giovedì, Novembre 14

70 anni di Cina comunista: anche Taiwan contro la riunificazione Mentre Xi Jinping conferma che non c’è alternativa alla riunificazione di Taiwan e Hong Kong, le manifestazioni anti-Cina ora coinvolgono anche Taiwan

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In occasione del ricevimento della vigilia della celebrazione del 70esimo anniversario della Repubblica popolare cinese il Presidente Xi Jinping, ha chiarito, se ancora ce ne fosse bisogno, quali sono le intenzioni dellasuaCina in merito a  Hong Kong e Taiwan. Parola chiave: riunificazione.

«La completa riunificazione della madrepatria è una tendenza inevitabile», ha detto Xi, riunificazione che è parte della sua grande visione di ringiovanire la Cina.. «E’ quello che comporta il grande interesse nazionale e quello a cui tutto il popolo cinese aspira. Nessuno e nessuna forza potrà mai fermarla».
Xi ha anche ribadito il rispetto del principio dell’unica Cina, con cui Pechino si rapporta a Taipei e che l’attuale Presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen non ha mai riconosciuto. Xi ha infine dichiarato che la Cina promuoverà «lo sviluppo pacifico delle relazioni nello stretto di Taiwan». Già a gennaio, in un intervento che aveva fatto innervosire molto  Taipei aveva descritto l’assorbimento dell’isola comeinevitabile’ e aveva affermato che il ‘problema’ non deve essere rimandato alla generazione successiva.

«Manterremo il principio dell’unica Cina e il consenso del 1992, promuoveremo il pacifico sviluppo delle relazioni attraverso lo stretto di Taiwan, rafforzeremo gli scambi economici e culturali infra-stretto e la cooperazione per portare benefici alle popolazioni delle due parti». 

Per quanto attiene Hong Kong «continueremo a applicare in pieno il principio un Paese due sistemi» mantenendo «un alto livello di autonomia», ha promesso. «Agiremo nello stretto rispetto della costituzione e della basic law. Hong Kong e Macao prospereranno e progrediranno insieme alla madre patria e avranno un futuro ancor più luminoso», ha detto Xi.

Un obiettivo che potrebbe incontrare non poche difficoltà, non soltanto a Hong Kong, anche a Taiwan.
Hong Kong è sotto i riflettori da settimane, le manifestazioni sono proseguite in queste ore, con arresti di alcuni leader delle proteste, e quelle previste per domani sono vietate -il che potrebbe non impedirle, soltanto renderle più violente. 

A Taiwan, dove per il momento il clima è ‘quasicalmo e però in allerta, e solidale con Hong Kongle parole di Xi  non passeranno inosservate, tutt’altro. Chi in queste ore è sul posto definisce ‘anatema’ la riunificazione. Taiwan rimane un punto dolente per Pechino – visto come un pezzo mancante di un puzzle geografico che deve un giorno essere completato, indipendentemente da ciò che vogliono i 24 milioni di abitanti dell’isola.

Ma per i cittadini di Taiwan, in particolare per i giovani, l’idea che la loro terra natale sia parte della Cina continentale è davvero un anatema. «Taiwan ha autonomia, un Governo, la nostra gente e il nostro territorio», dice una di questi giovani agli inviati delle agenzie occidentali come ‘AFP’. «Penso che sia naturale vederci come taiwanesi, dopo tutto non siamo nati in Cina», dicono. «Non c’è alcun senso di appartenenza alla Cina. Culturalmente possiamo essere cinesi e simili, ma ci sono ancora differenze». Il partito comunista cinese non ha mai controllato Taiwan e storicamente i governi della terraferma hanno esercitato il controllo nominale solo per una parte della storia dell’isola. La retorica sempre più assertiva di Pechino ha fatto ben poco per conquistare i taiwanesi, che ora hanno sperimentato più di due decenni di democrazia.

Secondo un sondaggio dell’Università nazionale Chengchi di Taipei, coloro che si identificano come solo taiwanesi sono schizzati dal 18% nel 1992 al 55% l’anno scorsoQuelli che si considerano ‘taiwanesi e cinesi’ sono rimasti attorno al 40 percento, mentre quelli che si identificano come cinesi sono precipitati da un quarto della popolazione a solo il 4% percentoL’emergere di una crescente identità taiwanese è un mal di testa per i piani di Pechino.

Quelli che si considerano ancora cinesi sono, per lo più, i taiwanesi più anziani, che spiegano: «Ci è stato insegnato da dove veniamo, dove scorreva il nostro sangue. La tua nazionalità può cambiare, ma il nostro sangue scorre dalla Cina». Ma anche per questa fascia della popolazione: essere cinesi non significava e non significa ‘appartenere’ a Pechino. 

Taiwan andrà al voto a gennaio e le relazioni con la Cina domineranno la campagna elettoraleMa chiunque avrà difficoltà a persuadere le scettiche giovani generazioni di taiwanesi alla ‘predestinazione’ di XI, in particolare dopo la linea dura assunta da Pechino difronte alle proteste democratiche a Hong Kong.

Pechino da qualche anno ha intensificato la sua presa su Taipei, anche cercando di isolarla dal punto di vista diplomatico, lavorando perché alcuni Paesi rompessero le loro relazioni con l’isola. In particolare questo sforzo si è visto evidente dopo che il Presidente taiwanese Tsai Ing Wen ha chiarito, al momento del suo insediamento, nel 2016, che sebbene non volesse causare una crisi con una dichiarazione di indipendenza formale, di sicuro non avrebbe lavorato per l’unificazione. Da allora Xi Jinping ha iniziato lavorare contro Tsai e il suo Governo.
Tsai ora cerca la rielezione e Pechino gli lavora contro, fa propaganda per l’avanzare di un candidato più aperto alle relazioni più strette con la Cina, anche arrivando a paventare che tutti i restanti 15 Paesi che ancora hanno relazioni con Taipei si ritirino.
Tsai è probabile che a gennaio ottenga la rielezione, specialmente ora che i cittadini di Taiwan vedono cosa sta succedendo a Hong Kong. Se Pechino non riuscirà a mantenere l’impegno di governare Hong Kong secondo il modello di ‘un sistema a due Paesi’, quello promesso da Xi oggi, il popolo di Taiwan sarà ancora più restio all’unificazione, la vivrebbe come una sottomissione alla Cina. Un fatto impossibile se gli osservatori non sbagliano. 

Secondo Gary Schmitt, analista dell’American Enterprise Institute di Washington, se gli Stati Uniti decidessero di entrare in scena qualcosa per Taiwan e Hong Kong potrebbe accadere, e sarebbe senza dubbio un fatto politicamente destabilizzante, che rimescolerebbe le carte sull’area. Schmitt avanza  l’ipotesi di una mossa quale ad esempio che Taiwan offra ospitalità a tutti i cittadini di Hong Kong  che sentono in pericolo la loro libertà. A questo punto gli USA potrebbero imporre la leadership su questa operazione
Gli Stati Uniti avevano tagliato le relazioni diplomatiche formali con Taiwan come una concessione alla Cina, nella speranza che ciò avrebbe favorito l’equilibrio con l’Unione Sovietica. Questo ragionamento strategico, secondo Schmitt, non ha più senso. Considerata la posizione geografica centrale di Taiwan nella regione dell’Asia del Pacifico, il suo ruolo nella produzione tecnologica e la sua evoluzione democratica, la logica strategica vorrebbe che gli USA invertissero la rotta. Ovviamente molto dipenderà dal coraggio strategico dei politici di Taiwan. Certo che l’ipotesi dell’analista non è teoria pura.

Ieri una marcia nella capitale di Taiwan ha attirato quelle che secondo gli organizzatori erano almeno 100.000 persone per le strade in solidarietà con Hong Kong. Una protesta che sta alzando il livello dei sentimenti anti-cinesi in un Paese da sempre diffidente nei confronti del crescente peso di Pechino, e fa volgere lo sguardo verso gli USA.   Nel corso delle manifestazioni di ieri vi era chi  sosteneva la necessità di mostrare al mondo, in particolare agli Stati Uniti, come  Taiwan sia in linea con i valori del mondo libero, quello guidato dagli USA.
Secondo il ‘Wall Street Journal’, il tumulto politico nell’ex colonia britannica sta allontanando ancor di più Taiwan dal piano del Presidente cinese Xi Jinping di utilizzare il modello di Hong Kong di ‘un Paese, due sistemi’ per portare l’isola autonoma di Taiwan sotto il dominio di Pechino.
Ieri, alcuni partecipanti alla manifestazione a Taipei indossavano elmetti gialli e maschere antigas – simboli delle proteste di Hong Kong del 2019 – e sventolavano gigantesche bandiere nere che recitavanorestaurare Hong Kong, la rivoluzione dei nostri tempi’. Alcuni hanno anche sventolato bandiere verdi che incarnano l’ideologia dell’indipendenza di Taiwan.
Altre migliaia si sono radunate in altre quattro città di Taiwan per marce, manifestazioni varie.

Il Presidente Tsai  ha sempre sostenuto le proteste di Hong Kong e criticato  la gestione delle proteste da parte di Pechino, nel fine settimana ha messo in evidenza le minacce e l’intervento politico attraverso lo stretto di Taiwan. «Nella corsa del 2020, i nostri rivali non sono solo all’interno del nostro Paese, ma più dall’altra parte della costa», ha detto Tsai, aggiungendo che la Cina vuole vedere «Taiwan eleggere un’amministrazione che si inchina a Pechino» e teme l’ultima mossa, quella dell’Amministrazione Trump che ha accettato di vendere a Taiwan circa 8 miliardi di dollari da caccia F-16V, una mossa alla quale la Cina si oppone.

Persino il Partito nazionalista amico della Cina, il KMT, si è espresso contro l’applicazione di un sistema di ‘un Paese due sistemi’ per Taiwan, sottolineando come sia un «Paese sovrano e indipendente … e non può essere paragonato a Hong Kong».

Nel 2014 i taiwanesi, con oltre 1.000 studenti in piazza hanno preso d’assalto la legislatura di Taiwan per protestare contro un controverso patto commerciale con la Cina. Era la protesta dei giovani, soprannominata ‘Movimento dei girasoli’, conclusa dopo tre settimane di occupazione del parlamento. Sei mesi dopo scoppiarono  manifestazioni, che durarono oltre 2 mesi, a favore della democrazia a Hong Kong.
Anche questa volta i taiwanesi non hanno fatto mancare il sostegno ai  manifestanti di Hong Kong, da mesi, vari gruppi organizzati sui social, hanno acquistato maschere antigas, filtri dell’aria e caschi e inviati a Hong Kong, insieme al risultato di un crowdfunding valso oltre 1,7 milioni di dollari di Taiwan, raccolti anche questi per acquistare dispositivi di protezione per i manifestanti.

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