venerdì, Maggio 24

2018: annus horribilis nelle carceri italiane Suicidi, sovraffollamento, pseudo-riforma

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Come scrive Lucio Dalla al suo «caro amico», «…L’ anno vecchio è finito ormai / Ma qualcosa ancora qui non va…».

In particolare nel pianeta giustizia, nel carcere. Il 2018 è ‘segnato’ da un inquietante aumento dei suicidi; da una crescita esponenziale del sovraffollamento negli istituti di pena; da una pseudo-riforma dell’ordinamento penitenziario. Al 30 novembre (ultimo dato disponibile), i detenuti sono tornati ad essere oltre 60.000: un ‘più’ di 2.500, rispetto alla fine del 2017. La capienza complessiva del sistema penitenziario è di circa 50.500 posti; dunque ci sono circa diecimila detenuti oltre la capienza regolamentare; un tasso di affollamento del 118,6 per cento.

La regione più affollata è la Puglia: 161 per cento; segue la Lombardia (137 per cento). Negli istituti penitenziari di Taranto, Brescia e Como, si supera la soglia del 200 per cento.  «L’indirizzo dell’attuale governo», a giudizio di Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone che da sempre si occupa di queste problematiche, «sembra quello di costruire nuovi istituti di pena. Costruire un carcere di 250 posti costa tuttavia circa 25 milioni di euro. Ciò significa che ad oggi servirebbero circa 40 nuovi istituti di medie dimensioni per una spesa complessiva di 1 miliardo di euro, senza contare che il numero dei detenuti dal 2014 ad oggi ha registrato una costante crescita e nemmeno questa spesa dunque basterà. Servirebbe inoltre più personale, più risorse, e ci vorrebbe comunque molto tempo».

 Risorse a parte (che non ci sono), non è possibile attendere tutto questo tempo. Che fare, dunque? «Quello che si potrebbe fare subito è investire nelle misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo le persone recluse che potrebbero beneficiarne e finire di scontare la propria pena in una misura di comunità. Inoltre andrebbe riposta al centro della discussione pubblica la questione droghe. Circa il 34 per cento dei detenuti è in carcere per aver violato le leggi in materia, un numero esorbitante per un fenomeno che andrebbe regolato e gestito diversamente».

Aumentati i detenuti che nel 2018 si sono tolti la vita: 63. Il primo il 14 gennaio nel carcere di Cagliari; l’ultimo il 22 dicembre in quello di Trento. Era dal 2011 che non se ne registravano così tanti.  Antigone ha promosso una proposta di legge per prevenire i suicidi in carcere. Si articola in tre punti: maggiore accesso alle telefonate, maggiore possibilità di passare momenti con i propri famigliari, inclusa l’opportunità di avere rapporti sessuali con le proprie compagne o con i propri compagni, una notevole diminuzione dell’utilizzo dell’isolamento.

«La prevenzione dei suicidi», dice Gonnella, «ha a che fare con la qualità della vita interna, con la condizione di solitudine, con l’isolamento e con i legami affettivi all’esterno. Il carcere deve riprodurre la vita normale. Nella vita normale si incontrano persone, si hanno rapporti affettivi ed intimi, si telefona, si parla, non si sta mai soli per troppo tempo. Abbiamo inviato questa proposta ai parlamentari e a gennaio incontreremo alcuni di loro affinché arrivi presto in Parlamento».

 La cosiddetta riforma dell’ordinamento penitenziario. Il precedente Governo aveva convocato gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale; vi hanno partecipato ‘addetti ai lavori’ ed esperti che hanno dato significativi e positivi contributi. Gran parte delle indicazioni uscite da quella consultazione sono state disattese, in particolare proprio sulle misure alternative alla detenzione.

Nel corso del 2018 sono state effettuate, da esponenti del Partito Radicale e di associazioni che si occupano della tutela dei diritti civili e umani, centinaia di ‘ispezioni’negli istituti penitenziari. In almeno il 20 per cento dei casi si è rilevato che nelle celle i detenuti hanno a disposizione meno di tre metri quadrati ciascuno previsti dalla legge. Il 36 per cento degli istituti visitati risultano privi di acqua calda; il 56 per cento è privo di doccia.

Si continua a registrare carenza di personale. Negli istituti visitati c’è in media un educatore ogni 80 detenuti ed un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti. In alcune realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente (Reggio Calabria ‘Arghillà’); a 206 detenuti per ogni educatore (Taranto).

Prima di chiudere, una nota di Luchino Chessa, presidente dell’Associazione 10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince (una strage che si rischia di dimenticare). «E’ passato quasi un anno dalla fine dei lavori della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Moby Prince», ricorda Chessa.  Una relazione resa pubblica il 24 gennaio scorso in Senato dall’allora Presidente Silvio Lai.

Le conclusioni della Commissione «hanno ribaltato le verità scaturite dalle inchieste giudiziarie e dai processi, mettendo in evidenza circostanze mai emerse prima quali l’assenza di nebbia, un ancoraggio  della petroliera diverso da quello riportato nelle carte processuali, una rotta del Moby Prince che ha subito una turbativa, una sopravvivenza a bordo del traghetto ben oltre i 30 minuti in totale assenza di soccorsi. Dubbi sulla rotta della petroliera prima del suo arrivo a Livorno e sul materiale da esso trasportato, gli strani accordi tra le compagnie assicurative dopo due mesi dalla tragedia sono aspetti emersi nelle indagini della Commissione, ma rimangono alcuni punti che non sono stati analizzati, come cosa ha portato il traghetto in collisione».

Gli atti della Commissione di Inchiesta sono stati trasmessi alle Procure di Livorno e Roma. I rappresentanti dell’Associazione10 aprile-Familiari Vittime Moby Prince si sono incontrati con il capo della procura di Livorno Ettore Squillace Greco, e la sostituta,Sabrina Carmazzi.  «Dal colloquio, dai toni giustamente riservati», spiega Chessa, «è emerso che le indagini, con tutta probabilità, verranno o sono già state riaperte, anche al fine di verificare ipotesi di reato ancora perseguibili».

La strage del ‘Moby Prince’ è avvenuta il 10 aprile 1991: l’omonimo traghetto entra in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, nella rada del porto di Livorno. In seguito all’urto si sviluppa un incendio, alimentato dal petrolio fuoriuscito dalla petroliera, che causa la morte di tutte le 140 persone a bordo del ‘Moby Prince’, eccetto un giovane mozzo napoletano,Alessio Bertrand. Quanto si dovrà attendere ancora perché sia fatta piena luce su quello che è accaduto quella lontana notte?

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