martedì, Agosto 4

7 novembre 1917: il giorno che cambiò la Russia. E il mondo Giulietto Chiesa ci spiega quale fu la portata della Rivoluzione d’Ottobre. E perché la Russia fa ancora paura agli americani

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Cento anni fa in Russia avveniva qualcosa che avrebbe cambiato per sempre le sorti dell’umanità, e non è un’esagerazione giornalistica. La Rivoluzione d’Ottobre (avvenuta a novembre, ma passata alla storia con questo nome per l’utilizzo, da parte Russia, del calendario giuliano) avrebbe indirizzato il corso della Storia in una direzione diversa, mai percorsa prima, piena di interrogativi, molti dei quali ancora oggi senza risposta. Per provare a fare il punto della situazione, abbiamo contattato Giulietto Chiesa, scrittore, giornalista e grande esperto di Russia, autore di ‘Caos Globale’, uscito solo pochi mesi fa, in cui analizza approfonditamente alcuni dei temi trattati in questa intervista.

 

Oggi è un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre. Quanto ha giocato il malcontento della Prima Guerra Mondiale a scatenare tutto e quanto, invece, lo scoppio della Rivoluzione era un qualcosa di inevitabile?

Di inevitabile nella storia non c’è niente. C’erano fattori stringenti, che rendevano la Rivoluzione d’Ottobre inevitabile: molti non sanno che la Rivoluzione d’Ottobre è stata preceduta dalla Rivoluzione di Febbraio nel 1917, in cui avvenne la destituzione dello zar. Tutte le forze della Russia in quel momento erano impregnati di un desiderio di rivoluzione: sia i borghesi che i proletari. La rivoluzione borghese di febbraio diede vita, destituendo lo zar, a un Governo relativamente democratico, concentrato sulle grandi città (Mosca e San Pietroburgo), quando l’immensa massa dei contadini non voleva né la guerra né la prosecuzione del latifondo. I contadini stavano morendo nella guerra contro la Germania, in quel momento. I soviet non li ha inventati nessuno, si sono creati da soli, prima del Partito Bolscevico, che è diventato un’organizzazione più forte di tutte le altre, avendo guadagnato il controllo della maggioranza dei soviet e, tra il febbraio e l’ottobre, il Partito Bolscevico ha fatto una vera e propria operazione militare (qualcuno in Russia parla di colpo di stato). Colpo di stato o no, ci fu comunque l’appoggio dei contadini e dei militari. Su questo, Lenin promise e diede la terra ai contadini e la fine della guerra, realizzando il suo progetto politico. In poche parole, la Rivoluzione è stata un fatto dettato dalle circostanze e dai rapporti di forza che in quel momento c’erano; c’era chi riteneva non si dovesse tentare un’operazione del genere, soprattutto coloro che ritenevano che non c’era una situazione economica sufficiente per mettere in piedi un movimento rivoluzionario fortemente spinto verso il futuro in un paese che era in grande maggioranza contadino e quindi senza una classe operaia molto ampia.

Marx aveva previsto la rivoluzione in quegli Stati dove l’industrializzazione era più avanzata. L’industrializzazione dell’impero zarista era molto poco rilevante.

Certo, sotto questo punto di vista non era molto avanzato. Era un Paese grande, molto avanzato sotto certi aspetti: aveva grandi ferrovie, che erano state costruite prima di molti Stati europei, ma si trattava di isole, all’interno di un mare che era contadino. Del resto, Antonio Gramsci, che aveva la visione molto lunga, aveva scritto su ‘L’Ordine Nuovo’, proprio al momento della vittoria dell’Ottobre rosso in Russia, un articolo il cui titolo era ‘La Rivoluzione contro il Capitale’, ‘Il Capitale’ di Carlo Marx, s’intende. E quindi aveva capito che era una Rivoluzione che andava contro la stessa analisi marxista che l’aveva promossa, e aveva intuito che dopo ci sarebbero state delle grandi difficoltà. Una delle quali fu appunto quella di tenere in piedi un movimento contadino con un programma rivoluzionario radicale di trasformazione dell’Uomo e delle sue idee.

La rivoluzione russa ha attirato le attenzioni di alcuni fra i più grandi intellettuali del Novecento e i primi anni della Russia comunista furono anni di grande fervore artistico. Che ruolo hanno avuto gli intellettuali e gli artisti nel creare e consolidare l’immagine della Russia comunista e il nostro immaginario di essa?

Hanno avuto senza dubbio un grande ruolo. In effetti a cominciare dalla guerra civile, gli intellettuali, che venivano dalla storia borghese e zarista sono stati un fortissimo elemento di sostegno. C’è stato un enorme sviluppo della cultura, che, tra l’altro, era nei programmi dei bolscevichi, che sapevano di dover promuovere ed estendere l’alfabetizzazione e la formazione culturale dei russi in modo molto accelerato. In quegli anni e fino alla morte di Lenin, l’intelligencija russa di allora era molto proletaria, molto solidale con l’idea di ricostruire un paese diverso e totalmente proiettato verso il futuro. Arte, letteratura, cinema e teatro furono non solo fortemente importanti per tenere insieme il movimento rivoluzionario ma furono anche fortemente appoggiati dal partito bolscevico, nonostante tutte le sue interne contraddizioni. L’intelligencija russa ha poi avuto momenti di caduta all’indietro, fino alla fine (ossia, fino al colpo di stato del 1991), quando la grande massa degli intellettuali russi ha tradito ogni idea di socialismo e si è gettata sul modello avversario, americano.

 Come si sono comportate le voci contrarie a questo avvenimento? Sono state messe a tacere o hanno avuto un loro ruolo?

Hanno avuto un loro ruolo, certo. Ci sono intellettuali che hanno seguito la propria linea e c’è stato un grande scontro, dentro e fuori il Partito. In un momento di guerra civile è già sbalorditivo che si discutesse così fortemente di arte, di cinema, di letteratura. Majakovskij andava nelle fabbriche a recitare le proprie poesie e a chi gli rimproverava di scrivere poesie che nessun proletario poteva capire egli rispondeva di leggere e imparare. E queste discussioni con i poeti avvenivano nelle fabbriche. In nessun Paese del mondo una cosa del genere è avvenuta. Poi, certo, ci fu la fase in cui, ad esempio, Krusciov impedì l’esposizione delle opere d’arte astratte, ci furono polemiche fortissime, ci furono anche repressioni, ma vorrei fosse chiaro che stiamo parlando di un Paese eccezionale, dove avvenivano cose che nessuno al mondo aveva mai visto. Arrivato a Mosca nel 1980, vedevo nella Televisione di Stato, l’unica presente, serate in cui si trasmettevano i poeti a teatro, teatri stracolmi, o nelle università, dove poeti come Evtušenko andavano a raccontare la propria versione dei fatti. C’era scontro fra il Partito che cercava di imporre la propria linea e gli intellettuali, anche quelli del partito, che cercavano di esprimersi come erano capaci. La vita culturale russa, fino agli anni ’30, quando si spense tutto sotto la repressione staliniana, forse era più viva che in tutto il resto d’Europa.

Alla morte di Lenin e all’avvento di Stalin, l’Unione Sovietica cambia: il nuovo corso inaugurato da Stalin rappresenta un superamento o un fallimento della Russia post-Rivoluzione d’Ottobre?

Personalmente, credo che Stalin sia stato la controrivoluzione della rivoluzione. Ha dato un’interpretazione del Partito che era molto diversa da quella di Lenin: trasformò il Partito in un’organizzazione oppressiva e molto violenta contro tutte le deviazioni. Lo scontro del 1925 fra Stalin, Kamenev, Zinov’evBucharin e, naturalmente, Trockij fu uno scontro dal quale Stalin uscì unico vincitore e dopo cui finì ogni forma di democrazia o anche di centralismo democratico. Stalin liquidò l’intero Comitato Centrale, che era stato quello che aveva fatto la Rivoluzione d’Ottobre. Da questo punto di vista si può dire che il Partito è stato cambiato. Però, per essere franchi, vi riferirò quanto ho sentito in questi giorni a Mosca: a teatro, dove si discuteva sulla Rivoluzione, è stata detta una cosa che mi ha molto colpito, ossia che ‘Stalin è stato la scelta più morbida fra quelle possibili, per affrontare il più drammatico dei momenti possibili’. È un’affermazione interessante, perché rovescia il quadro: secondo molti studiosi, Trockij era peggio di Stalin, era più feroce, meno capace di gestire il partito di lui. In quella discussione del 1925 c’è tutto: c’era chi ancora riteneva che bisognasse aspettare la rivoluzione mondiale del proletariato. Erano convinti che gli Stati europei si sarebbero tutti accesi, uno dietro l’altro, e sarebbe cominciata la rivoluzione proletaria mondiale, che avrebbe alleggerito, ovviamente, i compiti della Russia rivoluzionaria. Invece Stalin era convinto che la Russia avrebbe dovuto fare da sé, comunque. E la scelta, dunque, fu questa: tra chi decide di fare da sé, senza pensare, come Stalin, di aspettare una rivoluzione mondiale che, seriamente, non sarebbe mai avvenuta, e chi, come Trockij, pensava che bisognasse orientare le scelte sulla base di quella che era l’attesa della rivoluzione mondiale. A teatro si è usata la parola ‘tradimento’. Chi ha tradito? La Russia rivoluzionaria del 1925 ha dovuto prendere atto che il resto del movimento operaio europeo non si muoveva e quindi doveva fare da sola. E in quel momento fu chiaro che la Russia non era attrezzata per fare questo, in termini relativamente democratici, e che ci voleva una mostruosa repressione, e questo fu fatto. Stalin, vincendo nel 1925, iniziò la repressione che però gli diede modo di costruire la Russia socialista: l’industrializzazione forzata e la collettivizzazione forzata delle campagne furono la chiave per portare la Russia a diventare la seconda potenza mondiale.

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