri interessi economici e strategie verso quei Paesi che sono a maggiore tasso di sviluppo economico: Asia. Sostenere i negoziati che sta portando avanti l’Unione Europea. L’Italia gode di grande stima nei paesi asiatici, e gode di una posizione politica molto favorevole: non è mai stato un paese coloniale. Gode di un’assoluta visione positiva da parte dei governanti locali. Infine un modello per sostenere le esportazioni per le PMI.

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