domenica, Gennaio 24

2021: un altro anno per capire la vita La vita, con le sue vittorie e sconfitte utili solo se siamo in grado di capire, imparare da errori e lodi. L’una senza l’altra priva di rispecchiamento sortirà un effetto di cecità, di sé e per gli altri

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Chi vince sempre, quando perde sorpreso dall’improvvisa defaillance cade prima e male. Chi, al contrario, malconcio saggia il gusto amaro della sconfitta, cadendo attutisce l’urto attribuendone l’esito a se stesso con rabbiae frustrazione. Stati d’animo che convogliati in modo propositivo lasceranno assaporare il gusto di una rivincita, a e per se stesso, alla situazione che lo ha visto perdente ed alla vita che talvolta concede un’altra mano. Se tanti operassero in questo modo, dalla politica ai lavori arti e mestieri, alle relazioni interindividuali, talune vicende umane scorrerebbero in modi più lineari. Ma darsi addosso, sapersi responsabile, comprendere torti e ragioni è un’operazione che gli umani compiono molto di rado, presi dalla presunta intelligenza propria alle prese con la stupidità altrui.

Mentre solo chi si da dello stupido in vicende coinvolte nella propria vita, solo quello potrà aspirare ad un senso intelligente con cui comporrà frammenti e colmerà interstizi del proprio incedere e divenire nel mondo. Vittoria, sconfitta, sono un sottile frammento, un interstizio tra gioia e delusione, pubblicità od oblìo, generatore di una differenza tra il provare a rifarsi e la difficoltà connessa ad un riprovarci ignoto. Per farlo è necessario dotarsi di strumenti di protezione, ché nell’agone, il greco agōn che vale per ‘gara’ ‘competizione’, ma anche lotta antagonismo, insomma nello spazio della vita sociale relazionale ci si può far male. Consapevoli che ogni comunicazione tra due individui può contenere un potenziale di aggressione, per cui fidarsi significa dotarsi di strumenti e cognizioni in grado di proteggersi dagli inganni altrui, espressione di sfiducia relazionale. Si dice che a pagarne le spese siano soprattutto spiriti ed animi cosiddetti fragili, che sono poi i sensibili privi di formalismi, di modi affettati, toni gentili dietro i colpi bassi, pugnalate alle spalle, tranelli, ipocrisie e sorrisi di circostanza. Insomma tutto il corredo della vita sociale per non dover soccombere, perché nonostante le piccole cose belle lì fuori piove un ‘mondo freddo, del mio omonimo, non pochette, no Paolo, quello poeta e cantautore a cui mi apparenterei.

Pertanto solo se si prova a ribaltare l’esito di una situazione che ci ha visto perdenti, solo se non ci abbattiamo spersi nell’estremo limbo di una sconfitta priva di uno sbocco, sì da rappresentarci come sconfitti ma sempre attribuendola a torti e colpe altrui, senza scorgere il margine d’errore di una nostra responsabilità, riusciremo a convincere noi stessi e di seguito gli altri che non è la caduta in sé ad essere sconveniente, solo se nel cadere attutendo l’urto penseremo a come poterci rialzare. Si chiama vita, con le sue vittorie e sconfitte utili solo se siamo in grado di capire, imparare da errori e lodi. L’una senza l’altra priva di rispecchiamento sortirà un effetto di cecità, di sé e per gli altri. Due aspetti vitali tra loro dipendenti e liminali, che s’intersecano dando luogo a ciò che definiamo delusione o gioia. Dunque si vive in quell’attimo fatale contingente che volge il corso degli eventi verso un cammino costellato di entusiasmo o frustrazione, cammino impervio con cui ciò che immettiamo nella vita presenta il conto finale, quando l’ultimo slancio vitale ed il respiro s’intridono di vita.

Sono i più deboli quelli che non sanno perdere sapendo di aver perso, sono coloro i quali essendo manifestamente inferiori, s’ergono al livello di una superiorità parolaia, odiatrice per mancanza di mezzi ed assenza di fini, giocolieri d’un rancido nulla. La storia del mondo umano sociale è costellata di tali patetici tristi solitari, in fondo frustrati umani in crisi di autostima privi di affetti donazioni di sé senza ricevere nulla in controprestazione. Insomma, sentirsi e sapersi imperfettamente umani, grati agli altri che li hanno fatti diventare se stessi, poiché privi di quelli questi ultimi semplicemente non sono. Sovvengono a molti di noi da tempo questi ed altri stati d’animo che affiorano nel leggere di un’infermiera prima vaccinata d’Italia che in pochissimo tempo ha dovuto oscurare i suoi profili social (alterno doppio dell’epoca virtuale esteso al mondo mentre prima vi era più fatica con lettere o telefonate anonime magari individuando il responsabile, oggi anonimo con un solo clic), perché subissata da insulti e minacce dei soliti odiatori pronti solo a cliccare, mica a vivere o a saper dire o fare qualcosa.

Minimo sforzo in un’epoca in cui diviene pure banale facile senza fatica non accettare se stessi odiando gli altri, poveri tristi solitari privi di gioie ed affetti. Poi, naturalmente, ritrovi gli stessi comportamenti schierati da una stessa parte, dalla leghista neanche disgraziata o fetente, no solo banalmente ed anonimamente cretina vomitare la sua non capacità cerebrale addirittura negando, da bergamasca!, che i camion dell’Esercito avessero portato via decine di persone decedute sole. Zittita da suoi concittadini. Sprofondo buio d’una tizia la cui mediocrità ambisce a vette altissime. Addestrata dal mojito man, il fascio leghista che con denaro senatoriale non lavora, citofona violando privacy altrui in Emilia, s’intrufola come un ladro in un’organizzazione che porta buste con cibo ai clochard, dandone un pacco ad una signora il cui figlio dichiara essere quella sua madre con cui vive in un appartamento! Fulgidi esempi di idiozia, estremismo, volgarità, razzismo. Da ciò tracimano tali fascio leghisti. Altro non sono altro non ambiscono. Destre da sconfiggere, magari con ogni mezzo…

Pensate a trasporre tutto ciò individuando patetiche terrifiche usuali maschere di un’umanità predicatrice di un male non già solo banale, quanto indifferente alle sorti del vicino di vita, nell’agone politico. Con parità di generi, in Italia rappresentati dai vomitatori d’odio al mercato popolare di quartiere, privi di solennità estreme, colmi di estreme banalità, feroci immorali fomentatrici d’odio. Siano essi leghisti fascistoidi o fascistelle de destra ma mamme adoranti di famiglia che non hanno ma che predicano per gli altri. Vomitanti gorgoglii neri acidi manganellati verso il negro l’immigrato lo storpio l’omosessuale la lesbica, a centellinare colori di pigmenti, privi di specchi dove riflettere brutte facce barbute o sinuosità non proprio da miss regionale di qualcosa. Generalmente de destra, odiatori d’altrui differenza nel riproporre unità di sangue di patria didentità, qualsiasi cosa ciò assolutisticamente significhi. Senza neanche guardarsi allo specchio per vedersi in tutte le loro bassezze, bruttezze. Abbandonandoci stremati ad un anno purtroppo da ricordare in questi pochi dì di festa, rossi non di tasso alcolemico o di passione ideologica, essendosi tutto ormai stemperato in un rosé privo d’antiche gesta, annacquato d’un tocco di qualunquismo pentastallato da uno che vale l’altro, entrambi non valendo un’unità, con giorni ore prefestivi e festivi di zone con molte ombre rosse. In attesa di… speranzosi che… auspicando perciò fiduciosi per… con l’apparato mediatico giornalistico fumettistico strombazzante di immagini vivide di bicipiti flaccidi o tonici, di femminucce e maschietti, di quanti hanno operato lì dove persone vivono muoiono, stazionano, soffocati da tute maschere guanti orari di lavoro stress mentale fisico ed esistenziale. Non eroi, sempre la retorica ad uccidere il pensiero, ma lavoratrici e lavoratori sanitari che fanno ciò devono fare per scelta attitudine caso. Comunque da ringraziare, vinti dalla insopportabile compagnia di sorella morte in ogni gesto siringa polmone ecografia.

Mentre lì, fuori gli altri sbraitano sulle difficoltà del vivere, l’indigenza da pandemia dei già perdenti, e la rabbia dei garantiti distrutti per ricavi minori che abbassano il tenore di vita. Come i discotecari agostani a cui un Paese serio chiederebbe i danni morali civili e penali per il grande contributo dato alla Repubblica nel moltiplicare contagi e morti strizzati in più che milionarie discoteche isolane, come evidenziato dai medici. Ma solo dopo averli percossi sulla pubblica piazza, a parziale risarcimento per ognuno di noi, e soprattutto per i parenti di quelli morti in seconda pandemia… destino tragico per il sottoscritto che professandosi in toto laico, invidia taluni squarci dell’Antico Testamento… se almeno coerentemente venisse applicato… un taglio di mani qua, una lingua biforcuta di là e gli altri penserebbero un poco di più prima di parlare. E se non sono in grado, si zittiscano ascoltando. Poi volgi lo sguardo affaticato il pensiero obnubilato il cuore pietrificato di dolore, per gli altri nei/con i quali si riesce a ritrovare un afflato d’umanità, e comprendi di non esser solo perché parti di te, quelle migliori, stanno riposte nei pensieri di quelli con cui ti accompagni. E ritorni all’appena ieri, ma dai veramente?, ma ti ricordi? facevamo questo, amandoci, detestandoci, mai odiandoci.. e ritrovi i tuoi ancora caldi passi vedendo il film-documentario collettivo di Gabriele Salvatores “Fuori era primavera”, frutto di migliaia di video che ha montato per mesi. Ne esce un’Italia bella dolente ferita piegata, ma non vinta, priva di urla schiamazzi croci uncinate simboli fascisti estremisti tutti vestiti uguali perché privi di una qualità di spessore, di un personale pensiero di accoglimento, del mondo in calotte craniche vuote calpestate a lungo. Asintomatici da penuria d’affetto. Sorrisi carezze. L’odio come sostanza di sé, la sopraffazione come simil-esistere. Quelli che gridano contro, devono odiare qualcuno, la sua bassezza bruttezza, meglio se donna alle prese con i difetti che curati fanno bene. Essendo gli odiatori cloni di brutti umani ed umane. Pensate solo a quelli che si aggirano per il nostro paese.

Comincio l’anno augurando il meglio secondo le proprie aspettative e fatiche a chi legge queste parole, nel trovar se stessi negli altri e tutti insieme in un’umanità comune con cui aprirci al bene supremo: il pensiero. Vorrei alfine ricordare che quest’anno ricorre il settecentesimo anno dalla morte di Dante Alighieri, sommo e fine dicitore della storia eterna dell’uomo, il quale ricorda a noi perché noi possiamo tramandarlo che “Voi che vivete ogni cagionrecate pur suso al cielo, sì come se tutto movesse seco di necessitate. Se così fosse, in voi fora distrutto libero arbitrio, e non fora giustizia per ben letizia, e per male aver lutto” (Purg. XVI, vv. 67-72), vale a dire che l’uomo sulla terra è messo ad ogni momento di fronte a scelte fra bene e male e ha in sé, calate dall’alta volontà divina, tutte le potenzialità e gli strumenti necessari per fare una scelta giusta (A. Asor Rosa, Robinson, 24.12.2020). e quindi Ben puoi veder che la mala condotta è la cagion che ‘l mondo ha fatto reo e non natura che ‘n voi sia corrotta” (ivi, vv. 103-105). Ovvero l’uomo ha il libero arbitrio, se non ne fa uso la responsabilità è tutta e solo sua.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.