venerdì, Febbraio 28

Dreamers: noi, sognatori nuovamente sfiduciati Donald Trump ieri ha abborgato il piano di tutele per i ‘dreamers’, il Daca: i problemi ai quali si andrà incontro saranno anche psicologici

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Mantenendo la promessa più volte ripetuta in campagna elettorale, e in risposta alla richiesta che gli era arrivata nei mesi scorsi da 10 Stati, il Presidente americano Donald Trump ieri ha abborgato il Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals), il piano di tutele per idreamers’, i giovani clandestini portati negli Stati uniti da bambini. Il Congresso avrà 6 mesi di tempo per trovare una soluzione legislativa per gli 800.000 ‘sognatori’ americani che in questi giorni hanno riempito le strade del Paese e sono stati i protagonisti indiscussi del dibattito sui social.
Una scelta «crudele ed autolesionista», ha commentato l’ex Presidente Barack Obama, che aveva fortemente voluto il Daca. «Questi sognatori sono americani nei loro cuori, nelle loro menti e in ogni altro senso tranne che uno: sulla carta», ha osservato Obama, rivendicando la scelta di far uscire dall’ombra «giovani talentuosi, motivati e patriottici» che non conoscono altro Paese se non gli Stati Uniti d’America e «che non hanno fatto nulla di male».

In vigore dal 2012, frutto della mobilitazione e della disobbedienza civile -nel 2011-2012- di giovani senza documenti, frustrati per la mancanza di progressi dei legislatori in tema di regolarizzazione degli immigrati illegali, giovani che avevano occupato gli uffici della campagna elettorale di Obama, il Daca non cambia lo status legale dell’immigrato, ma lo protegge dall’espulsione, garantisce ai dreamers permessi di residenza e di lavoro. Il programma prevede permessi biennali e ora, dopo il provvedimento di Trump, nel caso scadano entro il termine del prossimo 5 marzo saranno rinnovabili un’ultima volta entro il 5 ottobre. Non saranno accettate nuove domande di legalizzazione.

«Non guardo con favore alla punizione di bambini, molti dei quali ora sono adulti. Ma dobbiamo anche riconoscere che siamo una nazione di opportunità perchè siamo uno stato di diritto», ha twittato il Presidente che ha affidato l’ufficializzazione della decisione al suo Ministro di Giustizia, Jeff Sessions. La Casa Bianca ha definito la scelta del Presidente ‘combattuta’ ma ‘responsabile’ perché il Daca è ‘incostituzionale’. Trump vuole «un riforma dell’immigrazione responsabile», ha spiegato la portavoce Sarah Huckabee Sanders, dichiarandosi fiduciosa sul fatto che il Congresso farà il suo lavoro e riuscirà a legiferare. Fiducia condivisa da pochi, visto che da quasi due decenni il Congresso prova a legiferare senza successo. Lo scorso 20 luglio un bipartisan bill di DREAM Act è stato presentato al Senato dai senatori Lindsay Graham e Dick Durbin, l’obiettivo è fornire ai giovani senza documenti con un percorso volto all’acquisizione della cittadinanza. Se la proposta di legge venisse approvata, gli immigrati per rientrare nel provvedimento dovranno essere arrivati ​​negli Stati Uniti prima dei 18 anni di età, essere stati nel Paese per almeno quattro anni e non avere precedenti penali. Una versione dello stesso disegno di legge è stata depositata anche alla Camera dei Rappresentanti. L’ultimo tentativo, subito abortito, di approvazione di una legge simile a questa risale al 2010.

I dreamers e molti attivisti sono scesi in piazza a Washington, New York e Denver, contro la decisione di Trump già nei giorni scorsi prima che questa venisse ufficializzata. Appena da sottolineare che i movimenti a difesa dei dreamers sono divisi al loro interno, alcuni contestano il concetto stesso di ‘dreamers’, che presupporrebbe l’esistenza di ‘migranti buoni’ e ‘migranti cattivi’.
Sui social media si è levato un coro di proteste. Mark Zuckerberg, patron di Facebook, ha definito la giornata di ieri «un giorno triste per l’America» alle prese con una decisione «particolarmente crudele». Contro Trump anche le altre big della Silicon Valley, da Apple, a Google a Microsoft, pronte a difendere pure legalmente i loro dipendenti dreamers. «Sono profondamente sconvolto dal fatto che 800mila statunitensi, inclusi oltre 250 dei nostri colleghi di Apple, potrebbero essere espulsi dall’unico Paese che hanno chiamato casa», ha affermato il ceo di Apple, Tim Cook, in una lettera inviata ai lavoratori. Il Presidente di Microsoft, Brad Smith, ha scritto sul suo blog che una legge che protegga i Dreamers è ora «un imperativo economico e una necessità umanitaria».
A perderci sembra essere il Paese nel suo insieme, basta vedere il report 2016 sugli esiti del Daca. Il 5,5% dei destinatari del Daca ha avviato attività in proprio, l’87% è occupato.  200mila lavoratori dreamers dovranno essere licenziati, secondo dati diffusi dai big della Silicon Valley nei giorni scorsi, si perderebbero 460,3 miliardi di dollari di Pil e 24,6 miliardi di dollari in contributi per la Social Security e il Medicare.

Disapprovazione anche dalla politica: non sono solo i democratici a volere che il programma continui, ma anche i repubblicani esprimono forti perplessità sulla scelta del presidente. Primo fra tutti il portavoce della Camera dei Rappresentanti della Casa Bianca, Paul Ryan, che aveva chiesto a Trump di fare un passo indietro.

Lo scorso giugno l’Amministrazione aveva cancellato un simile programma voluto da Obama nel 2014 per estendere le tutele del Daca a circa 5 milioni di persone, legalizzando i genitori senza documenti di cittadini americani o di residenti legali.

I dreamers sono solo una frazione degli 11 milioni di immigrati irregolari che vivono negli Stati Uniti, ma hanno trascorso la maggior parte della loro vita in America. Su un milione e 700mila bambini clandestini arrivati negli Stati Uniti per lo più scappando da fame e violenza dei Paesi del Sud America, in quasi 800mila scelsero di aderire al programma di Obama. Di questi, oggi, il 95% studia, lavora e continua a sognare di restare nel Paese che li ha accolti bambini.
Ora il Congresso dovrà, o almeno questo è l’auspicio, trovare una soluzione legislativa per i dreamers, ma nel frattempo, spiegano Elizabeth Aranda, docente di Sociologia all’University of South Florida, e Elizabeth Vaquera, direttore del Cisneros Hispanic Leadership Institute della George Washington University, i sogni e le aspirazioni di questi giovani sono nuovamente bloccati, «con un’altra scadenza e altri sei mesi di incertezza, e quindi paura e ansia».

Aranda e Vaquera hanno studiato la vita degli immigrati per anni. Fino al 2012, spiegano, i giovani senza documenti avevano poche possibilità di trasformare in realtà le loro aspirazioni, il DACA ha completamente cambiato la situazione. In primo luogo  ha dato a queste persone la possibilità di studiare e lavorare legalmente in qualsiasi posto degli Stati Uniti, di costruire un futuro, ma anche di trovare stabilità psicologica ed emotiva, «la pace della mente, qualcosa che, fino ad allora, non era a loro familiare».

Gli immigrati che sono stati analizzati nel corso di oltre 20 anni di lavoro, spiegano le due docenti, erano marchiati a fuoco da tristezza e preoccupazione, la loro salute mentale era molto precaria per la gran parte dei casi. Molti di loro scoprivano la loro stato diimmigrati illegaliin adolescenza, e questo cambiava radicalmente il loro stato psicologico, la fiducia che fino ad allora avevano riposto nelle loro famiglie, negli amici e nelle istituzioni veniva meno. Alcuni dei soggetti esaminati da Aranda e Vaquera hanno ammesso che prima del Daca avevano pensato al suicidio, sentendosi senza speranza, non sono stati rari i tentativi di suicidio e non sono mancati i suicidi riusciti, gente che ha concluso la sua vita di angoscia con il suicidio.

Il Daca ha rappresentato una boccata di ossigeno per la salute mentale di molti. Questi giovani sono divenuti più motivati ​​e felici dopo l’introduzione del provvedimento, che è stato capace di garantire senso di sicurezza e stabilità e ha aumentato la loro capacità di coinvolgimento e integrazione nelle comunità locali dove vivono, la fiducia nel Governo e nelle istituzioni. La paura di vivere è venuta meno. Tutto d’un tratto tutto questo è scomparso, 5 anni di ricostruzione psicologica-emotiva e di capacità di partecipazione democratica alla vita del Paese sono sfumati.
Negli ultimi mesi i segnali di un vento contrario ai dreamers erano evidenti ed erano già stati chiaramente percepiti, in particolare dai più giovani. Gli arresti di sospetti immigrati privi di documenti sono aumentati del 35% a livello nazionale dall’avvio dell’Amministrazione Trump. Negli ultimi mesi, alcuni destinatari del Daca sono finiti in carcere o addirittura estradati.
Con il venir meno del Daca questi giovani sentiranno venir meno la fiducia che hanno riposto nel Governo, si sentiranno traditi, sottolineano le due studiose. «Se la nostra ricerca e la storia dell’attivismo sociale dei dreamers ci dicono una cosa, è che questi giovani sono resilienti. Gli Stati Uniti sono la loro casa, l’unico posto che considerano casa e dove vogliono rimanere», affermano Aranda e Vaquera.

A perderci sembra essere il Paese nel suo insieme, basta vedere il report 2016 sugli esiti del Daca. Il 5,5% dei destinatari del Daca ha avviato attività in proprio, l’87% è occupato.

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