sabato, Settembre 19

2020: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» In questo scavallamento di decennio, i discorsi di fine anno di Francesco, quello alla Curia e quello ‘Urbi et Orbi’, nel deserto della politica nostrana, sono punto di riferimento anche laico

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In attesa del discorso di Capodanno del Presidente della Repubblica, nello squallore sempre più grigio e volgare, rozzo e superficiale, presenzialista e gagaista, sfrontato e saccente della nostra ‘politica’, ora anche alle prese con i mancati versamenti del Fieramonti da Pretoria, spicca come una gemma lucente il discorso del Papa, anzi, i due discorsi fondamentali per questa fine di anno: quello alla Curia e quello ‘Urbi et Orbi’.

Alla Curia il discorso durissimo di richiamo alla fede e alla pratica della fede nella cultura cristiana senza mediazioni. Ricordiamocelo bene. Il discorso alla Curia segue di poche ore la decisione papale (e sono propenso a credere sia stata solo sua e raggiunta dopo una dura battaglia, appunto, nella Curia) di rendere pubbliche le denunce di pedofilia e altro da parte di sacerdoti.
Una decisione di portata storica, non tanto per il fatto in sé, che alla fine riguarderà certo molti, ma in assoluto sempre pochi, casi, quanto per il significato -mi permetto di interpretare forse troppo laicamente- pedagogico e duro, senza mezzi termini. Scoprire, per dir così, i segreti del Vaticano su cose così intime e terribili -sì, terribili per un cristiano- può essere un passo ulteriore verso la ‘scopertura’ di altri segreti, spesso noti per ‘voci’ ma non per tabulas, per così dire.

Alla Curia, in un discorso denso di citazioni e riferimenti colti e profondi, colpisce subito il richiamo alcammino’, al cambiamento.
Perdonatemi se -da cattivo conoscitore degli interna corporis del Vaticano e della religione cattolica- sopravvaluto o sbaglio, ma a me pare una vera e propria sferzata, tanto più sferzata in quanto diretta alla Curia romana -della quale si sostituisce, e non è un caso o una semplice coincidenza, il Decano, notoriamente ostile al Papa, ma mai rimosso! Curia, custode della tradizione, della liturgia, e quindi, per così dire, istituzionalmenteconservatrice’, cui si chiede, anzi, si ordina, di cambiare, di adattarsi ai tempi, di essere neitempi -… e qui non si tratta di minigonne o capelli lunghi- di uscire, se mi si permette un riferimento un po’ ironico benché rispettoso, dalla vecchia prassi per cui ‘la Chiesa combatte gli amici di domani con i nemici di ieri’. E lo dice, Papa Bergoglio, anche con ironia (non so quanto colta, o se magari è solo una mia impressione) quando cita la frase famosa del Gattopardo, per dire di non fare come lui: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», dopo avere detto appunto, molto chiaramente -nello stile della Chiesa, anche troppo chiaramente-: «perché quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza». Riaffermando, al tempo stesso, la funzione della Chiesa come mezzo peravviare processi’, ma non per occupare spazi, valorizzando la storia! Immagino che al Cardinal Camillo Ruini e a molti altri siano fischiate le orecchie, e forte anche.

Tanto più che aggiunge con una forza, a mio parere dirompente, che la funzione della Chiesa non è più di diffondere il Vangelo tra le popolazioni, per così dire, primitive; non c’è più la situazione ‘semplice’ di un tempo, «un mondo cristiano da una parte e un mondo ancora da evangelizzare dall’altra», è lo stesso mondo cristiano che non è più cristiano come, forse, un tempo, perché, conclude: «Adesso questa situazione non esiste più. Le popolazioni che non hanno ancora ricevuto l’annuncio del Vangelo non vivono affatto soltanto nei Continenti non occidentali, ma dimorano dappertutto, specialmente nelle enormi concentrazioni urbane che richiedono esse stesse una specifica pastorale. Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre “mappe”, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti». E poi la frase urlata, pesante, durissima (una sferzata, non un lamento a mio parere) «Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune».

Un invito al cambiamento, non solo all’aggiornamento, di una notevole potenza; un invito non temperato dal rifiuto del relativismo, dove non c’è oscurantismo, ma il rinnovarsi cosciente dei principi; un invito a chi ha orecchie per sentire perché senta.

E poi, nel discorso in Piazza San Pietro, con quel suo tono pacato, suadente, quasi dimesso (altro che!) in poche righe è l’uomo al centro, l’uomo martoriato, l’uomo che soffre, che subisce lesione dei propri diritti: l’uomo.

Ma non solo, perché in un discorso brevissimo e, apparentemente, rituale e certamente tale per i dovuti riferimenti alle situazioni di conflitto e di sofferenza, il filo rosso, il leit Motiv è stato una parola: la giustizia, declinata anche come ingiustizia, ben cinque volte, ma la giustizia riferita fermamente all’uomo, come dicevo prima.

La giustizia, anche per un giurista come me, è il rispetto delle regole che corrispondano ai principî di umanità e di convivenza civile. Un concetto mobile e variabile, ma mai, in nessun caso, formale. È giusto, certamente, rispettare le regole, ma lo è altrettanto non rispettarle se contravvengono a regole superiori e prevalenti. Lo ripeto, anche per un giurista, per citare il recente libro di Massimo Cacciari, Natalino Irti, Dike, la giustizia, e Nomos, a mio parere, si fondono solo se la norma ègiusta’, cioè corrispondente ai principî fondamentali di umanità e, ripeto, di convivenza civile. Quei principî grazie ai quali è non solo e non tanto eticamente, quanto giuridicamente illecito non soccorrere chi affoga e non accogliere chi fugge … beninteso con tutte le precisazioni del caso, su cui qui non è luogo.

Tutto ciò a San Pietro, nella grande piazza di Roma, nella stessa città in cui, a pochi metri, si ‘recita’ la scena da lavinaio, volgare, infetta, viscida, insulsa della nostra ‘politica’.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.