sabato, Dicembre 14

Egitto: i copti vittime della debolezza politica

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47 morti e 140 feriti: è il bilancio dei due attacchi ISIS della Domenica delle Palme contro i cristiani copti in Egitto, il primo nella chiesa di Mar Girgis a Tanta, 120 chilometri a Nord del Cairo, il secondo nei pressi della chiesa di San Marco ad Alessandria d’Egitto. Il tutto a pochi giorni dalla visita del Papa.
Lo Stato Islamico ha rivendicato gli attacchi, dichiarando anche l’identità dei due uomini che si siano fatti esplodere: Abu Al-Baraa Al-Masri ad Alessandria e Abu Ishaaq Al-Masri a Tanta.

La presidenza egiziana ha annunciato tre giorni di lutto nazionale e in serata il Presidente Abdel Fattah al-Sisi ha dichiarato l’instaurazione di un regime di stato d’emergenza per la durata di 3 mesi. Lo stato d’emergenza aumenta i già forti poteri della Polizia e delle forze di sicurezza egiziana per quanto riguarda l’arresto, la sorveglianza e può ridurre alcune liberta’ di movimento. L’Egitto è stato governato per decenni in stato d’emergenza. Venne cancellato un mese prima delle elezioni del 2012 vinte dall’allora Presidente ed esponente di spicco della Fratellanza Musulmana, Mohammed Morsi, deposto con un golpe da al Sisi il 3 luglio 2013. Da allora è stato reintrodotto durante gli scontri tra polizia e islamisti sempre nel 2013.

La Chiesa copta -composta all’incirca da nove, dieci milioni di fedeli, il 10% della popolazione-, fondata in Egitto nei I secolo dalla predicazione di San Marco evangelista, guidata dal Patriarca di Alessandria, si è staccata dalla Chiesa latina e greca con il Concilio di Calcedonia, dialogo ripreso con Roma solo dopo il Concilio Vaticano II e nel 1973 con l’incontro tra Paolo Vi e il Papa dei Copti Shenuda III, non è nuova al martirio, molti dei primi monaci copti morirono martiri.  Gli attentati di ieri rappresentano l’ennesimo attacco contro i cristiani in Egitto. Dalle Primavere Arabe del 2011 e dalla cacciata di Hosni Mubarak, che godeva del sostegno dell’ex patriarca Shenouda III, i copti hanno vissuto in uno stato di crescente tensione che ha avuto il suo apice durante il periodo del governo del Presidente islamista, Morsi.

Solo dal 2013 vi sono stati una quarantina fra aggressioni di cristiani e attacchi a chiese, in pratica un episodio al mese, con decine di morti. L’epicentro delle violenze è l’Egitto rurale e in particolare la regione di Minya, il turbolento governatorato con il mix esplosivo di un 35% di popolazione cristiana e un forte radicamento jihadista. Il Presidente al-Sisi, che ha destituito Morsi promettendo di ripristinare l’ordine e di proteggere le minoranze, ha ribadito anche recentemente che gli egiziani «sono tutti uguali nei loro diritti e nei loro doveri, in accordo con la Costituzione» e ha lodato la calma e la saggezza con cui la comunità cristiana sta rispondendo alle violenze. Una legge per punire ogni atto che mina all’unità nazionale e per allentare le limitazioni per la costruzione di nuove chiese è all’esame del Parlamento.

I copti sono una minoranza che ha sempre avuto un ruolo chiave nell’economia e nell’establishment dell’Egitto, anche se molti di loro oggi vivono sotto la soglia di povertà. Sono cristiani la maggioranza degli orafi e la gran parte degli impiegati nel settore farmaceutico del Paese, così come alcune delle famiglie più ricche dell’Egitto come i Sawiris, che controllano il gigante delle telecomunicazioni Orascom. Dinastie di copti hanno ricoperto incarichi politici di primo piano: un membro della famiglia Boutros Ghali ha sempre fatto parte dei vari governi prima della caduta di Mubarak e un suo esponente, Boutros Boutros Ghali, è stato ministro degli Esteri prima di diventare Segretario dell’Onu.
Dopo il golpe che nel 2013 ha destituito il presidente islamista Mohammed Morsi, i jihadisti hanno lanciato un’ondata di violenze contro i cristiani copti, soprattutto contro le loro chiese e sedi. Nel febbraio scorso, il ramo locale dello Stato islamico aveva diffuso un video in cui minacciava la minoranza e prometteva che «il peggio» dovesse ancora venire.  Ma la persecuzione dei copti non è una novità di questi anni.

Nel marzo 1992 un commando uccide a colpi d’arma da fuoco 15 cristiani copti ad Assiut. A maggio dello stesso anno, dodici fedeli sono attaccati e uccisi da musulmani sempre ad Assiut.
Nel marzo 1994, cinque copti sono uccisi da estremisti islamici a Kusia.
Nel febbraio 1997, presunti estremisti islamici assassinano nove fedeli in una chiesa ad Abu Qirqas; giorni dopo, altri tre sono uccisi nelle campagne della stessa località, in un attentato di cui vengono ritenuti responsabili estremisti islamici.
A gennaio 2011, sono 23 i cristiani uccisi in un attentato ad Alessandria, mentre escono dalla chiesa dei santi. Ad aprile 2013 quattro fedeli sono uccisi in uno scontro con musulmani ad al-Jusus, a nord del Cairo. Gli scontri proseguono il giorno successivo durante il funerale, muoiono altre tre persone.
L’ultimo grande attentato, in ordine di tempo, risale a dicembre 2016. Almeno 25 morti e 49 feriti in un attentato contro il complesso dove si trova la cattedrale cristiana copta al Cairo.
Tra il 30 gennaio e il 23 febbraio 2017, sette cristiani copti sono stati uccisi nel Sinai del nord.

A parte i grandi attentati, decine le aggressioni nel corso degli anni. Amnesty International è intervenuta svariate volte per denunciare le violenze -Chiese e case copte sono state date alle fiamme, membri della minoranza copta sono stati aggrediti fisicamente e le loro proprietà sono state saccheggiate- e chiedere un intervento importante da parte delle Autorità.
L’ultimo intervento è del 2 marzo scorso. Le Autorità egiziane, recita la nota di Amnesty, «hanno sempre fallito nel proteggere i residenti copti nel Sinai del Nord dagli attacchi violenti di lunga data», il Governo «non è riuscito ad agire per proteggere i cristiani nel Sinai del Nord che hanno sempre affrontato rapimenti e omicidi da parte di gruppi armati nel corso degli ultimi tre anni», mettendo sotto accusa il Governo per aver fatto ricorso «ad accordi di riconciliazione sponsorizzati dallo Stato che, a volte, hanno incluso lo sgombero forzato delle famiglie cristiane dalle loro abitazioni».
Le Autorità egiziane, proseguiva l’intervento di Amnesty, «devono offrire urgentemente protezione ai cristiani copti nel Sinai del Nord e fornire servizi essenziali e alloggi a centinaia di persone che sono state costrette a fuggire dalle loro abitazioni. Almeno 150 famiglie cristiane copte sono fuggite da al-Arish a seguito delle ultime violenze, secondo il Ministro degli affari parlamentari. La maggior parte ha cercato riparo nel vicino governatorato di Ismailia in alloggi temporanei sovraffollati, senza un adeguato accesso ai servizi essenziali».
Le Autorità, proseguiva la nota dell’organizzazione,  hanno anche «il dovere di garantire che le proprietà degli sfollati interni non siano saccheggiate, sequestrate, distrutte o illegalmente occupate. Inoltre, le autorità devono stabilire le circostanze che consentono agli sfollati interni il ritorno volontario a casa in futuro o il reinsediamento in un’altra area del Paese. I governi egiziani successivi non sono riusciti ad affrontare questa discriminazione di lunga data contro i copti e l’aumento dei casi di violenza settaria, consegnando i responsabili dei crimini settari alla giustizia».

Lo scorso 27 febbraio, l’agenzia stampa ‘Fides’ aveva annunciato che erano cominciate  a tornare alle proprie case alcune delle famiglie copte che a febbraio erano fuggite dal Sinai del Nord  -e soprattutto dalla città al Arish, capoluogo del governatorato- dopo la serie di violenze e assassini abbattutasi sulla locale comunità cristiana. La notizia dell’inizio di un contro-esodo dei cristiani del Nord Sinai è stata confermata dallo stesso Anba Kosman, Vescovo di al Arish e del Sinai del Nord. Il Vescovo ha anche riferito che ad al Arish vengono celebrate messe ogni giorno, e che i sacerdoti si muovono liberamente in città, sia pur usufruendo della protezione assicurata dalle forze di sicurezza. Il Vescovo ha smentito le voci  -circolate nei giorni scorsi in rete-  di una presunta ‘caccia ai sacerdoti’ messa in atto da gruppi terroristi nel capoluogo del governatorato, confermando che la situazione generale riguardante la sicurezza comincia a tornare alla normalità.
Secondo fonti locali, erano state più di trecento le famiglie cristiane allontanatesi precipitosamente da al Arish a febbraio. La maggioranza degli sfollati aveva trovato rifugio presso la città di Ismailia, 120 km a est del Cairo.
In quelle settimane, sempre secondo  ‘Fides’, si sono registrate anche significative prese di posizione di istituzioni islamiche sulla nuova spirale di violenze abbattutasi sui copti egiziani. La Casa della Fatwa (Dar al Ifta al Misryah), organismo egiziano presieduto dal Gran Mufti d’Egitto e incaricato di diffondere pronunciamenti orientativi e sciogliere dubbi e controversie riguardo all’applicazione dei precetti coranici, ha diffuso un comunicato per condannare la catena di omicidi, sottolineando che la campagna orchestrata da gruppi jihadisti contro i cristiani autoctoni dell’Egitto punta esplicitamente a sabotare l’unità nazionale.  Presa di posizione ribadita ieri.
Anche i portavoce di al-Nur, il Partito salafita ultra-conservatore, aveva espresso pubblicamente la propria condanna per le uccisioni mirate di cristiani copti avvenute nel Sinai settentrionale, ribadendo che esse «vanno contro gli insegnamenti dell’islam».

Gli attacchi contro i cristiani e le loro proprietà sono «attacchi contro tutti noi». Gli attacchi alle chiese sono equiparabili agli «attacchi alle moschee», e la difesa dei cristiani e delle loro chiese «fa parte della dottrina della fede musulmana»: aveva dichiarato Mohamed Mokthtar Gomaa, Ministro delle dotazioni a moschee e comunità religiose (Awqaf), nel contesto del Forum culturale del Consiglio supremo per gli affari islamici, svoltosi al Cairo nel pomeriggio di domenica 5 marzo.

Al-Ahram Weekly‘, il supplemento settimanale del quotidiano più importante del Paese -‘Al-Ahram‘- e da sempre voce autorevole seguito da tutto il mondo arabo, in occasione della visita di al-Sisi negli Stati Uniti per l’incontro con il Presidente Donald Trump, aveva ribadito che  alla base degli attacchi contro i copti vi è la volontà «di mettere in difficoltà la presidenza e il Governo egiziano e di creare divisione tra Al-Sisi e copti» e di minare l’unità nazionale.  Ciò detto, veniva riconosciuto che «ci sono alcune pratiche che vanno contro i principi di parità dei cittadini e contro le libertà civili» il che alimenta l’estremismo.   Il dialogo, proseguiva  l’intervento di ‘Al-Ahram Weekly‘, per definizione presuppone il riconoscimento della parità degli altri, e per estensione implica l’accettazione della diversità. L’assenza di dialogo genera emarginazione e l’esclusione dell’altro e la sua privazione dei suoi diritti di cittadini. Quando l’estremismo prevale è perché le fondamenta della cittadinanza sono state minate. Al contrario, se la cittadinanza è robusta e vibrante  -vale a dire quando le libertà civili come la libertà di credo e di espressione, il diritto di organizzare, e il diritto di riunione, inclusione e di partecipare alla vita pubblica sono al loro massimo- la violenza non avrà spazio

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