mercoledì, Settembre 30

2020: guerre spaziali … anche no, ma serve la Difesa Lo spazio è uno dei settori più promettenti l’economia planetaria, vivo in ricerca, installazioni, prodotti e servizi strategici e innovativi, per tanto è diventato uno dei tanti teatri dove le potenze mondiali si confrontano militarmente per la supremazia sulla Terra. Così non stupisce che sia stato necessario rafforzare un sistema difensivo

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La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha ufficializzato la fondazione della Space Force con una votazione bipartisan tra repubblicani e democratici, intese non estranee nelle istituzione d’oltreoceano, in situazioni di particolari criticità. L’America, così, potrà disporre di una forza armata con il compito di svolgere attività militari, come apparato facente parte della US Air Force, ma con operatività indipendente per sovrintendere i programmi di acquisizione spaziale: dall’addestramento all’equipaggiamento e l’organizzazione.
Tra gli altri mandati del sesto segmento della difesa statunitense si prevede il monitoraggio dei satelliti orbitanti collegati ai propri sistemi sparsi nello spazio. Non si ravvedono in questa architettura militare particolari violazioni al Trattato sullo Spazio Extra-atmosfericoformulato in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che nell’articolo IV impone scopi esclusivamente pacifici nelle sue applicazioni per le attività spaziali degli Stati aderenti al documento internazionale.

Il budget stanziato, poi, è di 40 milioni di dollari per il suo primo anno. Tanto per dar numeri, il bilancio del Pentagono è di 738 miliardi di dollari, ben 2,8% in più dell’anno che finirà domani. Chi, a queste cifre, sta considerando il capo della Casa Bianca come colui che vuole armare lo spazio al di sopra della Terra dovrà un po’ rivedere le proprie posizioni.

Il provvedimento fa parte di una manovra importante, avviata lo scorso gennaio, con l’istituzione degli Space Corps, sottoscritta dalla Space Policy Directive-4, di febbraio, e dalla costituzione dell’US Space Command, a fine agosto.

Il quartier generale è stato fissato a Colorado Springs, non lontano dal centro Norad della Cheyenne Mountain dove ha già sede la Peterson Air Force Base, che è il coordinamneto delle forze armate nord dell’Unione.

Donald Trump, si sa, è un Presidente che ha fatto molto parlare di sé. Non sempre con le dovute cognizioni di causa, e, per quanto non abbiamo mai mostrato alcuna simpatia né alla volontà di un qualsiasi riarmo, meno che mai alla passione sfrenata di interventismo in caso di controversie internazionali, riteniamo proporre le nostre idee in questo fine d’anno difficile, che vede il pianeta Terra tormentato da un’irrequietezza che caratterizza ogni fase di trasformazione, con le visioni incerte e la debolezza di molte persone chiamate a governare le regioni del mondo senza aver cognizione dei cambiamenti di cultura e mentalità in essere.

Oggi lo Spazio rappresenta uno dei settori più promettenti di sviluppo dell’economia planetaria, vivo in ricerca, installazioni, gamme di prodotti e servizi strategici e innovativi che fatturano annualmente circa 350 miliardi di dollari, sia per appalti governativi che per proposte di privati della caratura di Richard Branson e Elon Musk. Pertanto non ci stupisce che sia stato necessario rafforzare un sistema difensivo che vede l’esposizione di materiale molto costoso e irreplicabile, posto in un ambiente raggiungibile solo da Nazioni dotate di una tecnologia altamente qualificata e tutelata da forze armate.
Se Jens Stoltenberg, il segretario generale della Nato, ha dichiarato che lo spazio costituirà per la prima volta un dominio operativo dell’Alleanza Atlantica, aggiungendo poi che le armi anti-satellite possono infrangere la rete di comunicazione e altri servizi su cui si basa la società, non significa che siamo vicini a scenari che vedono l’utilizzo di truppe armate, ma sicuramente lo spazio è diventato uno dei tanti teatri dove le potenze mondiali si confrontano militarmente, cercando di ottenere una supremazia che si riflette sugli assetti terrestri.

La realtà per quanto amara, non può essere negata.

Lo sa bene il vecchio nemico storico, la Russia, che però il 3 agosto 2015 ha costituito la Vozdušno-kosmičeskie Sily che, al contrario, è la concentrazione di un’unica catena gerarchica di Aeronautica e Spazio, ma alla fine non diversa concettualmente da quella delle Stelle e Strisce.

L’idea è stata prontamente ripresa dalla Francia, che non ha mai perso la voglia di sentirsi padrona ideale dei domini europei, e, pur non presa dalle smanie centrifughe della Gran Bretagna, non abbandona il modo tutto nazionalista di voler spadroneggiare con l’Armée de l’Air et de l’Espace in un ambiente che comunque è circoscritto da interessi e produzioni comuni.

Quindi lo scenario è tutt’altro che semplice.
In un report del Dipartimento della Difesa americano dell’agosto 2018 veniva annotato: «La Cina e la Russia, i nostri competitor strategici, stanno cercando in maniera evidente di ottenere risorse di combattimento nello spazio per neutralizzare le nostre nel caso di un conflitto». Ma siamo veramente sull’orlo di un conflitto? No. Riteniamo di no. Non per il momento almeno, anche se una letteratura piuttosto vivace –uno tra tutti è il volume di Danilo Taino ‘Scacco all’Europa’- non esclude rischi concreti.

Alcune preoccupazioni, però, non possono mancare nemmeno a noi. Noi oggi sappiamo che molte risorse, reali e virtuali, della nostra economia dipendono delle infrastrutture spaziali e dai componenti orbitanti: sono numerose le informazioni che viaggiamo attraverso i satelliti, struttura nervosa del pianeta, così come ai tempi dell’Impero Romano erano le strade e gli acquedotti. Dissuadere eventuali attacchi è un dovere per le singole Nazioni e la tutela della proprietà rappresenta un diritto per i cittadini.
Uno dei problemi che emerge è che la protezione richiesta è molto costosa e possono permettersela solo gli Stati più monetizzati, che in maniera automatica li porterà ad una posizione di preminenza quasi imperialista verso i più deboli. Inaccettabile per le singole sovranità.

Ecco dunque che, al di là dei tecnicismi -per esempio la Cina si sta ponendo in vantaggio per la rapidità con cui Pechino riesce a completare i suoi programmi- il passaggio è delicato, lo comprendiamo bene, e impone uno sforzo di dialogo che fino ad oggi è rimasto solo un’ipocrita illusione, in un contesto globale in cui gli scenari cambiano con la velocità con cui crescono le soluzioni tecnologiche.

Non si pone in queste righe la volontà di aumentare gli arsenali, quanto di potenziarne gli effetti, con una maggiore condivisione delle strutture dei singoli Stati membri e la consapevolezza che solo un’Europa crogiuolo di civiltà e conoscenze può salvaguardare dignitosamente gli interessi dei suoi abitanti e garantire la protezione dei suoi investitori. Muoversi per singole cancellerie è solo un segnale di debolezza, che rafforza il vigore di ogni potenziale avversario.
A Bruxelles deve essere chiaro che un’eventuale distruzione volontaria o sabotaggio di assetti spaziali può avere conseguenze devastanti per la Nazione che dipende da essi, rendendoli degli obiettivi estremamente sensibili in caso di conflitti.
Resta indubbiamente da sorvegliare su alcune sottigliezze interpretative su cui le diplomazie presenti all’Onu hanno saputo muovere assai bene i propri strumenti: è vero che sui corpi celesti sono vietati insediamenti di basi e installazioni militari e l’insediamento di opere di difesa militare, ma il Trattato non proibisce il transito di armi e non vieta la messa in orbita di ordigni convenzionali. Pertanto la materia è ancora piena di ostacoli e necessità di importanti valutazioni che solo attraverso una massa critica potrà far valere le proprie ragioni e scongiurare orrori che se sono probabili, non è detto siano scontati.

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