martedì, Marzo 19

2018: anno nero per Wall Street Per la Borsa di New York si tratta del peggior risultato dell'ultimo decennio

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Nell’arco dei dodici mesi appena trascorsi, i tre principali indici azionari statunitensi hanno realizzato la loro peggiore performance degli ultimi dieci anni. Nello specifico, lo Standard & Poor’s 500 ha chiuso l’anno con una flessione del 6,2% rispetto al 2017, il Dow Jones del 5,6% e il Nasdaq del 3,9%, nonostante i considerevoli benefici apportati alle imprese quotate in Borsa dal forte taglio delle tasse previsto dalla riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Trump. Le ragioni del ridimensionamento degli indici di Wall Street sono complesse e non sempre facilmente individuabili, ma un ruolo fondamentale rispetto a ciò l’ha indubbiamente svolto la Federal Reserve. La conclusione dei programmi di Quantitative Easing (Qe) e il rialzo dei tassi hanno restituito attrattività ai Treasury Bond (T-Bond), con conseguente trasferimento massiccio di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari. Cosa che pone seriamente le basi per una profonda crisi borsistica. Non va infatti dimenticato che, grazie al fiume di liquidità reso disponibile dai programmi di Qe, le imprese hanno avuto modo di incrementare esponenzialmente il volume dei buyback, provocando una crescita esorbitante dei tre principali indici azionari. Nel corso degli ultimi mesi, più voci si sono levate per denunciare che il valore delle azioni sia notevolmente gonfiato dai buyback, come ad esempio Larry Fink di Blackrock e il cosiddetto ‘oracolo di Omaha’ Warren Buffett (che ha poi ritrattato). A conclusioni in linea con quelle di Fink e Buffett è giunto il 78% dei gestori di fondi interpellati da Bank of America, secondo cui quella che riunisce le aziende statunitensi quotate in Borsa sarebbe la categoria d’investimento più sopravvalutata.

Particolarmente allarmante risulta il crollo del Nasdaq, trattandosi del listino che raggruppa i principali titoli hi-tech del mondo, da Microsoft a Apple, da Google-Alphabet a Oracle a Cisco. Cinque imprese che, nel primo semestre del 2018, hanno investito in riacquisti azionari qualcosa come 115 miliardi di dollari; una cifra pari ad oltre il doppio dei buyback effettuati dalle stesse aziende in tutto il 2017. Segno inequivocabile di una ridotta disponibilità a investire in ricerca in sviluppo, nonché del declinante spirito innovativo che si evince anche dalla minore capacità del comparto statunitense dell’alta tecnologia di attrarre capitali. Secondo un’indagine condotta dal ‘Wall Street Journal’, fino al 2008 il 75% dei finanziamenti privati (venture capital) destinati alle start-up approdava in territorio statunitense (Silicon Valley, San Francisco, Seattle, ecc.) consentendo agli Stati Uniti di mantenere un’incommensurabile spinta innovativa. Nel 2017, invece, il 40% dei capitali privati investiti complessivamente nel comparto hi-tech ha preso la via dell’Asia, e della Cina in particolare, a fronte del 44% registrato dalla Silicon Valley. Il risvolto particolarmente significativo della vicenda è dato dal fatto che una parte assai ragguardevole dei flussi di capitale indirizzati verso l’alta tecnologia cinese è di origine statunitense.

Una nota di positività viene dall’imminente sbarco a Wall Street annunciato da diverse società hi-tech particolarmente promettenti, quali Uber, Lyft, Pinterest e Slack Technologies. Aziende in possesso delle credenziali necessarie per rilanciare l’immagine della Silicon Valley e, secondo le valutazioni più ottimistiche, perfino per polverizzare il record di raccolta fondi realizzato a cavallo tra 1999 e 2000, quando sul Nasdaq piovvero qualcosa come 100 miliardi di dollari con conseguente rigonfiamento della bolla della New Economy.

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