martedì, Settembre 29

20 giugno: il salto del Movimento Cinque Stelle

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«E adesso pover’uomo?» si chiedeva Hans Fallada ad inizio anni ’30 dello scorso secolo riassumendo proprio nel titolo del suo romanzo la fondamentale domanda su dove, a fronte dei rovesci in corso in Germania, il poveruomo potesse andare. E cosa potesse, o dovesse, fare. Nell’Italia del 2016, dopo il ben meno epocale primo turno delle Elezioni amministrative per 1.342 comuni, l’interrogativo è però simile. Certamente per Silvio Berlusconi, che nelle grandi città ha visto affermazioni, seppur parziali, di candidati a lui in qualche modo riferibili solo a Milano e Napoli. C’è pure Bologna, ma in questo caso altissimo è il prezzo pagato alla candidata della Lega. Ma poi, e forse ancora di più, la questione scuote Matteo Renzi che si arrabatta per presentare al meglio un risultato complessivamente deludente soprattutto perché incrina la sua identità, o almeno immagine, di vincente. Scontando per la prima volta l’’incauto connubio’ parlamentare con la verifica popolare dell’unica lista del’’Ala’ di Denis Verdini, quella di Napoli, che sfiora a fatica l’uno e mezzo per cento. Il ‘gemello diverso’ Berlusconi (gemello sia di Verdini che di Renzi) dal canto suo vede lo squagliamento semidefinitivo della ritornante sigla di ‘Forza Italia’, con la sola positiva eccezione di Milano con il suo venti per cento e poco altro. Per il resto sta abitualmente sotto il dieci, spesso addirittura attorno ad una dimensione del cinque e pure meno, a partire da Roma.

Lo sgradevolissimo rumore che ha dominato la notte di domenica 5 giugno, proseguito nella giornata di lunedì e poi di martedì, è stato quello delle unghie che graffiano i vetri per tentare un’impossibile arrampicata. Renzi ha provato a spiazzare, accettando di ammettere una non totale vittoria, ché così come uno dei suoi migliori alterego Arthur Fonzarelli, Fonzie, non riesce a dire «Scusa» o «Ho sbagliato», ugualmente lui non riesce a pronunciare «Ho perso». E quindi è già moltissimo il suo attuale «Non siamo tra coloro che dicono di aver vinto». Una doppia negazione che afferma, che è già significativa: consapevole in ogni caso che più di tanto non può tenere distinto voto amministrativo e voto referendario di ottobre, adesso gli tocca la parte più ingrata. Mettere mano a quel Partito Democratico che non gli è mai piaciuto trovando, come Groucho Marx, inaccettabile far parte di una forza politica che lo abbia eletto come Segretario. Ha annunciato, per l’ennesima volta, che interverrà a cominciare da Napoli, ma i potentati meridionali, in particolare quelli dei Governatori della Campania, Vincenzo De Luca, e della Puglia, Michele Emiliano, ulteriormente rafforzati dagli altrui rovesci e dai propri successi, non hanno alcuna intenzione di farsi ‘governare’. E questo è forse il suo principale rischio, ché sin quando il presidentesegretario è forte riesce a tenere a bada vassalli, valvassori e valvassini, ma appena cominciasse a mostrare reale debolezza quelli saranno i primi ad azzannarlo.

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