mercoledì, Febbraio 20

2017 l’Europa di fronte al terremoto di una nuova rivoluzione francese?

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Le elezioni presidenziali francesi 2017 potrebbero avere importanti conseguenze politiche, sia a livello nazionale che a livello europeo e internazionale. Le condizioni che hanno reso possibile il 1789 i francesi sono presenti anche oggi? E se sì quali sarebbero le sfida di una rivoluzione che, come si osservava già nel 1918, potrebbe conferare la supremazia o la fine dello stato-nazione?

Pierre-Henri Tavoillot è un filosofo, specialista di storia della filosofia politica e Eric Deschavanne è professore di filosofia. Abbiamo posto loro alcune domande sulla questione e sulla situazione francese attuale.

Dobbiamo essere chiari: non c’è assolutamente nulla in comune tra la situazione di oggi e quella della Francia alla vigilia della rivoluzione o all’indomani della Grande Guerra“, afferma Pierre-Henri Tavoillot, “la rivoluzione francese è una rivoluzione nell’ordine della legittimità, che va da Dio al popolo e la pace del 1918 che lascia un paese devastato, pieno di dubbi sull’idea strutturale della nazione, e talvolta, sedotto da un’altra rivoluzione, quella del 1917 o quella ‘conservatrice’ che prometteva il fascismo. Per quanto riguarda le situazioni, sia storiche che tragiche, non dobbiamo confondere la storia e gli eventi attuali. Non vi è nessuna rivoluzione all’orizzonte e l’ultima che abbiamo vissuto e che non è stata completata non è in primo luogo politica: è tecnologica ; è quella del Web alla fine del XIX secolo che ha prodotto una spinta enorme di globalizzazione. Citiamo qui le suggestive analisi di Luc Ferry e Nicolas Bouzou“.

Per Tavoillot il problema delle democrazie liberali fondate sullo Stato-nazione è “quello di rispondere alla globalizzazione senza abbandonare il loro ideale di libertà. Il loro straordinario successo sta pagando un prezzo pesante: l’impotenza pubblica. Un mercato aperto ai quattro venti, i confini incerti, una sfocata politica internazionale, un’Europa senza mantellina… questo può funzionare in una posizione di supremazia indiscussa, ma con il ritorno del mondo multipolare può trasformarsi in una totale perdita di controllo. La democrazia è, prima di tutto, il controllo che il popolo ha sul suo destino.

Anche Eric Deschavanne è sicuro: “Non c’è e non ci sarà nessuna rivoluzione francese, e non ci potrebbe essere nemmeno se ci fosse stata una ‘rivoluzione conservatrice’, se François Fillon fosse stato eletto o ci fosse stata una ‘rivoluzione liberale’ che riducesse di tre punti percentuale sul PIL la spesa pubblica in Francia. La situazione oggettiva, tuttavia, non è rivoluzionaria, come invece era profetizzato all’epoca dai marxisti. Certo, in Francia come altrove in Occidente, il populismo minaccia. Ma ciò che viene chiamato il populismo non rappresenta una rivoluzione: da magari luogo all’insurrezione elettorale, per usare l’ottima formula di Hubert Védrine, che non mette in discussione l’appartenenza a fondo dei popoli alle istituzioni democratiche, saldamente stabilite“.

Detto questo“, prosegue Eric Deschavanne, “ci sono alcuni punti comuni con la situazione nel 1789. Tocqueville ha spiegato che la Rivoluzione francese era il risultato di un lento movimento: la contraddizione tra una società egualitaria e individualista da un lato e le istituzioni gerarchiche dell’Antico Regime dall’altra, era secondo lui la vera causa della rivoluzione, il desiderio di fare tabula rasa di istituzioni, leggi e costumi già moribondi, in sostanza. Dobbiamo però capire che cosa Tocqueville intende per “parità di condizioni”: non è ne di uguaglianza di fronte alla legge, né di parità di ricchezza, che egli parla. La socialità democratica cui è stata progettata è data dal legame tra i membri della società stessa: il legame sociale è tale che anche il maestro e il servo considereranno se stessi uomini essenzialmente simili, liberi e uguali. Nella Francia del 1789 i francesi non tollerano più i privilegi e le autorità“.

Siamo ora entrati nell’epoca dell’individualismo completo e della mancanza del riconoscimento dell’autorità. È questo che alimenta la sfiducia contro le elite – categoria che comprende qualsiasi persona possa esercitare una sorta di autorità, anche morale, verso gli altri cittadini -, come i politici, gli intellettuali e i giornalisti. Non vi sono più fedeltà né lealtà politiche durevoli, come potevano esistere all’epoca dei grandi partiti di massa, nei quali uno si identificava in base al suo stato sociale o alla scuola di pensiero alla quale apparteneva per tradizione. Come previsto da Tocqueville, l’unica autorità che non solo sopravvive, ma cresce nella società individualista è quella dell’opinione pubblica“. Secondo Deshavanne è “la diffidenza nei confronti delle autorità” il punto in comune con il clima pre-rivoluzionario del 1789. I tecnocrati e le elitè intellettuali che potrebbero indirizzare un piano verso una ‘società illuminata’ “non vedono più riconosciuta la loro autorità e non sono più in grado di disegnare un piano di riforme che potrebbero portare a un’adesione popolare collettiva“.

 

La Rivoluzione francese aveva gettato l’Europa in una nebbia intellettuale assoluta. Quale destino potrebbe offrirci la prossima ‘rivoluzione’? Come gestire il bisogno di democrazia in un mondo sempre più complesso ? Quali sono le risposte a questo tipo di sfide istituzionali? Per Pierre-Henri Tavoillot “la rivoluzione francese ha sconvolto le prime linee intellettuali. I nostri storici più brillanti, e penso, in particolare, a François Ferret, sono riusciti a dissipare queste nebbie“. Ad ogni modo permane il problema della frammentazione dell’elettorato:”una gran parte [dell’elettorato, ndr] aderisce al PRAF (Plus rien à foutre cioè non ce ne freghiamo niente). E quelli che ancora si sentono interessati sono divisi in quattro campi che raggiungono dolorosamente il 18- 25%: la sinistra radicale, il governo di sinistra, la destra liberale / conservatrice, l’estrema destra. Sembra chiaro che il vincitore di questo gioco non avrà alcuna legittimità elettorale“.

“Di fronte a questa situazione, ci sono due risposte”, dice Tvoillot, “La prima è quella della democrazia partecipativa che mira a rafforzare i controlli di potenza e coinvolgimento dei cittadini, non solo nella discussione, ma nel processo decisionale. Personalmente, non vedo alcun vantaggio, dal momento che la ‘democratizzazione della democrazia’ potrebbe anche ucciderla. Aumenterà l’impotenza pubblica senza risolvere nulla alla radice del problema della legittimità e dell’efficacia. Sostituire il monitoraggio continuo al controllo terminale può essere utile per l’esame di maturità, ma sembra dannoso per la democrazia“.

La seconda risposta è quella che possiamo chiamare- come fece il politologo americano Fareed Zakaria- della ‘democrazia illiberale’. Teorizzata dal presidente fondatore di Singapore Lee Kuan Yew, che indica un po’ tutti i regimi e popoli delusi del liberalismo (Ungheria, Russia, Polonia, Turchia, …). Dalla democrazia, teniamo le elezioni, l’obbligo di istruzione del popolo, la sovranità popolare, l’uguaglianza formale, la meritocrazia, ma riduciamo lo spazio pubblico, riduciamo la deliberazione e la responsabilità delle Istituzioni. La ‘democrazia illiberale’ fa concorrenza ora con il liberalismo in nome di una maggiore efficienza, la difesa di persone che soffrono le devastazioni della globalizzazione davanti agli imperativi dello sviluppo.

La sfida principale per le democrazie liberali è quella di riconquistare il potere e l’incarnazione tra le due seduzioni di efficienza che si dissolve in una libertà di fantasia e l’altro che distrugge la libertà in una efficacia tale discutibile“.

Per Eric Deschavanne, invece, il clima intellettuale dell’Europa post-rivoluzionaria non era incerto: “Il XIX secolo ha rappresentato una grande visione del mondo. Abbiamo poi una chiara consapevolezza del passato, del futuro e del significato di queste lotte politiche, che siano reazionarie, partigiane della conservazione o della rigenerazione del vecchio regime, o che si aderisca a una concezione di progresso, anticipando l’avvento di una società che realizza pienamente la promessa degli ideali di libertà, uguaglianza e razionalità. Oggi, però, siamo nella nebbia. Siamo disillusi dell’idea di progresso, anche se siamo entrati nel mondo della terza rivoluzione industriale, quella delle NBIC (Nanotecnologie, biologia e medicina, scienze dell’informazione e Scienze Cognitive), che interrompe le economie e genera continuamente riclassifiche tra le nazioni e all’interno delle società con nuovi vincitori e nuovi vinti. Non interpretiamo più il cambiamento storico che sta andando troppo veloce e siamo preoccupati… l’unica certezza è che dovremo addattarci per non morire. Il progetto di adattamento all’innovazione, che è davvero il discorso dominante degli esperti, però, non è stimolante : fa preoccupare più di ogni altra cosa e provoca reazioni di rigetto e bisogno di protezione“.

Accettando l’idea della crisi dello stato-nazione, come affrontare le sfide legate alle tensioni interne? E come conciliare le comunità dei vincitori e dei perdenti della globalizzazione? Per Pierre-Henri Tavoillot l’opposizione alla globalizzazione, proposta dal Front National di Marine Le Pen, equivale a “opporsi contro il vento: saremmo destinati all’immobilità o addirittura al declino“.

La vera sfida è quella di guidare la globalizzazione, e non di respingerla. L’unico modo, io penso sia la rifondazione dell’UE, in modo che si trasformi da mercato a potenza europea che dovrebbe essere. Criticare l’attuale funzionamento delle istituzioni europee è necessario, tuttavia, occorre identificare chiaramente modi di costruire una vera e propria potenza europea attorno ad un “nucleo duro” riconfigurato“, prosegue Tavoillot.

Per Eric Deschavanne, “il problema sono le nuove fratture sociali che appaiono, e che sottolineano la nuova sociologia elettorale, le fratture territoriali e le fratture culturali. Nella nuova economia, il fattore determinante della divisione di classe sociale è il livello di diploma, il livello di istruzione. Si aggiunge a questo, in Francia, la questione dell’Islam. In poche parole ci sono  il sovranismo protezionista e identitario per la Francia dei vinti della globalizzazioni, l’islamismo e il salafismo delle classe popolari immigrate che coltivano l’isolazionismo culturale e il liberalismo della sinistra culturale dei centri urbani in cui si concentrano i vincitori della nuova economia dell’innovazione, almeno quelli che più si adattano facilmente ad esso.

Sul lato dell’autonomia democratica, la crisi dello stato-nazione è quella dell’impotenza pubblica. Nell’economia della continua innovazione, lo Stato deve creare le condizioni per l’adattamento che possono consentire alla nazione di prendere il suo posto. L’economia è la chiave non solo della prosperità, ma anche dell’influenza politica – come vediamo oggi in Europa con l’ascendente che prende in Germania -, dell’indipendenza e di potere. La sensazione generale in Francia è il declino. Il problema non è solo il tasso di disoccupazione, ma il maggiore rischio di perdere il treno della terza rivoluzione industriale, che potrebbe tradursi in un declassamento forse irreversibile della nazione“.

La soluzione politica, per Deschavanne, è ancora lontana: “Per far fronte a queste sfide, non vediamo attualmente apparire vie d’uscita politiche, grandi progetti di sviluppo […] Mélenchon propone una soluzione keynesiana statalista obsoleta, Hamon rassegnato alla stagnazione secolare ha fatto la scelta della decrescita, Le Pen tiene il discorso difensivo e falsamente rassicurante del protezionismo. Fillon e Macron propongono due versioni realistiche dell’adattamento e della ripresa economica in Francia. Tuttavia, è evidente che solo una vasta coalizione, le cui condizioni attualmente non sono soddisfatte potrebbe rendere possibile un piano di riforma ambizioso“.

Conclude Deschavanne:”possiamo in sostanza considerare due strategie di ricostruzione del potere pubblico, uno sovrano e uno europeo. Sia che si favorisce l’uno o l’altro, è assurdo pensare che si possa rompere con il liberalismo economico. La strategia sovranista che si osserva con Trump o il Brexit bilancia il liberalismo dalla dose di protezionismo, soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione. Tuttavia, un tale percorso sembra impraticabile per il momento in Francia, in particolare a causa della nostra appartenenza alla zona euro. La strategia pro-europea potrebbe essere un relativo consenso nella Francia che sta bene : potrebbe coinvolgere il riformismo economico liberale nazionale e il riformismo politico dell’Europa (convergenza fiscale e la sovranità economica all’interno della zona euro, rafforzare i confini dell’Europa per migliore il controllo dell’immigrazione ecc). Per condurre l’intera nazione servirebbe però affrontare il problema delle fratture interne per generare una fiducia condivisa nel futuro: si tratta in particolare di ripensare l’istruzione, la formazione, la protezione sociale e l’assimilazione. Non ci sarà nessuna rivoluzione. Ma se vogliamo che ci sia qualcosa di diverso dal caos delle espressioni di rabbia cieca nei prossimi anni, abbiamo davanti a noi un grande sforzo di intelligenza collettiva da produrre“.

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