giovedì, Aprile 25

2014,altro anno difficile per i palestinesi

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Più degli anni precedenti, il 2014 è stato un anno terribile dal bilancio drammatico. Dopo anni di speranza seguiti da amare delusioni, una conclusione è stata effettivamente raggiunta quest’anno con lo scoppio a luglio della guerra israeliana contro la Striscia di Gaza, segnata da una violenza inaudita. Questo conflitto si aggiunge al fallimento dei negoziati di pace e a nuove violenze e tensioni in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Questa guerra lanciata contro la Striscia di Gaza è stata una delle più sanguinose, mortali e distruttive. In 51 giorni, gli abitanti di questo enclave, ben chiuso, hanno vissuto un orrore inimmaginabile anche nei loro peggiori incubi. Novanta famiglie sono state completamente decimate, cancellate dal registro di stato civile contenente genitori, nonni, figi e nipoti, dei quartieri con altà densità di popolazione rasi al suolo da tonnellate di esplosivi scaricati da F6, droni o carri armati israeliani e centinaia di migliaia di persone sono state obbligate a evacuare le proprie case.

Secondo quanto riportato dal Ministero della Sanità palestinese, questa guerra ha causato 2000 morti di cui 500 bambini e più di 10000 feriti. Inoltre, Israele ha bombardato tutte le infrastrutture di base vicino a 25000 abitazioni di cui almeno una dozzina con delle famiglie ancora all’interno, oltre a moschee, chiese, la principale centrale elettrica, ospedali e ambulanze. Circa un quarto della popolazione, è stato dislocato rifugiandosi presso le scuole delle Nazioni Unite e dell’UNRWA che Israele, tra l’altro, non ha esitato a bombardare causando morti e feriti. Migliaia di persone hanno perso tutto e si ritrovano senza più nulla..nella miseria più totale. Inoltre, secondo le statistiche, 1500 bambini sono diventati orfani, e migliaia di persone rimarranno segnati, per sempre, da un trauma psicologico. Oggi, più di un milione di persone dipende ancora dall’assistenza umanitaria a Gaza su una popolazione di 1,8 milioni di abitanti.

Per giustificare questo spargimento di sangue, Israele, potenza occupante, ha avanzato come al solito il suo « diritto legittimo all’autodifesa » con tutti i mezzi dissuasivi in suo possesso contro i razzi lanciati dai gruppi armati palestinesi e la rete di tunnel utilizzata per le incursioni nel suo territorio puntando il dito principalmente contro Hamas. Nelle sue dichiarazioni ufficiali ai media, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sempre sottolineato che si tratta di un’offensiva che ha come obiettivo Hamas ma le sue affermazioni sono smentite sul campo dai fatti e dal bilancio secondo cui l’80% delle vittime sono civili. Si tratta di una guerra contro tutti i palestinesi.

Questo alto prezzo pagato dalla popolazione è stato, ancora una volta, vano nonostante le promesse fatte loro dai negoziati del Cairo che avevano raggiunto il cessate il fuoco. Lo status quo catastrofico prevalente a Gaza resta immutato ed è addirittura peggiorato. Oltre a dover fermare le ostilità israeliane, la popolazione continua a subire l’accerchiamento in corso da più di 8 anni. Rimane confinata in una prigione a cielo aperto, vive nella miseria, senza rifornimenti d’acqua e carburante, elettricità, nella sopportazione e nella sofferenza…senza dignità davanti alla più totale indifferenza della comunità internazionale La situazione resta particolarmente inquietante negli ospedali dove, a causa della mancanza dei mezzi, i malati gravi vanno di certo incontro a una morte sicura. I medici hanno lanciato l’allarme e parlano di un imminente collasso del sistema sanitario.

Nelle strade di Gaza dissestate dai raid mortali dell’estate, un nuovo fenomeno è apparso e sta attirando l’attenzione. Si tratta di un numero importante di persone di tutte le età, donne, uomini, e anche bambini che crollano e perdono conoscenza. Alcuni sono soggetti a tremori, paralizzati o vagano come perduti, con lo sguardo assente. All’origine di questo fenomeno, la mancanza nelle farmacie di un farmaco chiamato Tramadol, un potente analgesico che provoca degli effetti secondari a lungo termine. Derivato dell’oppio, il Tramadol non è più utilizzato a Gaza come un farmaco che cura il dolore, ma soprattutto come un rimedio contro il malessere di una generazione senza avvenire, di un popolo martoriato e disperato. Si stima che un abitante di Gaza su due consumi questa « droga dei poveri » che resta, in questi giorni, introvabile a causa della distruzione dei tunnel da cui proviene, a profusione, a Gaza dall’Egitto.

Ormai la ricostruzione di ciò che è stato demolito dalla macchina di guerra si fa attendere. La speranza generata dalla conferenza dei paesi donatori del 12 ottobre al Cairo, durante la quale si è deciso di stanziare 5 miliardi e mezzo di dollari per la ricostruzione della Striscia di Gaza, ha lasciato posto alla disperazione. Malgrado l’urgenza, i lavori non sono mai iniziati a causa delle restrizioni imposte dalle autorità israeliane sull’ingresso dei materiali. Israele sostiene di preoccuparsi del possibile dirottamento di parte di questi materiali per mano di Hamas per costruire razzi o scavare tunnel. Con questo passo, secondo gli esperti, occorreranno numerosi decenni per riparare i danni causati dai bombardamenti.

Un ulteriore fattore che contribuisce al perdurare di questo status quo catastrofico è il fallimento dell’accordo di riconciliazione nazionale firmato in gran pompa il 4 maggio 2014 e l’incapacità del governo di consenso, frutto di tale accordo, di assumersi le proprie responsabilità. Le tensioni tra Hamas e Fatah sono ricominciate a danno della popolazione che si ritrova ostaggio dei calcoli politici e dei sostenitori dell’una e dell’altra fazione. Otto mesi dopo questo accordo, il governo non ha potuto recarsi che una sola volta a Gaza, dove Hamas detiene da sempre il potere. Le elezioni promesse non si sono tenute e gli elementi della guardia presidenziale dell’AP preposti per il controllo dei punti di passaggio frontalieri non hanno potuto occupare i loro posti. Il presidente Abbas accusa Hamas di non giocare il gioco della riconciliazione e Hamas denuncia gli insoluti dei suoi funzionari e della sua polizia.

Durante questi mesi i territori palestinesi della Cisgiordania sono diminuiti ogni giorno al ritmo della politica espansionistica dello Stato Ebraico che ha continuato a confiscare quest’anno centinaia di ettari e lanciato degli appelli d’appalto per la costruzione di centinaia di abitazioni a vantaggio dei coloni il cui numero ammonta circa a mezzo milione. Gli abitanti palestinesi come i loro responsabili, impotenti di fronte a tali avvenimenti, vedono la loro speranza di istituire uno Stato fattibile che goda di continuità geografica ridursi come un filo.

Netanyahu e la sua coalizione dell’estrema destra, che non nascondono più all’opposizione la creazione di questo Stato il cui scopo è quello di estendere le colonie in Cisgiordania al fine di mettere le mani sulle terre e sui beni palestinesi per costruire un muro di separazione accaparrandosi gli approvvigionamenti d’acqua, attraverso la Giordania e le acque sotterranee, hanno ugualmente palesato la loro intenzione di rafforzare il carattere ebraico dello Stato d’Israele mediante un progetto di legge adottato dal governo. Il testo, proposto dalla destra estrema di cui fanno parte il Primo Ministro Netanyahu e i suoi sostenitori radicali, mira a ridefinire la denominazione d’Israele da « Stato ebraico e democratico » iscritta attualmente nelle leggi fondamentali del paese che sono atti costitutivi in « Stato nazionale del popolo ebraico ».

Questo progetto, accusa l’OLP, mira ad affossare la soluzione dei due Stati. Secondo l’organizzazione, si tratta « di un tentativo di deformare e occultare la versione palestinese della Storia e mira a cancellare la presenza palestinese ». Nel caso di voto, sottolinea l’OLP, metterebbe fine al diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, scappati dalle loro terre in seguito alla creazione nel 1948 dello Stato d’Israele ed esonererebbe l’occupazione della sua responsabilità della tragedia umana e dei crimini storici commessi contro i rifugiati palestinesi.

Secondo gli osservatori e la parte palestinese Israele conferma in tal modo e rafforza la sua volontà di instaurare un apartheid in uno Stato in cui l’ingiustizia, la repressione e la segregazione razziale regnano sovrane.

Tutto ciò si è verificato in un momento di alta tensione a Gerusalemme Est, preda, dall’estate, di scontri violenti tra palestinesi e soldati israeliani aggravatisi in seguito all’annuncio di un altro progetto di legge che istituisce l’instaurazione di una divisione fisica della moschea di al-Aqsa tra musulmani ed ebrei alla stregua di quanto accaduto alla moschea al-Haram al Ibrahimi (Grotta dei Patriarchi) a Hebron nel 1995. Questa prospettiva, che stava per verificarsi, fa seguito alle rivendicazioni dei coloni ebraici di pregare ed eseguire rituali talmudici in questo sito sacro ai musulmani. Le visite quotidiane, intensificatesi quest’anno, hanno scatenato le proteste dei musulmani, secondo i quali si tratta di un’ulteriore prova che mette a nudo « gli obiettivi israeliani e il loro piano di giudaizzare la città santa che sta guadagnando terreno visibilmente ».

Un altro evento che ha segnato il 2014 è la presentazione da parte della leadership palestinese, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di una risoluzione che propone la fine di un accordo di pace con Israele in dodici mesi e il ritiro israeliano dai territori occupati entro la fine del 2017. Una prospettiva che è la conseguenza di 20 anni di negoziati sterili e vani. Questo progetto che ha scarse possibilità di successo a causa del veto americano è vivamente contestato da numerosi partiti politici palestinesi a causa di 8 emendamenti apportati al testo iniziale in seguito a delle probabili pressioni subite dall’AP. Le modifiche mirano principalmente a precisare chiaramente che solo la parte orientale di Gerusalemme, occupata e annessa da Israele, sarà la capitale dello Stato cui i palestinesi aspirano ; inoltre, riguardano la causa relativa al diritto al ritorno dei rifugiati conformemente alla risoluzione 194 del Consiglio di Sicurezza.

In un comunicato, Hamas ha esortato l’AP a ritirare la risoluzione affermando che « essa mira a vanificare la giusta causa palestinese poiché comprende una concessione fondamentale per i nostri diritti legittimi ».

In precedenza, il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, che sembra non aver niente da perdere a 80 anni, ha annunciato che in caso di fallimento del progetto di risoluzione i Palestinesi potranno ricorrere alla Corte penale internazionale, porre fine al coordinamento della sicurezza e non trattare più con il governo israeliano che si vedrà, allora, costretto ad assumersi le sue responsabilità, in quanto potenza occupante. Un’allusione chiara alla sua intenzione di sciogliere l’Autorità palestinese.

Una minaccia che non sembra far paura agli israeliani in quanto essi stessi si avvalgono come il loro Primo Ministro, che detiene la carta vincente del gioco e può mettere fine a questo conflitto, della facoltà di scegliere, ancora una volta, di voltare le spalle alla pace. Netanyahu si è scagliato con forza presso le Nazioni Unite accusandole di « chiudere gli occhi davanti all’incitamento all’odio e alla violenza dei palestinesi contro Israele, piuttosto che cercare di sostenere Ramallah in vista di uno Stato presso il Consiglio di sicurezza ». Davanti a un sondaggio che lo dà per perdente e per vincere alle prossime elezioni legislative di marzo si appresta a stringere un patto con i più estremisti dei partiti politici israeliani, a danno della pace nella regione. In ogni caso, che sia Netanyahu a vincere le elezioni o i più estremisti o anche la sinistra, i palestinesi non si fanno più illusioni. Sono certi che qualsiasi governo accederà al potere nulla cambierà.

Più di 20 anni sono trascorsi dagli accordi di Oslo, i governi israeliani sono cambiati e nulla di positivo c’è stato. Solo la situazione dei palestinesi è deteriorata.

L’occupazione persiste e si estende, le colonie prosperano, le demolizioni di case e le confische di terre continuano, le spedizioni armate si moltiplicano divenendo sempre più cieche e mortali.

Una costante che il 2014 ha confermato, rafforzando il pessimismo verso la fine di un conflitto che perdura da più di sessant’anni. Un conflitto la cui soluzione non è né militare né di sicurezza ma politica che risiede nel rispetto del diritto internazionale, vale a dire nell’applicazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 242 del 22 novembre 1967 che istituisce un ritiro totale dell’esercito israeliano da Gaza, dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est ; uno smantellamento di tutte le colonie illegali, il rispetto delle frontiere dei territori occupati nel 1967 e un ritorno dei rifugiati palestinesi. In altri termini : la fine dell’occupazione e l’istituzione dello Stato palestinese.

 

Traduzione a cura di Patrizia Stellato

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