domenica, Dicembre 8

70 anni sono tanti, ma la Palestina deve nascere e nascerà Di questi 70 anni della proclamazione dello Stato d'Israele e della Nakba ne parliamo con un diplomatico di alto rango all’Ambasciata Palestina in Italia

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53  palestinesi uccisi dalle Forze Armate israeliane dall’inizio, il 30 marzo, del movimento di protesta denominato la ‘Grande marcia del ritorno’. Il bilancio potrebbe aggravarsi nelle prossime ore. Una ‘marcia’, di speranza da parte palestinese, e di proiettili, da parte israeliana, che si dovrebbe concludere il 15 maggio, il ‘Giorno della Nakba’, il giorno dopo i festeggiamenti dello Stato d’Israele per il 70” anniversario della proclamazione dello Stato, il 14 maggio. Un anniversario per Benjamin Netanyahu particolarmente di successo per la sua politica, visto che gli USA di Donald Trump hanno deciso che proprio quel 14 maggio segnerà il trasferimento dell’Amasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, azione che riesce (o almeno di prova) mandare in frantumi decenni di lavoro diplomatico e di difficile trattativa per una convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.

Nell’Ambasciata di Roma in Palestina non hanno molta voglia di parlare, l’Ambasciatrice  Mai AlKaila è fuori sede, in Palestina, ci dicono, per seguire gli eventi. Il personale è gentile, e anche i non italiani parlano perfettamente l’italiano e sono assolutamente squisiti con i giornalisti che desiderano fermarsi per una riflessione. Molto attivismo da parte delle istituzioni italiane c’è stato nelle settimane scorse in prospettiva della celebrazione israeliana, molto poco invece si è parlato del loro anniversario, il Giorno della Nakba  (‘catastrofe‘): che ricorda la cacciata dalle proprie abitazioni di centinaia di migliaia di persone e la mancata fondazione di un proprio Stato autonomo. Data che rimanda al 15 maggio 1948 quando inizia la prima guerra arabo-israeliana, persa l’anno successivo.
In Ambasciata non hanno voglia di parlare di quell’evento che formalmente aprì la strada alla catartica affermazione ‘questione palestinese‘, che è stata sullo sfondo della politica mediorientale per tutti questi decenni. L’Occidente come il mondo arabo hannousatola questione palestinese, ciascun Paese, ciascuna forza per i propri interessi. Se si avanza loro “ma non vi sentiti ‘sfruttati’ dal mondo arabo?”, cambiano discorso, eppure questa ‘strumentalizzazione’ è entrata nella psicologia dei palestinesi e delle nuove generazioni, e in qualche modo nel linguaggio politico-diplomatico occidentale.

In Ambasciata sono molto ben disposti, chi risponde alle nostre domande è un diplomatico di alto rango, che sceglie l’anonimato e non si è sottratto a nessuna delle nostre domande, dopo averci chiarito che il suo ruolo non poteva autorizzarlo a rispondere circa lo ‘sfruttamento’ della questione palestinese.

 

14 maggio 1948 proclamazione dello Stato d’Israele: come si sente di raccontare questi 70 anni di travaglio palestinese?

Si tratta proprio di 70 anni di sofferenze del popolo palestinese, perché diversi milioni di palestinesi vivono tutt’ora nei campi profughi in condizioni disumane; mentre altri milioni vivono sotto un’occupazione brutale che li ha privati di qualsiasi diritto. Per questo diciamo che bisogna mettere fine a questa occupazione e cominciare a rispettare la legalità applicando il diritto internazionale.

Quale l’opinione che l’Autorità Nazionale Palestinese ha della Marcia del Ritorno voluta da Hamas? quanto politicamente è servita oppure è stata dannosa?

Vogliamo ribadire, innanzitutto, che la Marcia del Ritorno non è stata voluta da Hamas ma da tutte le forze politiche palestinesi e soprattutto dai giovani della società civile palestinese. La valutiamo positivamente perché ha voluto pacificamente ricordare a Israele e a tutto il mondo che c’è un popolo in attesa di una soluzione relativa al proprio diritto al ritorno, che dopo 70 anni non è ancora arrivata.

14 maggio 2018 gli Stati Uniti trasferiscono l’Ambasciata a Gerusalemme. Si sente di fare autocritica su quali sono stati gli errori che sono stati compiuti da parte palestinese che hanno portato gli USA a decidere in questo senso?

Con la decisione del Presidente Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, l’Amministrazione statunitense si è smascherata come alleata politica e protettrice strategica di Israele, non certo perché la leadership palestinese abbia commesso degli errori.

Altro brutto colpo credo sia stato quello del ‘Giro d’Italia’. Come avete vissuto questa vicenda e la Farnesina cosa ha fatto e cosa non ha fatto e che avrebbe potuto fare?

Per la prima volta nella sua storia il Giro d’Italia è partito al di fuori dei confini europei. Tra tanti posti è partito proprio da Israele. Una decisione che il popolo palestinese ha condannato e che ha presto rivelato una strumentalizzazione politica di questo evento da parte di Israele. Tel Aviv in questo modo ha cercato di tingere di rosa la sua politica di occupazione della Palestina e di legittimare la propria annessione unilaterale di Gerusalemme Est presentando la città come capitale indivisibile di Israele.

E gli errori che in questi 70 anni i palestinesi hanno fatto che hanno allontanato la pace?

La leadership del popolo palestinese ribadisce da lunghissimi anni la propria volontà di giungere a una pace giusta e duratura nella regione e nel mondo, a condizione che vengano rispettate le risoluzioni dell’ONU e del suo Consiglio di Sicurezza così come, in generale, il diritto internazionale. L’unico responsabile del fallimento del processo di pace è il Governo di Israele.

Molti tra coloro che molto fermamente in tutti questi anni hanno sostenuto la soluzione dei due Stati hanno abbandonato questa speranza. Quali sono le motivazioni per le quali continuare invece a crederci e lottare per questo?

Noi crediamo, semplicemente, che la soluzione dei ‘Due popoli, due Stati’ sia l’unica attuabile. Non vediamo, all’orizzonte, altre soluzioni possibili.

In queste settimane si è temuto lo scontro Israele-Iran, e non pare che questo timore possa essere agevolmente allontanato. La Palestina si troverebbe nuovamente nel mezzo di una guerra. Quali i vostri timori e quale l’analisi che voi fate della tensione Israele/Iran?

Purtroppo l’atmosfera nella regione si sta scaldando, con la minaccia reale di una nuova guerra. Da parte nostra, respingiamo in tutti i casi qualsiasi provocazione che possa portare ad una guerra, perché questa rappresenterebbe una nuova catastrofe non solo per la regione ma per tutta l’umanità.

Avete ricusato gli USA come mediatori. Chi resta in campo per mediare una soluzione? Pensate davvero che medie potenze possano avere la capacità di una mediazione che viene da 70 anni di fallimenti?

Non riteniamo che gli USA possano essere dei mediatori per via del loro netto schieramento a favore di Israele, che viola il diritto internazionale. Crediamo invece che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’Europa e la Federazione Russa, la Cina e altre potenze mondiali possano e debbano adoperarsi per cercare una soluzione nell’ambito di una conferenza internazionale seria e concreta che riesca in questo scopo nel rispetto della legalità internazionale.

L’Europa così come si è affermata negli ultimi anni con i populismi, i sovranismi che crescono come cresce la disaffezione alla politica, pensate davvero che possa ancora interessarsi costruttivamente con uno slancio fattivo alla questione palestinese?

L’Europa è da sempre a favore dell’applicazione delle risoluzioni dell’ONU, che prevedono la creazione di uno Stato palestinese nei Territori Occupati da Israele nel 1967 con Gerusalemme Est capitale. L’Europa può avere un ruolo molto importante in tal senso.

Non temete che la questione palestinese possa essere messa in soffitta insieme alla globalizzazione e all’universalismo?

Sono 70 anni che Israele tenta di mettere in soffitta la questione palestinese, ma non ci è riuscito e non ci riuscirà mai, finché ci sarà un popolo che insiste, lottando, per vedere riconosciuti i propri legittimi diritti.

Si sostiene da alcuni settori che l’OLP sia di fatto da rifondare e che la leadership molto anziana non sia adeguata ai tempi. Le chiedo di rispondere a questo rilievo. E però Le chiedo anche: c’è una giovane leadership in crescita oppure, come ci sembra, non c’è un ricambio generazionale in vista e i giovani sono ben lontani dalla lotta politica così con l’OLP l’ha incarnata in questi ultimi decenni?

Questa leadership è stata eletta dal popolo palestinese. Accanto ad essa sta crescendo una giovane generazione che formerà la futura leadership. Si tratta di una generazione che in tutti questi anni di lotta e in particolare in queste ultime settimane ha dimostrato di essere dentro l’agone politico e di non essersi mai allontanata dalle lotte del suo popolo.

Si può pensare che la vicenda del ‘Giro d’Italia’ sia un caso ‘politico’ costruito e gestito dai poteri forti economici italiani legati alle lobby pro-Israele e che alle istituzioni – Governo italiano e Anp – è solo piombato sulla testata e se lo sono trovati da dover in qualche modo gestire senza né volerlo né avere effettivamente la forza politica per poterlo controllare?

Come abbiamo già detto, intorno al Giro ruotano interessi politici oltre che economici. Il Governo israeliano ha sottolineato esplicitamente la coincidenza temporale di questo prestigioso evento sportivo con il 70esimo anniversario della creazione di Israele nel 1948, che per il popolo palestinese ha rappresentato la Nakba, la ‘catastrofe’ di un intero popolo. Cedendo alle pressioni politiche di Israele per quanto riguarda la denominazione della tappa di ‘Gerusalemme’, gli organizzatori del Giro d’Italia hanno assecondato una pretesa di annessione condannata da diverse risoluzioni delle Nazioni Unite, assumendosi una responsabilità politica che non solo non gli competeva, ma differiva dalla posizione politica espressa ufficialmente dalla comunità internazionale, compreso lo Stato italiano. Inutile dire che per realizzare un evento di pace avrebbero dovuto quantomeno consultare la parte palestinese.

Chi sono oggi in Italia gli amici della Palestina (intendo sullo scenario politico e quello economico) e cosa attendete dall’Italia?

Gli amici della Palestina in Italia sono tanti. Per decenni il popolo italiano e i diversi governi che si sono succeduti hanno sostenuto il popolo palestinese a tutti i livelli. Per questo ringraziamo l’Italia e ci aspettiamo che mantenga i rapporti di amicizia e di buon vicinato al servizio di una pace giusta nella regione e nel Mediterraneo. In particolare, ci aspettiamo che riconosca finalmente lo Stato di Palestina, come previsto da una mozione approvata dal Parlamento italiano già nel 2015.

Lei non è un futurologo, certo, ma certamente ha tutte quelle informazioni di prospettiva per poter ragionare e ‘immaginare’ il futuro della Palestina. Le chiedo: che sarà la Palestina tra 10 anni? (mi riferisco alla demografia, all’economia, alla società, alla psicologia del popolo, all’urbanistica)

La Palestina e il suo popolo hanno la capacità e gli strumenti per creare uno Stato avanzato e democratico che possa vivere in pace e con dei buoni rapporti con tutti. Lo Stato di Palestina deve nascere e nascerà con il sostegno di tutti gli amanti della pace e della giustizia nel mondo.

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