sabato, Settembre 19

25 aprile: liberazione e antisfascismo. Il caso serio ‘L’antifascismo non è più una virtù’. Do you remember Milani e Pasolini?

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L’obbedienza non è più una virtù’, titolava Lorenzo Milani la sua famosa ‘lettera’ ai cappellani militari toscani in congedo che all’inizio del 1965 avevano sottoscritto un documento in cui si dichiarava tra l’altro di considerare «un insulto alla Patria e ai suoi Caduti la cosiddetta ‘obiezione di coscienza’». Il sacerdote di Barbiana apriva così un fronte di riflessione ed operatività che molto avrebbe segnato gli anni a seguire. L’obbedientissimo disobbediente don Lorenzo (obbediente ai fondamentali della sua amata Chiesa, disobbediente ad ingiustizie e sopraffazioni specie verso i più deboli) segnava così un’epoca. Come ha da poco ricordato anche Papa Francesco omaggiandolo con la propria presenza e il ricordo nelle sue terre di Toscana.  

Sono trascorsi più di cinquant’anni da allora. Ora secondo il senso comune, che manzonianamente ha preso il posto del buon senso, si è invertita la prospettiva. A non essere più una virtù è la stessa concezione dell’opporsi a quella cosa che, chiamiamola pure come vogliamo fascismo o altrimenti, sta a significare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il ritenere l’altro uno strumento e non un valore. E’ il ‘caso serio’ di quanto è rimasto della Liberazione, del fascismo metabolizzato e dell’antifascismo demonizzato. Matteo Salvini in sottofinale di campagna elettorale in Piazza Duomo a Milano ha malamente utilizzato quanto scriveva Pier Paolo Pasolini ad Alberto Moravia nel 1973. «Mi chiedo se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominate usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso, spingere le masse a combattere un nemico inesistente, mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda». Ma si è ‘dimenticato’, o se ne è dimenticato chi gliel’ha suggerito, di aggiungere anche il resto. Ché poi il pragmatico poeta di Casarsa individuava nel ‘fascismo antropologico’ il vero nemico, non sdoganando quindi un incongruo ‘liberi tutti’, come oggi si fa utilizzando perfino la voce di chi non può più direttamente difendersi, e poco viene difeso dai vivi che lo potrebbero fare. Pasolini portava il dibattito ad un livello più alto, mettendo in guardia da «un fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo» come scriveva nel suo famoso editoriale sul ‘Corriere della Sera’ del 1975 ‘La scomparsa delle lucciole’. Un fascismo consumistico e neocapitalista che crea, appunto, una «degenerazione antropologica del popolo italiano». Che, potremmo dire riprendendone le parole, in maniera specularmente pericolosa ‘striscia, si insinua e logora la società già moribonda’. E che richiederebbe un realmente nuovo antifascismo, cioè antisfascismo.

Questi temi si ripropongono nella giornata del ricordo del 25 aprile 1945, nell’anniversario della Liberazione. E si intrecciano con il procedere delle attività, fortunatamente saggiamente condotte dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, per provare a dare al Paese la necessaria nuova guida dell’esecutivo. «Nella lavanderia politica si è scatenata una rissa ignobile che indigna, e che probabilmente è oggetto di risate e commenti salaci nel resto d’Europa, abituata a quasi tutto ma non all’incredibile» ed una coalizione maggioritaria di «centro destra presentatasi al paese come la panacea indispensabile contro la languida inerzia della defunta sinistra» come scrive su ‘L’INDRO’ del 24 aprile (di questo 2018) il nostro Giulio Colavolpe in ‘Consultazioni Governo: gioco al massacro e gioco delle tre carte’. Una ‘panacea’, il rimedio di ogni male, costi quel che costi. Anche a costo della perdita della memoria, tra le peggiori maledizioni che possano colpire un uomo, e un popolo.

Su di una strana struttura di una cittadina della riviera romagnola stava un tempo scritto ‘L’italiano per ben vivere deve bene ricordare’. Il monumento, francamente orrendo, è stato rimosso e finito chissà dove, e pure la scritta, francamente bellissima, chissà dove è finita. La scritta ed anche la memoria. E non solo lungo la costiera adriatica.   

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